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I partigiani-operai della ditta Tommaso Genisio di Cuorgnè

I partigiani-operai della ditta Tommaso Genisio di Cuorgnè

Cuorgné, 9 maggio 1945: sfilata partigiana. Il secondo da destra, in prima fila, è Salvatore Giunta

Nell’anno del Signore 1918, mentre ancora tuonava il cannone sui fronti della lunga guerra europea, due giovani, figli di contadini della montagna canavesana, lui ventotto, lei ventisei anni, pensarono che, se i grandi della terra non si decidevano a fare la pace, loro due avrebbero dato l’esempio coronando il loro sogno d’amore, unendolo ad un atto di fede e di speranza: illuminarono il buio di quegli anni con il loro matrimonio e con le sofferenze delle loro esperienze. Tommaso Genisio, di Pratiglione, dall’età di nove anni si era impegnato nel duro lavoro di dieci ore in un’officina di stampaggio di Forno Canavese, distante tre chilometri abbondanti dalla propria casa; sua moglie, Maria Cinotto, era rimasta orfana di padre quando aveva quattro anni, assieme al fratello di sei, viveva a Canischio nella piccola borgata di Cà ‘d Bedin. Naturalmente vennero su senza grilli in testa, ma ciascuno con un sogno. Tommaso quello di mettersi in proprio in una fabbrica di stampaggio, lei di avere un piccolo atelier in cui preparare abiti per le forosette e per le spose del paese. Nove anni dopo le nozze già avevano risparmiato un gruzzolo sufficiente ad acquistare un terreno nella periferia di Cuorgnè, lo recintarono, vi costruirono un capannone nel quale sistemarono, un pezzo per volta, la prima attrezzatura: una berta a cinghia con forno a carbone, un trapano, una fresatrice, una pressa, un tornio, una mola ad acqua… era nata l’officina di stampaggio Genisio Tommaso, il quale preparava gli stampi e insegnava ad alcuni giovani pieni di buona volontà i segreti del mestiere, Maria (detta Mainota) lasciò stare ditali e ago e si dedicò all’amministrazione, a trattare con i primi clienti, a discutere con i fornitori della materia prima. Le cose andavano bene, si producevano pedivelle per biciclette, pezzi di ricambio per automobili e autocarri della FIAT, diversi particolari per le Ferrovie dello Stato. Il lavoro non mancava, anzi ogni cliente diveniva un propagandista per questa piccola officina che lavorava con tanta precisione e perfetta puntualità. Ma nuvole nere si affacciavano sulla tranquilla operosità dell’Europa e fu la guerra. Anche le piccole aziende, come quella messa su dai nostri due sposi canavesani, videro le commesse di pace crollare mentre lo Stato insisteva per avere forniture belliche. A Tommaso fu proposto di costruire bombe, ma rifiutò. Poi, per la sopravvivenza dell’azienda e della famiglia (i figli erano quattro), fu necessario accettare di essere una delle tante officine impegnate nello sforzo bellico nazionale. La stamperia di Cuorgnè fabbricava cingoli per carri armati, ingranaggi per radar, percussori e impugnature per mitragliatrici e perfino dei “golfari” che ben pochi sapevano e sanno che cosa siano, ma con quel termine in tempo di pace “si definiva qualsiasi tipo di anello metallico messo in opera nell’allestimento navale per legarvi cavi e paranchi” e che durante la guerra indicavano anelli cui si fissavano, negli aerei da bombardamento, le bombe. Certo, in quelle fabbriche nate per stampare oggetti atti a migliorare il lavoro dell’uomo in un mondo pacifico, ora la pazzia umana costringeva a fabbricare oggetti di distruzione e di morte. Ma alcune di queste aziende – e quella dei Genisio ne fu un esempio- a un certo punto divennero anche luoghi importanti per aiutare uomini impegnati a tessere una forma di silenziosa resistenza contro le forze del male. Nel caso specifico la cosa era aiutata dalla posizione topografica della fabbrica, a pochi metri di distanza dal bivio da cui la strada, allora provinciale, si diparte in due direzioni: quella per Alpette e quella per Prascorsano-Forno. In questo bivio quando la guerra divenne un conflitto tra italiani, il comando fascista sistemò un posto di blocco, in cui i soldati repubblichini soffrivano la paura dei lunghi appostamenti, il calore dell’estate e il gelo dell’inverno. Nella vicina casa essi trovavano un po’ di ristoro, un bicchier d’acqua o una di quelle brodaglie calde che sostituivano, come potevano, i caffè. E anche occasione di scambiar quattro parole e talora di lasciarsi