“Insormontabili carenze probatorie sulla causalità”. E’ uno dei passaggi con i quali la Corte d’Appello di Torino motiva la sentenza di assoluzione con formula piena pronunciata il 18 aprile nei confronti degli ex manager Olivetti, tra i quali l’ingegnere
Carlo De Benedetti, il fratello
Franco De Benedetti, l’ex ministro
Corrado Passera. I 13 dirigenti erano stati condannati in primo grado perché ritenuti responsabili della morte da esposizione all’amianto di dieci operai e impiegati, deceduti tra il 2008 e il 2013.
“Mentre sostanzialmente indiscussa – scrivono i giudici –
è l’esistenza di una legge scientifica che individua una relazione causale tra inalazione di fibre di amianto e l’affezione tumorale denominata mesotelioma, solo ‘probabile’ è invece la concretizzazione di tale relazione, nel senso che, a una data esposizione, non sempre e non immancabilmente fa seguito il manifestarsi delle patologie”.
Manco a dirlo il commento dell’Ingegnere non si è fatto attendere.
“La sentenza della Corte di Appello di Torino - dicono i suoi avvocati
Tomaso Pisapia ed
Elisabetta Rubini - ha analizzato in maniera rigorosa e approfondita ogni elemento di prova, attinente alla asserita contaminazione da amianto nel talco e negli edifici di Olivetti”. E quindi
... “apprezzamento per la dettagliata, approfondita e rigorosa valutazione dei dati processuali” svolta dalla Corte, che lo ha assolto “perchè il fatto non sussiste”.
“Questa sentenza – osservano ancora –
ha scardinato l’impianto accusatorio, restituendo a De Benedetti e all’Olivetti il merito di aver controllato ‘i materiali in uso in azienda’ e di aver adottato attente attività di ‘monitoraggio ambientale, con adozione di attestate misure di precauzione’ che dimostrano un’anticipazione in Olivetti delle previsioni normative intervenute solo nel 1994”.
Nelle 250 pagine i giudice hanno comunque lasciato aperta e fornito materiale necessario ai famigliari delle vittime per intentare cause civili contro l’azienda. Cause più facili da intraprendere rispetto a un processo penale perché, spiegano, mentre nel primo caso è sufficiente, per condannare, una ragionevole probabilità, nel secondo caso è necessario dimostrare la colpevolezza oltre «ogni ragionevole dubbio».
Sia come sia e a prescindere dalla complessità degli argomenti, negli ambienti giudiziari si dà quasi per scontato il ricorso da parte della Procura generale di Torino come peraltro ha già più o meno preannunciato il sostituto procuratore
Carlo Maria Pellicano.
Insomma, se tanto ci dà tanto, tutto dipenderà dai giudici della Corte di Cassazione. E tutto si può dire, tranne che quelle 14 persone morte tra il maggio del 2004 e il giugno del 2012 per mesotelioma pleurico, mesotelioma peritoneale o carcinoma non siano un fatto acclarato.
Il processo a Ivrea
Il 18 luglio del 2016, a Ivrea,, dopo sei ore di requisitoria dei Pubblici Ministeri Laura Longo e Francesca Traverso, erano arrivate le richieste di condanna per 15 dei 18 imputati nell’ambito del processo amianto alla Olivetti. Per altri due (
Roberto Colaninno e
Onofrio Bono) l’accusa aveva chiesto l’assoluzione. Accolta inoltre la richiesta di stralcio della posizione di
Maria Luisa Ravera, direttrice servizio ecologia e ambiente per gravi motivi di salute.
Le condanne più pesanti erano state chieste nei confronti di
Carlo e
Franco De Benedetti: rispettivamente 6 anni e 8 mesi e e 6 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio colposo, per sette casi di morte, a cui si aggiungevano due casi di lesioni a carico dell’ingegnere.
Seguivano
Corrado Passera (3 anni e 6 mesi) e
Camillo Olivetti (3 anni e 4 mesi) assolto dall’accusa di lesioni. Minori le richieste riguardanti
Renzo Alzati (2 anni e 2 mesi),
Giuseppe Calogero (2 anni e 6 mesi),
Filippo De Monte (1 anno),
Roberto Frattini (2 anni),
Luigi Gandi (3 anni e 8 mesi),
Manlio Marini (4 anni),
Anacleto Parziali (8 mesi),
Luigi Pistelli (2 anni),
Paolo Smirne (2 anni e 8 mesi),
Pierangelo Tarizzo ( 2 anni e 8 mesi) e
Silvio Preve (2 anni).
Scriveva il giudice
Elena Stoppini di Ivrea, che il processo avrebbe
“ampiamente dimostrato l’utilizzo di talco contaminato da tremolite sino al 1981”, materiale che
“non venne immediatamente sostituito, ma rimase in uso quanto meno sino alla primavera del 1986”. Nelle motivazioni (ben 170 pagine) si ricostruisce l’intera istruttoria, attribuendo precise responsabilità ai vertici dell’azienda. Perché, si legge,
“risulta ampiamente provata l’effettiva titolarità della figura di datori di lavoro in capo” agli imputati. Così come
“è ampiamente provato l’omesso e/o negligente esercizio di tali poteri che, se correttamente dispiegati, avrebbero avuto effetto impeditivo degli eventi lesivi verificatisi”.
Secondo il giudice, inoltre,
“la tempestiva valutazione del rischio amianto, e la conseguente adozione di idonee misure prevenzionistiche, avrebbero eliminato o, per lo meno ridotto, l’esposizione delle persone offese alle fibre tossiche e conseguentemente impedito, o quanto meno ritardato, l’insorgenza delle patologie di asbesto correlate”. Malattie causate – si legge ancora dalla “presenza di amianto nelle strutture dei vari siti” e dalla “aerodispersione di fibre di amianto negli ambienti di lavoro”.
