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GROSCAVALLO. Torna a Forno il tesoro della Val Grande

GROSCAVALLO. Torna a Forno il tesoro della Val Grande

La consegna del'altare di Forno (foto del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale)

(di Andrea Parodi). Tra qualche giorno un camioncino risalirà lentamente la Val Grande con tre casse in legno. Al suo interno, smontato in vari pezzi, è contenuto il «tesoro della Val Grande», ovvero lo stupefacente altare ligneo del Santuario di Forno Alpi Graie risalente al primo quarto del Settecento, intarsiato in avorio e recentemente attribuito a Luigi Prinotto, uno dei più grandi ebanisti piemontesi barocchi.  Si chiuderà così un cerchio aperto lo scorso ottobre, quando lo stesso camioncino ha compiuto il medesimo percorso, ma al contrario, con direzione Venaria Reale. Per quasi otto mesi l’altare è stato prima custodito e poi sottoposto al più importante intervento di restauro della sua storia. Lo scorso martedì, a Venaria, al termine dei lavori, è stato presentato in una piccola e breve cerimonia, presenti la Sovrintendenza, lo stato maggiore del Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale, la Fondazione CRT (che ha finanziato quasi interamente l’operazione) e la proprietà dello stesso altare.  Grande soddisfazione è stata espressa da Luisa Papotti, Soprintendente Belle arti e Paesaggio per il comune e la provincia di Torino, che ha speso parole di grande ammirazione per lo stesso altare: «Un tesoro che vale un viaggio a Forno: per la bellezza ebanistica, per il Santuario stesso, per lo scenario unico dove è posizionato, ovvero una valle straordinaria dominata da rocce quasi magiche». Luisa Papotti, che non nasconde un suo personale legame affettivo con la valle (in particolare con Cantoira) fa riferimento anche alla bella sinergia creata tra i suoi collaboratori, in particolare il dott. Mario Epifani, il Centro di Restauro di Venaria (il cui laboratorio di «arredi lignei», coordinato da Paolo Luciani, è leader mondiale), la Fondazione CRT che ha finanziato e la proprietà, rappresentata da don Claudio Pavesio, accompagnato alla cerimonia dalla sindaca Maria Cristina Cerutti Dafarra in rappresentanza dei groscavallesi.  Il cerchio che si chiude in queste ore (per il prossimo fine settimana – maltempo permettendo - l’altare sarà già montato e visibile al pubblico e ai fedeli) è anche riferito alle numerose polemiche sorte tra la popolazione nei mesi precedenti al suo trasferimento, con proteste e raccolte di firme per una petizione affinché il capolavoro di Prinotto non lasciasse il Santuario. Voci di paese, ingigantite dal passaparola, temevano una «partenza senza ritorno», o addirittura di «possibilità di danneggiamento». Restaurare l’altare in loco sarebbe stato impossibile, oltre che estremamente più caro. Tutte le opere d’arte più famose (dai quadri di Leonardo ai mobili del Piffetti) sono quotidianamente spostati per i restauri. A maggior ragione gli arredi lignei, che più di altri hanno bisogno di una operazione complessa preliminare, effettuabile solo in laboratorio: quella della disinfestazione da tutti i parassiti, anche in stato larvale. «L’altare di Forno, così come tutti i capolavori di ebanisteria – spiega Stefania De Blasi del Centro di Venaria – sono accuratamente smontati nei suoi vari pezzi e singolarmente trattati nella “Bolla”». Si tratta di una struttura plastica privata dell’ossigeno e riempita di idrogeno per la disinfestazione completa. Il trattamento dura 21 giorni prima di procedere ai successivi passaggi. Il restauro vero e proprio è durato tre mesi, durante i quali si sono alternati cinque restauratori. Tra questi – ironia del destino – Andrea Minì, compagno di una ragazza di origine groscavallese. Minì si è occupato in particolare delle parti mancanti in avorio dell’altare, sostituite con un derivato sintetico (tecnicamente, “galalite”) del tutto simile all’avorio, ma riconoscibile al restauratore e allo studioso del futuro. Tutti gli interventi sono stati realizzati, secondo le tecniche più avanzate, per dare uniformità visiva all’occhio dell’osservatore, contrassegnando le eventuali aggiunte. Un restauro deve consegnare l’opera d’arte nelle migliori condizioni possibili per le generazioni future. Proprio in quest’ottica tutte le singole dorature e le applicazioni ex novo sulle parti mancanti sono state segnate con un pigmento fluorescente (o l’applicazione di bismuto, uno speciale metallo). Invisibili all’occhio nudo, ma individuabili con una speciale lampada o una radiografia. L’intera operazione è stata possibile grazie al decisivo intervento della Fondazione CRT che ha finanziato il complesso intervento (25 mila Euro sui 32 mila totali, per il resto coperti dallo stesso Santuario).  
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