Dopo la stazione, tocca a Palazzo Botton: il vandalismo non si ferma a Castellamonte.
Il tempo di rifare i muri, e qualcuno torna a sporcarli. È successo di nuovo, nel giro di poche settimane. Dopo le scritte comparse a fine febbraio sull’ex stazione appena riqualificata, un nuovo episodio colpisce il centro storico: questa volta nel mirino è finito Palazzo Botton, dove un graffito è comparso su uno dei piloncini della balconata sopra piazzale Di Vittorio.
Il segno è simile a quello già visto. Vernice scura, tratti difficili da interpretare, nessuna traccia di quella che si potrebbe definire street art. Per molti residenti è semplicemente vandalismo. E c’è anche un elemento che colpisce: il disegno è stato realizzato all’esterno della ringhiera, a diversi metri di altezza. Un gesto che, oltre al danno, porta con sé anche un rischio evidente per chi lo ha compiuto.
A segnalare l’accaduto è stato ancora una volta Carlo Tesolin, presidente dell’associazione commercianti locali, che ha pubblicato foto e commento sui social. «Questo ragazzo, già noto anche alle forze dell’ordine, adesso deve aver deciso di distruggere anche il centro storico. Va fermato al più presto, altrimenti la città sarà presto un murale di scritte orribili. Palazzo Botton è appena stato ristrutturato con tanti soldini. Sveglia».
Le date mettono in fila i fatti: 28 febbraio, ex stazione imbrattata; 25 marzo, nuovo episodio nel cuore della città. Poco meno di un mese. Troppo poco per parlare di casi isolati. Tra i cittadini si fa largo l’idea che dietro ci sia la stessa mano, lo stesso modo di agire, la stessa firma lasciata sui muri appena sistemati.
Ma il nodo è più ampio. Castellamonte sta investendo per recuperare i suoi spazi simbolici, come dimostra la riqualificazione dell’ex stazione, costata circa 100mila euro tra tetto, pensiline e facciate. Interventi pensati per restituire identità e decoro. Che però, nei fatti, si scontrano con una fragilità evidente: basta una notte, una bomboletta, e il lavoro torna indietro.
Il rischio, a questo punto, è che il problema smetta di essere solo estetico. Quando un edificio appena restaurato viene colpito a distanza di settimane, il messaggio è chiaro: manca un argine, manca un controllo, manca soprattutto un senso condiviso del limite.
E infatti il clima si sta irrigidendo. Nelle parole di Tesolin emerge anche una preoccupazione ulteriore: «Se non lo faranno i genitori o le forze dell’ordine, temo che qualcuno andrà a prenderlo a casa». Non è solo uno sfogo. È il segnale di una tensione che cresce, alimentata dalla percezione che chi sbaglia continui a farlo indisturbato.
Il punto, allora, non è solo ripulire. Quello è il primo passo, necessario. Ma non basta. Perché la sequenza degli ultimi giorni racconta altro: una città che prova a sistemarsi e qualcuno che, con regolarità, la riporta indietro.
E a quel punto la domanda diventa inevitabile: quanto può reggere questo equilibrio, prima che il problema diventi qualcosa di più di una scritta su un muro?