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SETTIMO. Roberto Moncalvo, l’ingegnere diventato simbolo Coldiretti

SETTIMO. Roberto Moncalvo, l’ingegnere diventato simbolo Coldiretti

Roberto Moncalvo

Roberto Moncalvo, ingegnere e presidente regionale della Coldiretti, è reduce da un’esperienza al vertice nazionale dell’associazione di categoria più numerosa d’Italia. Ha appena sottoscritto insieme all’assessore regionale Ferrero le nuove regole di contenimento della fauna selvatica. In particolare, sono i cinghiali a togliere il sonno agli agricoltori. Con le nuove indicazioni operative, viene regolamentato l’intervento dei proprietari o dei conduttori dei fondi danneggiati dai cinghiali, se possibile anche con metodi innovativi, anche se per ora il sistema più efficace è la caccia. In collina, molte aziende agricole si sono dovute arrendere e chiudere bottega: i cinghiali sono una specie che distrugge i raccolti, creando danni per migliaia di euro. Non hanno predatori e nei mesi in cui la caccia è ferma, da febbraio a settembre, si riproducono rapidamente. E anche a Settimo, i cinghiali arrivano e devastano: è un problema molto sentito.

“Fanno notizia sempre più spesso perché son diventati un pericolo anche per gli automobilisti - puntualizza Roberto Moncalvo - attraversano le strade per cercare cibo e provocano incidenti anche mortali, come è successo di recente. In passato, l’istituto zooprofilattico ha provato a sperimentare metodi alternativi non violenti, ma non hanno dato i risultati sperati. Gli agricoltori, con questo nuovo regolamento, potranno intervenire direttamente soltanto sul loro terreno se hanno la titolarità per farlo: quindi, devono essere in possesso del porto d’armi ed essere autorizzati per questo genere di attività che non è sportiva”. L’agricoltore dovrà sostenere un corso di formazione prima di essere autorizzato ad utilizzare il fucile per tenere a bada la fauna selvatica. Ogni anno, i cinghiali provocano danni per migliaia di euro mandando in fumo il lavoro di mesi in poche ore. E i risarcimenti sono sempre molto lenti. “Ma il risarcimento non deve essere il metodo - continua Moncalvo - . Chi coltiva la terra, vive di quello che produce. In collina, molte aziende hanno dovuto abbandonare i campi e questo determina conseguenze negative anche nel lungo periodo. I terreni incolti favoriscono il dissesto idrogeologico e la crescita della vegetazione non controllata diventa un problema in caso di incendio”. E poi ci sono i problemi di natura sanitaria: i cinghiali sono portatori sani di malattie che possono essere trasmesse agli animali da allevamento. Bisogna ritrovare l’equilibrio, come in tutte le cose. Nonostante tutti questi problemi, i giovani imprenditori agricoli continuano a crescere. “E’ un mestiere duro, una passeggiata in campagna non significa lavorarci tutti i giorni - aggiunge - . Noi infatti consigliamo sempre un periodo di prova, maturare una bella esperienza prima di fare una scelta di vita così impegnativa. Servono investimenti e bisogna essere cauti. Poi le soddisfazioni arrivano, soprattutto per chi ama l’ambiente e la trasformazione del cibo”.

Moncalvo è tra i promotori del docufilm “Rice to Love” sulle coltivazioni di riso in Birmania, girato dal giornalista Stefano Rogliatti. Sarà proiettato mercoledì sera, 16 gennaio, alle 20,30 al cinema Massimo di Torino di via Verdi 18. “Stiamo cercando di regolamentare l’importazione di riso dai paesi dell’estremo oriente - conclude - . Quel riso arriva qui a prezzi bassissimi, ma viene coltivato con pesticidi da noi ormai accantonati da anni, perché non sicuri. I diritti umani sono continuamente violati e le condizioni di lavoro sono terribili. Il film racconta tutto questo. E’ giusto mettere fine a questo commercio deregolamentato, a dazio zero. Fortunatamente, l’Unione Europea sta facendo marcia indietro per introdurre una clausola di salvaguardia per il nostro riso. Tutti dovremmo sempre chiederci l’origine e la provenienza del cibo a bassissimo costo”. E i guadagni ricavati dalle aziende che importano in questo modo non restituiscono risorse ai territori sfruttati. Ecco perché consumare a chilometri zero fa bene proprio a tutti.

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