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IVREA. Dal black out ai Nas, dalla Procura all’Ave Maria

IVREA. Dal black out ai Nas, dalla Procura all’Ave Maria

Carabinieri del Nas

A leggere la relazione dei Nas inviata nei giorni scorsi al Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando, le immagini di quel tragico 18 novembre del 2020 ritornano davanti agli occhi come le scene di un film difficile da dimenticare. Ore 19,45. Ospedale di Ivrea, ultima frontiera della sanità pubblica. L’impianto di ossigeno non funziona, 14 pazienti in rianimazione rischiano di morire, analogo destino per altri 68 ricoverati per Covid. Una strage. Di sottofondo il primo SOS, la prima telefonata: “Sono Scapino e sono il primario della rianimazione di Ivrea. Abbiamo tutto l’ospedale senza ossigeno. Siamo in emergenza da circa un’ora. Stiamo già esaurendo tutte le bombole disponibili. Per favore appena potete portateci dell’ossigeno….”. E sono  minuti interminabili. E succede che “tutto suona… I monitor suonano. I ventilatori suonano. Si accendono le luci rosse e ci si chiede che cosa stia succedendo. Perché tutto suona? Perchè la saturazione scende? Perchè non c’è più ossigeno….”. Il panico. La disperazione. La rabbia. I malati che non respirano. La stanchezza di chi non ce la fa più ma continua imperterrito, con le lacrime agli occhi, a lottare per non dover scegliere chi salvare e chi no... E poi le bombole portatili messe a disposizione della Croce Rossa e dalla Clinica eporediese. Le autoambulanze che suonano, che vanno e che vengano. Di fatto, la relazione, che ricostruisce nel dettaglio quelle due ore di caos è  molto tecnica. Al momento non si individuano responsabilità precise, ma i Nas si riservano di approfondire questo aspetto in una relazione successiva. Quello che si vuole scoprire è se il blackout sia stato una fatalità inevitabile o poteva essere evitato considerando che l’impianto attinge da due serbatoi (in cui l’ossigeno, conservato a meno 180 gradi, è presente allo stato liquido),  ma anche da12 bombole di sicurezza da utilizzare in caso di anomalia. Come mai queste ultime si sono riuscite a utilizzare, solo sbloccando manualmente l’impianto e grazie all’intervento del tecnico della Nippon Gas di Chivasso (ex Rivoira) cioè ditta fornitrice? Ha dormito tutta la notte in ospedale e il giorno dopo ha appurato che era andato in blocco l’apparato di trasformazione dell’ossigeno contenuto nei due serbatoi dallo stato liquido a quello gassoso. In blocco anche il sistema di allarme e sicurezza, dovuto quasi sicuramente agli alti consumi. L’Asl nei giorni successivi ha fatto sapere di aver affidato, ad un costo di circa 50 mila euro, un incarico ad un ingegnere per capirne di più, nel frattempo ha pure approvato un nuovo “piano di istruzioni operative per la gestione di eventuali situazioni di emergenza”. Quello precedente risaliva all’ottobre del 2016. Parliamo di una trentina di pagine ma ce ne vorrebbe almeno una in più, con il Padre Nostro e l’Ave Maria...  Amen   “Abbiamo ragionato… Se il flusso si dovesse abbassare a chi dobbiamo dare l’ossigeno e a chi no? Per fortuna non è stato necessario. Si tratta di dover decidere la vita e la morte di una persona. E’ un compito che noi non dobbiamo avere. Noi non possiamo decidere questo. Specialmente i miei colleghi pù giovani. Si sono affezionati ai propri pazienti. E’ la cosa peggiore dover dire: <<non ce la faccio perché l’ossigeno non c’è… per queste persone>>. Questa cosa li ha fatti piangere …”

Bruno Scapino

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