sfuggire qualche confidenza. Ma si fermavano anche partigiani, talora feriti o ammalati, e ricercati dai fascisti, talora bisognosi di cure o di riposo, di qualche parola buona e di documenti che servissero a ingannare la poliziesca ricerca di tedeschi o di fascisti. Specialmente le sorelle Cecilia e Margherita Genisio, staffette partigiane, si dedicarono a questo “traffico” che, se scoperto, sarebbe stato punito ferocemente: forse con la deportazione o forse con la fucilazione. Si trattava di fornire a uomini della Resistenza il “tesserino verde” o “lasciapassare bilingue tedesco-italiano” o “Personalausweis” il cui intestatario godeva di libertà di circolazione ed era esonerato dal servizio militare perché dipendente d’industria produttrice di materiale bellico. La cosa non era complicata ma, come detto, molto pericolosa. La signora Maria o Cecilia - seguendo l’esempio di molte altre aziende meccaniche del Canavese - andavano negli uffici comunali di Cuorgnè a  ritirare  la domanda per il rilascio di tesserino da completare con  i dati della persona interessata, il timbro dell’azienda e la firma del suo titolare. Salivano, poi, sul treno per portare quel foglio al Comando tedesco, presso il Distretto Militare in Corso Matteotti a Torino, dove ritiravano il Personalausweis. Ritornate a Cuorgnè, sul lasciapassare bilingue mettevano foto e dati dell’interessato, timbro della ditta e la firma di Tommaso Genisio. Il giorno seguente, sempre in treno, ritornavano al Distretto Militare affinché il Comando tedesco apponesse il suo timbro di convalida. Tra i molti operai “inventati” dai Genisio vi furono anche due militari di cui le sorelle Cecilia e Margherita ci hanno ricordato la storia. Ne parliamo più avanti. Ora desideriamo concludere questa parte sull’attività della famiglia Genisio, con una curiosità che s’inserisce su quanto sopra detto, che cioè nella casa di questa benemerita famiglia, finirono di incontrarsi soldati repubblichini della Monterosa e giovani della Resistenza. L’incontro, preparato con cura una sera dell’aprile 1945, avvenne tra due sottufficiali della Monterosa – i sergenti Del Nero e Della Mea – e due comandanti partigiani – Gimmy, cioè Giacomo Troglia Ris e Walter, cioè Domenico Carrera –, i quali discussero della situazione e trovarono le basi per un accordo che prevedeva la “resa con gli onori delle armi” delle truppe repubblichine di stanza a Cuorgnè. I due sergenti della Monterosa informarono la truppa e, come da accordi, la sera del 24 aprile verso mezzanotte tre camion carichi di soldati repubblichini lasciarono la caserma e, davanti alla casa dei Genisio, vennero presi in consegna dal comandante Walter il quale, salito su una macchina, accompagnò il convoglio a Forno Canavese. Nel frattempo il sergente Della Mea, sapendo di rischiare la fucilazione, si recò al proprio comando per riferire dell’accordo e comunicare che la caserma era quasi vuota. Per fortuna niente fucilazione, ma la confessione degli ufficiali che lo informarono che, tramite il parroco di Cuorgnè, don Domenico Cibrario, e il comandante della VI Divisione “Giustizia e Libertà”, Bellandy (Luigi Viano), erano state avviate  trattative a livello più alto. Il comando partigiano, infatti, temendo tradimenti o ripensamenti si era cautelato attivando una doppia trattativa. Non ci furono, però, tradimenti e poco più tardi, nelle prime ore del mattino del 25 aprile, dopo un finto attacco partigiano alla Caserma Pinelli con una finta sparatoria, la Monterosa si arrese. I comandi, partigiano e fascista, erano riusciti a far  cessare quella lotta fratricida ed erano desiderosi di avviarsi, anche qui, verso un mondo sereno e pacifico.  Enrico Salvatore Giunta (nome di battaglia Saggico). Siciliano di Caltanissetta, nel settembre 1943 si trovava nella Caserma Pinelli di Cuorgnè, in servizio militare col grado di sottotenente di complemento del 25° Artiglieria, Divisione “Assietta”. Dopo l’armistizio si rifiutò di collaborare con le forze nazifasciste e, con quasi tutti gli ufficiali del suo distaccamento, si rifugiò ad Alpette con armi e viveri. Dopo alcuni giorni gran parte degli ufficiali fecero ritorno a casa. Ad Alpette rimasero il tenente Zecchini e il Giunta a prodigarsi per riunire i militari sbandati e organizzare una resistenza armata. Insieme a Titala (Battista Goglio) e Gino Seren Rosso (Aquilotto Secondo) creò le