Il Cic è morto! Ora pro nobis.E’ del 22 ottobre scorso una lettera a firma dell’amministratore Salvatore Saulle in cui si comunicano ai sindacati, all’Ispettorato del lavoro e alla Regione gli ultimi 7 licenziamenti. Insomma il Cic chiude. Chiude e basta. Chiude e non lascia spazio alla libea immaginazione su quel che si poteva fare e non si è fatto.
“A decorrere dal settembre del 2018 - scrive Saulle - dopo aver appreso che le commesse operative alla loro naturale scadenza non saebbero andate a gara ma affidate a nuovi competitor che avevano vinto appalti in Consip, abbiamo chiesto degli incontri istituzionali ai Committenti per verificare eventuali proroghe...”.
E dire che quei sette avrebbero potuto tirare a campare almeno fino alla fine dell’anno grazie ad una proroga di tre mesi dell’unico contratto rimasto in essere. La doccia fredda è arrivata quando l’Asl To4 si è tirata indietro a partire dal 1° di ottobre.
Insomma siamo ai titoli di coda e ci siamo arrivati nel totale disinteresse della politica che pure ha delle grosse responsabilità.
A nulla è servito l’appello all’assessore regionale al lavoro Elena Chiorino lanciato dagli ultimi dipendenti rimasti, quando ancora erano circa una ventina. Ancor meno sono serviti quelli all’indirizzo del sindaco di Ivrea Stefano Sertoli, impegnato com’è stato a dare lustro alla targa dell’Unesco e a sognare con il senatore azzurro Virginia Tiraboschi fantomatiche Ico-Valley o Amazon in salsa canavesana.
E siamo di nuovo qui nella terra di Adriano Olivetti. Qui dove la crisi morde sul serio e ogni giorno si mangia un pezzettino di mercato, di lavoratori, di esperienze, di cose fatte, soprattutto di famiglie.
Della grande azienda a partecipazione pubblica che avrebbe voluto informatizzare mezzo Canavese altro non è rimasto che il ricordo.
La verità è che parlare del Cic, ancora oggi, ancora su queste pagine, serve a tutti. Serve per capire i limiti della pubblica amministrazione nella gestione diretta di un’impresa e ancora peggio nella gestione della sua crisi.
Nato nel 1985 su iniziativa di alcuni Enti Pubblici tra i quali il CSI Piemonte, l’Asl To4 e il Comune di Ivrea, nel corso degli anni CIC era cresciuto fino a toccare 170 dipendenti tutti impegnati a progettare e fornire servizi, oltreché all’ASL TO4, anche alla TO2, a Novara, alla Valle D’Aosta, all’ASO di Alessandria, alla Città della Salute di Torino e al CSI Piemonte.
Il primo errore (forse) nel 2007 quando il Comune di Settimo Torinese chiede a CIC di acquisire il ramo informatico del gruppo ASM a due passi dal fallimento che poi arriverà di lì a qualche anno. Con l’Asm arrivano decine di impiegati e ulteriori servizi legati alla stessa Asm ma anche ai comuni di Settimo Torinese, di San Mauro Torinese, di Venaria Reale da aggiungere a Ivrea, Chivasso, Ciriè e Castellamonte. Morale? Resteranno i servizi (tutti) e pure un sacco di fatture insolute e mai più pagate da Asm. L’inizio della fine.
Il declino comincia nel 2013 e nel 2015 c’è la messa in liquidazione da parte dei soci fondatori e sostenitori, primo fra tutti il Comune di Ivrea che ha talmente fretta di vendere, da vendere a CSP, azienda vicina al famigerato Pio Piccini (quello del crack Agile Ex Eutelia).
La sorte era segnata eppure qualcosa si sarebbe potuto e dovuto fare, non in ultima vincolando i vincitori dell’appalto per la gestione del Sovracup (il numero verde della sanità regionale) all’assunzione di quel personale che da anni stava svolgendo senza particolari lamentele quel servizio.
Non ci si sarebbe dovuti impegnare poi cosi tanto, considerando che l’appalto è stato vinto, in modo non molto chiaro, per non dire altro, da un raggruppamento di imprese composto da Tim più Diamante, con Diamante che subito dopo dichiarava fallimento e Tim che rescindeva il contratto con Diamante affidando direttamente la gestione a “E Digital Service Spa” (la stessa che dal 1° ottobre si sta occupando dell’Asl To4) senza il benché minimo approfondimento dell’allora assessore regionale Antonio Saitta.
