La strada antica tra Cuorgné e Pont passava sulla destra orografica dell’Orco, come ben documentato dai numerosi ritrovamenti archeologici risalenti all’epoca romana.
Ancora nel 1600 il fiume correva radente le colline di Salto e Priacco, specialmente nelle zone di Voira e Caudano, rendendo assai problematico il passaggio da quel lato.La notevole importanza di questo percorso risulta già dai primi documenti medievali, per la possibilità, almeno nel periodo estivo, di passare oltralpe attraverso i valichi di montagna del Carro e della Galisia, il cui toponimo stesso richiama la “Gallia”, l’attuale Francia.
Era un ramo “minore” della via detta “francigena”, meno importante rispetto alle vallate vicine d’Aosta e di Susa, ma pur sempre importante per il traffico locale data la minore lunghezza del percorso e l’assenza di problemi doganali o politici, che compensavano le maggiori difficoltà naturali.Significativo in proposito il documento del 1142 col quale Guido de Canavise(antenato dei Valperga e dei San Martino) con i suoi nipoti dona la chiesa di Santa Maria di Noasca con le sue pertinenze alla chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, con il vincolo di impiegarne i redditi per aiutare i pellegrini diretti in Terra Santa. Sullo stesso atto compare analoga donazione della chiesa di San Michele in Rivarolo a suggerire la presenza in queste due località di posti tappa per i pellegrini.(1)
Il tracciato di questa strada, almeno nel tratto meglio documentato posto immediatamente a monte di Cuorgné, subì parecchie modifiche, in parte legate allo spostamento del fiume, parecchio irregolare specie dopo le furiose piene, ben testimoniate nei verbali cittadini redatti a scopo fiscale sia per esonerare gli agricoltori danneggiati sia per gli impegni economici dovuti alla ricostruzione del ponte sull’Orco, ed anche negli ultimi tempi per la costruzione degli impianti idroelettrici con relativi canali che hanno modificato il paesaggio e la viabilità. La strada ha condizionato anche la diversa evoluzione con ampliamenti o abbandoni di talune borgate di Campore.
Prima del 1600 la strada correva più vicina al torrente, toccava la cappella di San Gaudenzio quasi sulla scarpata dell’Orco, poi attraverso il romano “Tabuletum” raggiungeva un passaggio obbligato nelle immediate vicinanze della vecchia cappella di San Giuseppe e da questa si dirigeva a Sant’Anna di Campore.
Dopo il 1600 furono fatte due rettifiche: la prima da Cuorgné tagliò fuori San Gaudenzio e presso la nuova strada sorse la cappella della Beata Vergine di Loreto alla quale fu unito in seguito il cimitero di Cuorgné. Da San Giuseppe a Sant’Anna la strada fu pure rettificata più a sinistra e più discosta dalla sponda del fiume. Con quest’ultima modifica non passò più direttamente davanti alla cappella di San Giuseppe, che protendeva il suo portico a coprire la strada stessa.(2)
Inoltre fino al 1700 ogni strada carrettabile si arrestava a Cuorgné, e verso monte le merci erano portate a dorso di mulo. E’ probabilmente in quest’epoca che si tenta di adattare la strada anche ai carri; il percorso dopo Campore era comunque stretto, a picco sul fiume e percorribile solo dai carri più piccoli, come si può vedere ancora in alcuni puntidai segni lasciati sulle pietre dall’usura delle ruote.
Le persone invece viaggiavano con le loro gambe, anche perché il denaro era scarso e tutti cercavano di risparmiare.
Dopo la metà del 1700, e precisamente nel 1768 inizia la costruzione della strada dal lato opposto dell’Orco attraverso Salto, concessa da Carlo Emanuele III su istanza del cav. Falletti di Pont e dei Podio di Cuorgné. Le industrie che proprio in questo periodo si stavano sviluppando, necessitavano di collegamenti comodi, rettilinei e di larghezza sufficiente al passaggio dei trasporti sempre più pesanti ed ingombranti. Senza contare poi lo sfruttamento delle cave di pietra di Pont e di marmo di Stroba, all’imbocco della Val Soana, preziose in un’economia ancora in gran parte autosufficiente.