prime formazioni di partigiani combattenti dell’Alto Canavese e il suo gruppo con quello di Titala minò il ponte di Buasca per impedire che forze corazzate tedesche attaccassero il gruppo “Nicola” a Forno. L’azione rallentò l’avanzata tedesca permettendo ai partigiani di organizzarsi meglio e trovare postazioni più sicure. Successivamente per divergenze con Titala, di ordine tattico, il gruppo di Giunta si stacca e passa nell’VIII Divisione Vall’Orco comandata da Gianni Massucco. A inizio settembre 1944 è arrestato dalla X Mas nei pressi di Cuorgnè, mentre, con moschetto a spalla scendeva dalla montagna. Al momento del fermo mostra il suo “tesserino verde” di dipendente della ditta Genisio e scatta così anche l’arresto del signor Tommaso e delle sue figlie che vengono portati nella caserma Pinelli e  rinchiusi, separatamente, in alte gabbie di legno. In cella rimarranno parecchi giorni, poi, dopo le pressanti richieste della signora Maria prima liberano il marito, affinché possa riprendere la direzione dell’azienda e, successivamente, la giovanissima figlia Margherita. Cecilia rimane in prigione e più tardi, al momento di essere liberata, chiede di restare ancora un po’ come infermiera volontaria per curare donne partigiane e altre detenute, familiari di persone ricercate. Anche il Giunta viene portato nella caserma Pinelli ove è interrogato a lungo. Ma non rivela nulla e di conseguenza subisce atroci sevizie quali: pugni, schiaffi, manganellate, colpi inferti da palline di acciaio appese a dei fili e fiammiferi accesi infilati nelle dita e nelle unghie dei piedi. Semisvenuto, allo stremo delle forze, viene infine portato nella stalla della caserma per essere fucilato. Il plotone è già schierato quando arriva l’ordine di sospendere l’esecuzione. I suoi aguzzini sperano ancora di estorcergli informazioni e quindi lo scaraventano in una stanza buia. La mattina seguente gli comunicano che l’avrebbero trasferito a Torino nella caserma di via Asti per nuovi interrogatori e, nel caso non avesse collaborato, sarebbe stato deportato in Germania. Giunta chiese allora, alle quattro guardie di vigilanza, di potersi recare ai servizi igienici, posti nel cortile della caserma. Una volta entrato le guardie si allontanarono dall’ingresso. A quel punto il tenente fece appello a tutte le poche forze rimastegli e, dopo essersi arrampicato sui muretti laterali dei servizi, raggiunse il tetto e da lì il muro di cinta. Un tonfo, molto pericoloso per la notevole altezza, e si trovò in strada. Passò vicino a due soldati della X Mas facendo finta di soffiarsi il naso per coprirsi il viso, tumefatto dalle botte, e non farsi riconoscere. A fatica, zoppicando, attraversò la città e raggiunto un cascinale di margari svenne. Prontamente soccorso venne medicato e rifocillato. Avvertito il Comando partigiano, nella notte una pattuglia ben armata raggiunse, con una lettiga, la cascina e trasportò il tenente in Val Soana ove fu curato. Guarito riprese la lotta armata e il 9 maggio 1945, a Cuorgnè, sfilò con gli altri partigiani. A guerra finita, Salvatore, per dimostrare la sua riconoscenza alla signora Maria Genisio, che tanto l’aveva aiutato e sostenuto, accogliendolo in casa e procurandogli il Personalausweis, nel suo diario di partigiano scrive: (..) nobilissima persona che mi fu tanto cara… di una intelligenza eccezionale… ha dato un notevole contributo alla lotta contro i nazifascisti e meriterebbe di essere segnalata nella storia della Resistenza canavesana”. Giuseppe Conti. Nasce a Soresina, in provincia di Cremona, nel 1917. Nel 1938 presta servizio militare nel Genio Pontieri e dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940, prende parte, con l’Armata Po, a manovre militari in Veneto e in Lombardia. Il suo reparto, IX Battaglione Pontieri, passa poi alle dipendenze del Comando Genio di Torino (IV Armata) e il 7 aprile 1941 parte da Trino Vercellese per la Jugoslavia con la II Armata. A fine giugno dello stesso anno rientra in Italia, a Trieste. Da qui il 28 luglio 1941 parte per la campagna di Russia ove rimane sino al 1943 quando, il 28 febbraio, è rimpatriato. Dopo l’8 settembre, con la bicicletta di un amico, scappa da una caserma di Verona e giunge a casa il dodici dello stesso mese. Qui deve prendere una decisione importante: cosa fare e dove andare? In quei giorni, infatti, entrò in vigore un proclama del Comando germanico