Terza classificata in gara proprio CSP, quindi il CIC, in raggruppamento con GIPI Spa e non citiamo la prima classificata solo perché non ne aveva i requisiti.
Altra aria
Che fosse cambiata l’aria lo si era capito da quando l’azienda, che ha sempre cercato di non oltrepassare i tre mesi di stipendi arretrati in modo da non consentire ai pochi dipendenti rimasti (circa una ventina) di licenziarsi per una giusta causa, quindi chiedere la Naspi (il sussidio per la disoccupazione), ha fatto saltare giugno, poi luglio e infine anche agosto.
E da un lato non sembrava esserci alcuna volontà di pagare, dall’altra non c’era più neanche la forza di reagire incrociando le braccia, per poi magari farsi dire dal Prefetto di Torino che si stava interrompendo un pubblico servizio.
Finita qui? Neanche per idea...
Si è poi appreso, infatti, che la procedura di licenziamento aperta ad aprile si era chiusa a luglio senza accordo con la conseguenza che 33 lavoratori sono rimasti a casa senza alcuna possibilità di accedere alla Naspi cominciata solo alla fine del preavviso.
La storia giudiziaria
L’epilogo di una storia bruttissima è di qualche mese fa con il sequestro di beni per 10 milioni di euro e gli arresti domiciliari per la presidente del consiglio d’amministrazione di CSP Claudia Pasqui (moglie del noto faccendiere Pio Piccini) e per il consigliere delegato Fabrizio Bartoli. All’indice un giro di fatture e documenti falsi collegabile a 9 imprenditori. Una frode fiscale emersa durante i controlli nella sede legale di CSP trasferita da Torino a Napoli.
Ed è proprio Piccini che nel 2015, come consulente di Csp, gioca il ruolo principale, nell’acquisto del Cic di Ivrea, che stava rischiando di fallire, portandosi dietro e a gambe all’aria tutti i soci (oltre al Comune di Ivrea anche CSI Piemonte, Città Metropolitana e Asl To4). Salvato (il CIC) con un’operazione da 2.500 euro, cioè praticamente senza alcun esborso di denaro, in base ad una perizia sul valore dell’azienda, paragonabile alle perdite, per tre milioni e 700 mila euro certificati da Giovanni Filosa, un professionista napoletano. S’aggiunse il conferimento di crediti per 1,5 milioni e un software denominato Dhe con un costo di sviluppo pari a due milioni, ma con il quale si prevedevano ricavi per 5,4 milioni. Questo dice la perizia e di questo aveva preso atto nel dicembre del 2015 il tribunale di Ivrea per dare corso alla cessione.
Si è scoperto solo dopo che Csp aveva acquistato quel software (Dhe) appena due giorni prima da una società romana, la Gesi spa, che ce lo aveva in catalogo già dagli Anni ‘90. E ancora che nei bilanci di Csp, il software “Dhe” era stato iscritto con un valore di 1,3 milioni, decisamente inferiore rispetto a quanto indicato nella perizia consegnata nelle mani del giudice.
Sulla compravendita nei mesi successivi accende i riflettori anche la Procura di Torino nell’ambito di una indagine sul CSI (Consorzio per il sistema informativo del Piemonte) ma non c’era più nulla da fare.
Pio Piccini
Perché, toh guarda, Giovanni Filosa, il perito, era anche il presidente del collegio sindacale di Gesi.
E Csp e Gesi compaiono nel salvataggio di Geam Immobiliare, la società dell’ex presidente di Finpiemonte Fabrizio Gatti finita in concordato a Torino.
E ancora che nel gennaio del 2016, Gesi era diventata socia di Cic acquistando da Csp lo 0,56% del capitale e Cic era stata valorizzata di oltre 2 milioni di euro.
Filo conduttore tra Csp e Gesi la Global Contact, manco a dirlo di Pio Piccini che ha sede a Roma nello stesso indirizzo degli uffici di CSP.
Sempre lui. Sempre Pio Piccini, cioè quel Piccini che ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi di reclusione nel processo del crack di Agile Ex Eutelia.
Liborio La Mattina
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