Lungo le strade, come anche sui semplici sentieri, era consuetudine innalzare dei piloni con immagini sacre a scopo devozionale ma anche per intercessione ed aiuto nel percorso; nei luoghi più frequentati si aggiunse davanti un semplice portichetto per riparare i viandanti dalle intemperie ed invitarli ad una sosta e ad una preghiera. Sovente con il tamponamento in muratura delle parti laterali del portico e l’apposizione di un semplice cancello in legno, per consentire la visione dell’immagine sacra, si diede origine a cappelle campestri.
Salvo poche fortunate eccezioni (come la cappella di San Grato a Cuorgné poi divenuta chiesa cappuccina ed infine salesiana della quale conosciamo con precisione l’anno di fondazione) non è possibile risalire alla data esatta di costruzione di queste cappelle, essendo gestite direttamente dalle famiglie private del posto tramite “tesorieri” senza obbligo, almeno nei primi tempi, di render conto ai parroci o ai comuni, per cui tanti documenti andarono dispersi.
Gli stessi vescovi nel corso delle loro prime visite pastorali, obbligatorie dopo il Concilio di Trento, concentrano l’attenzione sulle chiese parrocchiali, poste al centro della vita religiosa cittadina, ignorando le chiese minori se non per rilevare possibili concorrenze con le funzioni parrocchiali.
Le cappelle minori del territorio cuorgnatese compaiono citate per la prima volta nella visita pastorale del 1633 di mons. Antonio Provana dei conti di Collegno.(3) Il prelato non si reca di persona a visitarle ma invia il 19 settembre uno dei suoi “convisitatori” che ridige il relativo verbale. La cappella a Campore intitolata alla “Beata Maria Vergine e a San Giuseppe” è trovata molto povera e spoglia, priva anche della porta; dispone di munirla del necessario, altrimenti le funzioni religiose siano trasferite in un’altra cappella vicina.
Nel 1674 nella visita dell’arcivescovo Michele Beggiano (4)risulta che la cappella è chiusa da cancelli di legno che ordina di rifare per poterli chiudere in modo più sicuro. Si presenta con la volta imbiancata e possiede una piccola campana per convocare i fedeli della borgata.
Dal libro dei conti della cappella risulta che si faceva colletta nei giorni di fiera e che alla festa patronale era consuetudine sparare i mortaretti. Tra gli acquisti risulta “un tabernacolo di legno colorito di verde e profili d’oro... fatto l’anno 1768.”
Il prevosto Giovanni Battista Borletti nel 1769 in una sua relazione all’arcivescovo annota la situazione delle cappelle locali. Quella di S. Giuseppe è proprietà “dei particolari del cantone amministrata da priori annuali e tesoriere eletto dal parroco. La facciata guarda verso mezzanotte, con strada pubblica davanti. La volta è in buon stato, il pavimento in bitume in cattivo stato. Ci sono solo due banchi e una sedia. All’altare un quadro con Gesù, Giuseppe e Maria con cornice dorata e piccolo baldacchino sopra, contraltare di legno pitturato rappresentante san Giuseppe. Vi si celebra la messa cantata la terza domenica dopo Pasqua.”
L’arcivescovo mons. Francesco Rorengo di Rorà nel settembre 1772 rileva dei buchi nei muri esterni ed una grossa pianta di castagno troppo vicina che minaccia di rovinarla e dispone di provvedere in proposito.(5)
All’inizio del 1800 si possono far risalire dei lavori a questa cappella. Stilisticamente la porta di legno è di questo periodo. Notiamo poi che il campanile primitivo si trovava sul tetto di una grangia vicina alla cappella, sotto forma di un semplice piliere, biforcato all’estremità per far posto alla campana. Sulla porta d’ingresso ancora nel 1950 si trovava un piccolo dipinto, espressivo e di buon disegno, contornato da una cornice gialla imitante quella di un quadro, con san Giuseppe che, appoggiato in un angolo il suo bastone fiorato, si stringe al petto il Bambino Gesù che, seduto su un cuscino, gli accarezza il viso. Sotto tale dipinto si trovava una scritta composta da quattro righe: sulle prime due si ripete il nome Giuseppe in lettere ebraiche, arabe, samaritane, caldee, siriache, etiopiche, egizie, armene e greche, seguite poi dalla scritta:Camporei ante IOSEPH aliud statuere sacellumHis pater ad superos qui potes affer. opem.
