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IVREA. Morti Olivetti, si va per le lunghe

IVREA. Morti Olivetti, si va per le lunghe

Carlo De Benedetti

Nel marzo scorso, a sorpresa, erano stati tutti assolti. Carlo e Franco De Benedetti, insieme ad altri 11 imputati nel processo penale per le morti da cancro registrate tra il 2008 e il 2016 fra gli ex dipendenti della Olivetti, erano stati scagionati dalla Corte d’appello di Torino con formula piena: “perché il fatto non sussiste”. Cornute e mazziate  le parti civili, tra cui il Comune di Ivrea, Fiom e l’Inail, condannate al pagamento delle spese processuali.

E dire che nel 2016, in primo grado, il Tribunale di Ivrea aveva pronunciato 13 condanne, le più alte delle quali (5 anni e 2 mesi di reclusione) proprio per i fratelli De Benedetti, per essere stati rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo con le funzioni di amministratori delegati. Corrado Passera, l’ex ministro del governo Monti che in Olivetti era stato amministratore delegato, era stato condannato in primo grado a 1 anno e 11 mesi.

Altri dieci imputati, tutti ex dirigenti dell’azienda fondata da Camillo Olivetti, erano stati condannati a pene più leggere.

Si era detto e scritto che per capirne di più si sarebbero dovute attendere le motivazioni che però tarderanno ad arrivare.

I giudici della terza sezione hanno infatti chiesto e ottenuto, questa estate, ulteriori novanta giorni di tempo. La richiesta è stata inoltrata dal presidente del collegio giudicante, Flavia Nasi, il 13 luglio ed è stata concessa con decreto dal presidente della sezione penale Edoardo Barelli Innocenti.

Sia come sia e a prescindere dalla complessità degli argomenti, negli ambienti giudiziari si dà quasi per scontato il ricorso da parte della Procura generale di Torino come peraltro ha già più o meno preannunciato il sostituto procuratore Carlo Maria Pellicano.

Insomma, se tanto ci dà tanto, tutto dipenderà dai giudici della Corte di Cassazione.  E tutto si può dire, tranne che quelle 14 persone morte tra il maggio del 2004 e il giugno del 2012 per mesotelioma pleurico, mesotelioma peritoneale o carcinoma non siano un fatto acclarato.

Il processo a Ivrea

In primo grado, scriveva il giudice Elena Stoppini di Ivrea, il processo avrebbe “ampiamente dimostrato l’utilizzo di talco contaminato da tremolite sino al 1981”, materiale che “non venne immediatamente sostituito, ma rimase in uso quanto meno sino alla primavera del 1986”.  Nelle motivazioni (ben 170 pagine) si ricostruisce l’intera istruttoria, attribuendo precise responsabilità ai vertici dell’azienda. Perché, si legge, “risulta ampiamente provata l’effettiva titolarità della figura di datori di lavoro in capo” agli imputati. Così come “è ampiamente provato l’omesso e/o negligente esercizio di tali poteri che, se correttamente dispiegati, avrebbero avuto effetto impeditivo degli eventi lesivi verificatisi”.

Secondo il giudice, inoltre, “la tempestiva valutazione del rischio amianto, e la conseguente adozione di idonee misure prevenzionistiche, avrebbero eliminato o, per lo meno ridotto, l’esposizione delle persone offese alle fibre tossiche e conseguentemente impedito, o quanto meno ritardato, l’insorgenza delle patologie di asbesto correlate”. Malattie causate – si legge ancora dalla “presenza di amianto nelle strutture dei vari siti” e dalla “aerodispersione di fibre di amianto negli ambienti di lavoro”.

Cosa può aver motivato la decisione della Corte d’appello

È possibile che siano stati considerati insormontabili gli stessi ostacoli incontrati in una serie di procedimenti penali in materia di morti da amianto.

Da un parte i dirigenti pronti a sostenere che nulla sapevano sugli effetti devastanti della sostanza, dall’altra medici legali che non riescono a collocare nel tempo il preciso momento dell’insorgenza del cancroi. Così, nel ricambio spesso intenso dei manager, non si riesce a individuare i responsabili diretti delle morti.

Per l’Olivetti, sembrava che il giudizio di primo grado fosse scaturito dalla certezza che tutti e due gli ostacoli erano stati superati dai risultati delle indagini. Il giudice si era convinto che i fratelli De Benedetti sapessero dell’amianto, perché l’Olivetti dei De Benedetti aveva commissionato uno studio specifico al Politecnico di Torino, che aveva rilevato la presenza di fibre inquinanti in percentuale decine di volte superiori alla soglia di rischio.

Inoltre, la lunga permanenza dell’Ingegnere e di suo fratello al vertice dell’Olivetti (rispettivamente, 18 e 11 anni di regno) erano stati considerati sufficienti per la sentenza di primo grado a inchiodarli alle loro responsabilità.

Il processo bis

Esiste un secondo filone, per il quale la Procura di Ivrea ha richiesto una proroga del termine di chiusura delle indagini preliminari ed è verosimile pensare che si attenderanno gli esiti del processo in appello. Qui i casi di mesotelioma pleurico accertati sono 15. E sono 4 persone ancora in vita, ma gravamente ammalate per patologie chiaramente collegate all’esposizione all’amianto, più 11 decessi, quasi tutti nel corso del 2016, tra cui Tullio Paghera, molto conosciuto in tutto il Canavese.  Tra i diciotto indagati, molti dei quali già condannati in primo grado, figurano nuovamente Carlo e Franco De Benedetti, l’ex ministro Corrado Passera e Roberto Colaninno. Si aggiungono nomi nuovi. Per esempio quello dell’ex deputato Ds Giorgio Panattoni, 79 anni, e dell’ex dirigente Luigi Pescarmona, 80 anni. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo e lesioni colpose in concorso.

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