che obbligava tutti i soldati fuggiti dalle caserme a presentarsi al distretto della loro città per fornire le proprie generalità. Si trattava di un semplice controllo, ma già si sapeva che, a breve, sarebbero stati costretti ad aderire al Partito Fascista Repubblicano e a cooperare con i tedeschi. In caso di rifiuto sarebbero stati deportati in Germania per svolgere lavori pesanti in miniera o, peggio, per finire in campi di concentramento. Non presentarsi in caserma e fuggire significava salvare se stesso, ma non i familiari per i quali temeva rappresaglie da parte dei tedeschi. Aderire alla milizia voleva però dire tradire i suoi ideali e il vecchio esercito che aveva servito con fedeltà per ben sessantaquattro mesi, di cui circa trentasei trascorsi nei luoghi di battaglia in Jugoslavia e Russia.  Alla fine, convinto anche dai parenti, decide di non consegnarsi e di cercare un luogo sicuro per nascondersi. Quindi, il 19 settembre, con il compaesano Gino Scalvi, sale su un treno diretto in Piemonte. Arrivati a Cuorgnè, un ristoratore li indirizza a cercare rifugio presso un cascinale di Valperga in località Trucchi. Qui  conoscono un certo Vercellino, in possesso di “tesserino verde” della ditta Genisio, il quale suggerisce loro di procurarsi, al più presto, un documento simile per avere la possibilità di muoversi liberamente. Si recano perciò dai coniugi Maria e Tommaso  i quali li accolgono e li nascondono in attesa del tesserino.  Regolarizzata la sua posizione Conti resta a Cuorgnè sino a marzo 1944 quando si reca a Saronno ove rimane, da sbandato, sino al settembre dello stesso anno. Da allora e fino al termine del conflitto fa parte dei partigiani del varesotto e precisamente della Divisione Alto Milanese, dove prende il nome di battaglia Giovannino. Nel frattempo Conti non dimentica chi lo aveva accolto e protetto all’inizio del suo peregrinare e ritorna a far visita ai Genisio e a farsi rinnovare, nel 1945, il tesserino di operaio presso la loro officina. Il legame affettivo che unisce Giuseppe alla famiglia Genisio non sarà mai interrotto. E proprio le sorelle Genisio ricordano le sue sofferenze, conseguenza della guerra, che l’hanno accompagnato per tutta la vita. Sul fronte russo, infatti, aveva avuto dei congelamenti alla mano e alla gamba sinistra che gli causeranno dolori continui, senso di astenia e faticabilità all’arto inferiore con frequenti interruzioni dell’attività lavorativa. Ma non si demoralizza e durante le pause forzate si dedicherà alla costruzione di artistici presepi di gesso - da regalare a parenti e amici - che gli permetteranno di partecipare a mostre e vincere numerosi premi.  Cecilia e Margherita rammentano, inoltre, che il tormento più grande di Giuseppe non era fisico, ma risiedeva nel suo animo. Questi invitato, più volte, a raccontare qualche episodio sul periodo trascorso in Russia, si limitava a dire che aveva ricevuto cibo e ospitalità da molte famiglie russe e opponeva un secco rifiuto a riferire crudi episodi di guerra. Diceva semplicemente che non voleva e non poteva riferire ciò che aveva visto e subito.  La guerra, purtroppo, di per sé è già una tragedia, ma tragedia più grande è non trovare il coraggio di raccontarne le sue atrocità.   A conclusione di questo ricordo di Giuseppe Conti, le sorelle Cecilia e Margherita desiderano ribadire che la cosa più importante, scaturita dagli anni difficili della guerra, è il profondo legame affettivo che ha unito e unisce la loro famiglia con quella del Conti. Ancora oggi, dopo ben sessantasei anni, continua il reciproco scambio di visite e soggiorni: i Genisio dai familiari di Giuseppe, a Pizzighettone (Cremona), e viceversa i familiari di Conti a Cuorgnè, ospiti della famiglia Genisio. Quando, nel 1998, muore Giuseppe Conti, i suoi nipoti, Paolo Conti e Anna Maria Conti, con il marito Emanuele Castelvecchio e il figlio Marco, hanno voluto regalare alla famiglia Genisio il famoso “tesserino verde” di Giuseppe, come testimonianza e ricordo della loro bellissima e preziosa amicizia. Quel Personalausweis è stato la salvezza di Giuseppe e la “causa” di unione di due famiglie. Si ringraziano Cecilia, Margherita e Giuseppe Genisio, Michelangelo Martinelli ed Ezio Novascone per la collaborazione e per tutte le preziose notizie fornite. Articolo tratto dalla rivista Canavèis
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