"Una sentenza che rende giustizia". Queste le prime parole dell'avvocato Benedetta Rinaudo dopo la lettura del dispositivo del Tribunale di Ivrea che ha di fatto assolto il suo assistito dall'accusa di aver tentato di uccidere una guardia carceraria, condannando l'imputato ad un anno di carcere per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. La procura aveva chiesto per lui 12 anni e 4 mesi di carcere per quel tentato omicidio. L'arma? Delle forbicine a punta tonda della "Chicco" in dotazione ad ogni detenuto. Eppure per la Procura Francesco Comandè, all'ergastolo in carcere ad Ivrea per l'omicidio, a Messina, di due suoi cugini, il 21 maggio dello scorso anno, con quelle forbicine, avrebbe tentato di uccidere. L'avvocato Rinaudo si è battuta come una leonessa contro quella richiesta di condanna: "Il mio assistito è un ergastolano - ha sottolineato durante la sua appassionata arringa - sta scontando un "fine pena mai" per un duplice omicidio di cui è reo confesso. E' imputato in un maxi processo a Palermo dove risponde di reati commessi in associazione a delinquere di stampo mafioso, come affiliato di Cosa Nostra. Dal 2012 ha intrapreso un percorso di ravvedimento ed oggi è collaboratore di giustizia. Per quale motivo avrebbe dovuto scegliere di andare a dibattimento se le cose fossero veramente andate come sostiene la Procura?". Insomma, nessuna intenzione di uccidere durante il diverbio con l'agente. Solo una ferita alla guancia, da una parte, e tante botte a Comandè, dall'altra. Nel fascicolo del processo sono spuntate anche le foto scattate al detenuto dopo il diverbio. Immagini che riportano un volto gonfio ed emaciato. Secondo il suo racconto, poi, sarebbero arrivate altre botte. Assistito dall'avvocato Rinaudo, ha presentato denuncia per le lesioni subite. Per questa storia, la sua storia, la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti. E' sulla scrivania dello stesso sostituto procuratore, Alessandro Gallo, che ne ha chiesto la condanna a 12 anni e 4 mesi di carcere.
Dopo la lettura del dispositivo l'avvocato Rinaudo ha commentato: "Ricorrerò in Appello. Va bene la condanna per lesioni, ma quella per resistenza a pubblico ufficiale non ci sta proprio. Non c'era nessun atto di ufficio legittimo che impedisse a Comandè di stare dove volesse, a quell'ora, all'interno del carcere. Costringerlo a tornare in sezione da parte degli agenti è stato un abuso". Durante la sua arringa, l'avvocato Rinaudo ha acceso un focus anche sul carcere di Ivrea: "Un posto dove si sono verificati troppi episodi strani. Pare che ci sia una gran difficoltà nella gestione dei detenuti". La staessa Rinaudo, per Comandè si è rivolta anche al garante dei diritti dei detenuti. Un'altra battaglia che il legale sta portando avanti per una questione di giustizia. "Ci credo e andrò avanti".
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