(Gli abitanti di Campore davanti a San Giuseppe edificarono un altro santuario
ad essi padre che puoi procura abbondanza presso i viventi)
E’ possibile vi fossero altre due righe sottostanti coperte da intonaco. L’uso di tutte queste lingue induce a ritenere che l’autore di questa scritta sia stato l’insigne orientalista Gian Bernardo De Rossi, nativo di Castelnuovo Nigra e professore di lingue orientali dal 1769 al 1821 presso l’Università di Parma, che ritornava regolarmente al paese natale intrattenendo strette relazioni con i religiosi locali e gli studiosi piemontesi.(6)
La cappella è restaurata nel 1911 da parte della ditta Perona fu Luigi di Cuorgné che alza i muri perimetrali e ricostruisce la facciata, il pavimento ed i serramenti; si appone sulla facciata la data “28 dicembre 1911”.
Il campanile primitivo, risalente alla prima metà del 1800, si trovava sul tetto di una grangia vicina e consisteva in un semplice piliere, biforcato all’estremità per far posto alla campana. Il nuovo campanile è costruito nel 1922, distaccato dal corpo della cappella; la campana è benedetta il 13 maggio, padrino il cav. uff. Adolfo Pagliotti e madrina la sig. Domenica Pagliotti nata Giachetti.
Per far fronte al sempre maggiore fabbisogno di energia della Manifattura cuorgnatese, in piena espansione, si rende necessario il potenziamento degli impianti idroelettrici i cui canali attraversano il territorio di Campore. Si decide l’ampliamento della centrale di Campore Basso (Goritti), già entrata in funzione nel 1925 ma con un canale di ridotta portata in muratura e pietrame a secco, con una centrale più moderna alimentata da un canale in cemento di notevoli dimensioni. I lavori iniziano nel 1943 e la nuova centrale entra in funzione nel 1948.
La cappella di San Giuseppe, con il tratto di strada che vi passava davanti, viene a trovarsi al di là del nuovo canale ed a pochi metri di distanza; gli abitanti del luogo manifestano disagio per l’umidità (si verificano infiltrazioni d’acqua all’interno che arrecano danni alla struttura), l’accesso (la strada è stata spostata dal lato opposto) e la paura di un cedimento del canale, che si verificherà pochi anni dopo fortunatamente dal lato opposto. Si fa strada quindi l’ipotesi di ricostruirla sul cocuzzolo sovrastante, a poche centinaia di metri, in posizione sicura e panoramica.
Grande sostenitore dell’opera è il canonico Domenico Massè, originario del luogo e grande studioso di storia, ritiratosi a Cuorgné come cappellano della chiesa di San Giovanni dopo una vita dedicata all’insegnamento.(7) Si costituisce ufficialmente il “Comitato pro erigenda nuova Cappella di San Giuseppe” che cura la raccolta dei finanziamenti, la cessione dei terreni, le pratiche burocratiche. Il canonico stesso scrive in una lettera del 25 settembre 1960 al Presidente della Manifattura lamentando il mancato rispetto delle distanze di legge del canale dalla cappella ed una serie di motivi di carattere morale per la cappella “ridotta in luogo umido e oppressivo” con “la gente in continuo timore di una improvvisa rottura del canale” come già verificatosi poco prima. “La Manifattura rifece il tratto crollato e rinforzò anche il muro dalla parte della cappella, e può darsi che a rigore di tecnica non esista più pericolo di crollo ed il canale a perfetta tenuta non dia più le vecchie infiltrazioni. Ma a torto o a ragione la gente è rimasta così suggestionata dal pericolo e disaffezionata dalla inamenità del luogo, che la ventina di famiglie interessate, benché di modeste condizioni economiche, si sono ora decise a ricostruire la vecchia cappella in località più amena e più sicura, quotandosi per una prima raccolta di fondi di lire 50mila per famiglia. Il costo totale della pur modesta costruzione si aggira sulla somma, per esse troppo alta, di circa quattro milioni; ed è questa la ragione dell’appello alla beneficenza delle Ditte e Banche cuorgnatesi, prima fra esse codesta Manifattura di Cuorgné.” (8)
Risulta che già anni prima la Manifattura aveva offerto la cifra di lire 50mila come risarcimento, rifiutata perché ritenuta troppo esigua; un mese dopo la lettera del can. Massè offre un contributo di lire 200.000 che è accettato, ponendo termine alle polemiche.