Cosa può aver motivato la decisione della Corte d’appello
È possibile che siano stati considerati insormontabili gli stessi ostacoli incontrati in una serie di procedimenti penali in materia di morti da amianto.
Da un parte i dirigenti pronti a sostenere che nulla sapevano sugli effetti devastanti della sostanza, dall’altra medici legali che non riescono a collocare nel tempo il preciso momento dell’insorgenza del cancro. Così, nel ricambio spesso intenso dei manager, non si riescono a individuare i responsabili diretti delle morti.
Per l’Olivetti, sembrava che il giudizio di primo grado fosse scaturito dalla certezza che tutti e due gli ostacoli fossero stati superati dai risultati delle indagini. Il giudice si era convinto che i fratelli De Benedetti sapessero dell’amianto, perché l’Olivetti dei De Benedetti aveva commissionato uno studio specifico al Politecnico di Torino, che aveva rilevato la presenza di fibre inquinanti in percentuale decine di volte superiori alla soglia di rischio.
Inoltre, la lunga permanenza dell’Ingegnere e di suo fratello al vertice dell’Olivetti (rispettivamente, 18 e 11 anni) erano stati considerati sufficienti a inchiodarli alle loro responsabilità.
Il processo bis
Esiste un secondo filone, per il quale la
Procura di Ivrea ha richiesto una proroga del termine di chiusura delle indagini preliminari. Qui i casi di mesotelioma pleurico accertati sono 15. E sono 4 persone ancora in vita, ma gravamente ammalate per patologie chiaramente collegate all’esposizione all’amianto, più 11 decessi, quasi tutti nel corso del 2016, tra cui Tullio Paghera, molto conosciuto in tutto il Canavese. Tra i diciotto indagati, molti dei quali già condannati in primo grado, figurano nuovamente Carlo e Franco De Benedetti, l’ex ministro Corrado Passera e Roberto Colaninno. Si aggiungono nomi nuovi. Per esempio dell’ex deputato Ds Giorgio Panattoni, 79 anni, e dell’ex dirigente Luigi Pescarmona, 80 anni. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo e lesioni colpose in concorso.
Una cattedrale di amianto
Risale al 1988 il primo documento in cui si racconta della presenza di sostanze tossico nocive all’interno degli stabilimenti Olivetti. Non si fa cenno, però, alla presenza di amianto.
Nell’ottobre 1991 il tenore cambia: si ammette, sempre su solleciti del sindacato, che i rischi legati all’amianto non esistono per le lavorazioni ma esistono a livello ambientale per coperture, isolamento e tubazioni. Il Comitato Aziendale Ecologia concorda quindi per procedere a bonifiche ambientali ma
“solo quando ci saranno ristrutturazioni”
“Quindi – concludeva il Pm Longo –
si conosceva il problema ma si rinvia comodamente a quanto si faranno ristrutturazioni”. Nel 1992 il comitato fa riferimento alla necessità di bonificare le ex officine H ma nel documento di valutazione dei rischi non si dice, in sostanza, nulla. Solo nel 1993 Olivetti comincia a fare ricerca di mercato per le bonifiche, con indicazioni di alcune ditte tra cui quella a cui saranno appaltati i lavori.
“Nel frattempo – aggiungeva l’accusa –
mentre c’è tensione tra organo tecnico ed esecutivo gli anni corrono ed i lavoratori continuano a frequentare le officine H, il capannone a San Bernardo e la mensa”.
La mensa
Le prime bonifiche riguardano la sostituzione dei pannelli all’ex mensa e nei posti in cui il sindacato aveva segnalato la presenza di amianto ma non in altre aree.
“Una bonifica – sottolineava il Pm Longo –
diciamo “chirurgica”. La logica è chiarissima: interventi sulla base di una valutazione eocnomica.
Ecco perché, per esempio, non si bonifica la mensa Ico finché si riesce a procrastinare, fino al 2001 benché già nell’87 risulti uno stato di conservazione dell’intonaco mediocre, ulteriormente ribadito da un documento del 1992 in cui riparla di
“elevata presenza di fibre”.
San Bernardo
Fin dal 1987 esistono documenti che evidenziano il pericoloso stato dei pannelli e delle controsoffittature.
“Sulle pareti in amianto – ricordava il Pm Longo –
si interveniva anche durante l’orario di lavoro e sempre con interventi che non solo non erano sufficienti ma addirittura dannosi. Le tubazioni erano rivestite da amianto sottoforma di ecopelle, si staccava e si agiva sul guasto. Non si capisce perché la bonifica, qui, non sia stata proprio eseguita e l’edificio è tutt’ora coibentato in amianto, basta osservare le fotografie presenti agli atti per capire la situazione disastrosa: una cattedrale di amianto”.
I cunicoli
La stessa situazione riguardava i cunicoli di San Bernardo e tutti i fasci di tube che corrono sotto il comprensorio.
“C’erano corposi acquisti di materiale in amianto – sottolineava l’accusa –
come confermato dall’addetto alla manutenzione Faghino Solutore. I cunicoli, sebbene frequentati da addetti, non erano mai stati oggetto di monitoraggio ambientale, almeno fino al 1996.
In un certificato di valutazione di rischio del 4 maggio 1992 si dice che non c’era rischio perché gli interventi del personale erano di carattere sporadico. Non era vero. La presenza dei manutentori era quotidiana.