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Addio a Mircea Lucescu, il calcio perde un gigante: l’ultimo gesto prima della morte commuove il mondo

Dall’Italia all’Europa, 37 trofei e una carriera infinita: il tecnico romeno muore a 80 anni dopo un infarto

Mircea Lucescu

Mircea Lucescu (Crediti sito: https://www.inter.it/)

Il mondo del calcio piange Mircea Lucescu, morto a 80 anni a Bucarest dopo un infarto che lo aveva colpito nei giorni scorsi. Una scomparsa che scuote profondamente non solo la Romania, dove era considerato un simbolo nazionale, ma tutto il panorama internazionale, segnato dalla sua lunga e vincente carriera da giocatore e soprattutto da allenatore.

Figura centrale del calcio europeo, Lucescu aveva lasciato il segno anche in Italia, guidando Pisa, Brescia e Inter. Proprio il club nerazzurro è stato tra i primi a ricordarlo, definendolo «uno dei tecnici più autorevoli e rispettati del panorama internazionale, capace di lasciare un segno profondo ovunque abbia allenato grazie alla sua visione, al carisma e a una straordinaria cultura del gioco».

La sua vita è stata interamente dedicata al calcio. Esordì da professionista nel 1963 e intraprese la carriera in panchina nel 1982, diventando negli anni uno degli allenatori più titolati della storia, con 37 trofei conquistati tra Turchia e Ucraina, alla guida di squadre come Galatasaray, Besiktas, Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev.

Fino all’ultimo non ha voluto abbandonare il campo. Solo il 26 marzo scorso aveva guidato la nazionale romena nei playoff mondiali contro la Turchia di Vincenzo Montella, partita persa ma affrontata nonostante le condizioni di salute precarie. Per esserci, era uscito dall’ospedale dove era ricoverato da tempo: «Non posso andarmene da codardo» aveva dichiarato.

Pochi giorni dopo, mentre preparava un’amichevole contro la Slovacchia, un nuovo malore lo ha costretto al ricovero. Sembrava fuori pericolo, ma un infarto lo ha fatto entrare in coma, lasciando poche speranze fino al tragico epilogo.

In Romania, insieme a George Hagi, rappresentava un’icona assoluta. La federcalcio romena lo ha ricordato con parole cariche di significato: «Perdiamo non solo un brillante stratega, ma anche un mentore, un visionario e un simbolo nazionale che ha portato il tricolore alle vette più alte del successo mondiale».

Da giocatore era stato bandiera della Dinamo Bucarest, con cui vinse sette scudetti, e protagonista con la nazionale, partecipando al Mondiale del 1970 in Messico da capitano contro avversari come il Brasile di Pelé e l’Inghilterra di Bobby Moore. Ma è in panchina che ha costruito la sua leggenda, guidando la Romania anche agli Europei del 1984 e tornando sulla panchina della nazionale nel 2024.

In Italia il suo nome è legato a stagioni intense: al Pisa nella Serie A 1990-91, quando i toscani arrivarono addirittura in testa alla classifica, e al Brescia, portato subito dalla Serie B alla Serie A nel 1992, prima delle dimissioni nel 1996 dopo quelli che il presidente Corioni definì “cinque anni stupendi”. Nel dicembre 1998 arrivò all’Inter, conducendo la squadra fino ai quarti di Champions League, prima di dimettersi nel marzo successivo dopo 22 partite.

Anche il Torino e il presidente Urbano Cairo hanno voluto ricordarlo, definendolo «maestro di calcio sempre elegante e signorile, uno degli allenatori più titolati nella storia del nostro sport».

Le reazioni alla sua scomparsa sono state immediate e diffuse: club, giocatori e colleghi di tutto il mondo hanno espresso cordoglio per un uomo che ha scritto pagine fondamentali del calcio moderno.

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