La rapida raccolta dei finanziamenti consente di accelerare i tempi: si stipula un compromesso di vendita dei terreni necessari alla nuova costruzione tra il tesoriere Giuseppe Massè fu Giacomo ed i venditori Natale Massè e i fratelli Natalina e Giuseppe Rairi. Giuseppe Massè, cugino del canonico, redige il progetto della nuova costruzione, elegante e luminosa con facciata volta a mezzogiorno, che riscuote subito l’approvazione.
Nell’adunanza del Comitato del 20 novembre 1960, presenteoltre al canonico anche il cappellano, il salesianodon Francesco Ferrarino, si delibera di affidare i lavori di muratura alla ditta Pianasso Giacomo e figli di Prascorsano per la somma di £. 1.300.000. Parte dei lavori sono fatti direttamenta dagli abitanti: sbancamento del terreno, muro di contenimento verso la strada... Il soffitto è rivestito con perline di larice dal falegname Armando Chiartano.
Nei primi mesi del 1962 termina la costruzione e si stabilisce la data della consacrazione.
Il 12 maggio in processione notturna il parroco can. don Domenico Cibrario, delegato dal cardinale alla consacrazione, con l’assistenza del viceparroco e del canonico Massè, si reca sotto la pioggia, recitando il rosario, alla vecchia cappella. Si preleva il vecchio quadro di san Giuseppe e lo si porta pregando e cantando alla sua nuova sede. Segue la messa. Il giorno dopo festa solenne del Santo titolare. Si trasferisce anche nella nuova sede il vecchio tabernacolo in legno dorato, sovrastato da un’aureola con al centro la reliquia di san Giuseppe.
La cappella perde uno dei maggiori sostenitori per la morte il 30 luglio 1963, a seguito della caduta da un albero proprio a Campore, del canonico Domenico Massè.
La cura degli abitanti per la cappella prosegue costantemente: il 7 novembre dello stesso anno si ottiene la concessione all’erezione della Via Crucis, rilasciata dal padre Adriano Carignano, guardiano del Santuario di Belmonte. Nel marzo 1964 si colloca sulla facciata un artistico mosaico della ditta Teodorico di Torino, raffigurante san Giuseppe con Gesù Bambino, costato £ 160.000; nel 1966 si acquista una nuova campana, del peso di kg 103 fusa dalla ditta Roberto Mazzola di Valduggia. Nel 1975 si sostituiscono il portone principale e le due porte di legno con artistiche porte in ferro battuto, opera del fabbro Carlo Piana.
L’improvvisa morte per incidente stradale nel 1974 del cappellano don Ferrarino e la presenza sempre più ridotta di sacerdoti, provoca un diradamento delle funzioni religiose; ci si augura che questa cappella possa proseguire “ad invitare alla preghiera ed a testimoniare che la fiamma dell’antica Fede continua ad ardere viva e fulgida nel cuore della nostra gente.” (9)
Note1 M. Bertotti, Noasca e la cappella di Balmarossa, in: Documenti di Storia Canavesana, Ivrea, 1979, p.170.2 M. Bertotti, La cappella di Campore sulla strada romana delle Valli, ibidem, p.128 e seg.3 Di questa visita non esiste copia nell’Archivio Arcivescovile di Torino, ma è conservato solo un brogliaccio, una brutta copia, nell’Archivio Parrocchiale di Cuorgné, di lettura molto problematica per la calligrafia stenografica e le numerose abbreviazioni.4. Archivio Arcivescovile di Torino,7-1- 20, p. 160.5. Ibidem, 7-1-46.6. G.,L., M. Bertotti, Appunti per una storia di Cuorgné. Vita religiosa, Cuorgné 2011, p.2287. G. Bertotti, Don Domenico Massè (1889-1963) in: Vivere Cuorgné, Bollettino Parrocchiale, settembre 1998.8. Archivio della Cappella di San Giuseppe a Campore, conservato dal tesoriere sig. Franco Buffo che si ringrazia per la collaborazione.9. M. Bertotti, La cappella di Campore..., op. cit., p. 129.
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