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Cronaca
31 Gennaio 2026 - 11:08
Usura e fatture false, chiuse le indagini su un prestito da 300mila euro a tassi oltre il 35 per cento (immagine di repertorio)
Un prestito trasformato in una spirale di interessi fuori legge, clausole vessatorie e fatture false per mascherare i flussi di denaro. Si sono concluse le indagini della Guardia di Finanza di Varese su un articolato sistema di usura aggravata ai danni di un imprenditore della provincia di Novara, un’inchiesta che aveva già portato, nell’aprile 2025, al sequestro preventivo di circa 110 mila euro ritenuti profitto dell’attività illecita e di oltre 15 mila euro legati all’emissione di fatture per operazioni inesistenti.
L’attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio e condotta dalla Compagnia della Guardia di Finanza di Gallarate, si è ora chiusa con la notifica degli avvisi di conclusione delle indagini preliminari, ai sensi dell’articolo 415-bis del Codice di procedura penale. Il provvedimento riguarda due commercialisti di Gallarate, ritenuti dagli inquirenti responsabili di aver agevolato l’attività usuraria, e un imprenditore gallaratese che avrebbe materialmente concesso il finanziamento a tassi illegali. L’avviso è stato notificato anche allo stesso imprenditore novarese, indicato come vittima del reato di usura, per aver utilizzato in contabilità le fatture per operazioni inesistenti emerse nel corso delle indagini.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, la vicenda prende avvio da una situazione di grave dissesto finanziario. L’imprenditore novarese, amministratore di una società in difficoltà e dopo il diniego di ulteriori finanziamenti bancari, si sarebbe rivolto al proprio commercialista di fiducia per reperire liquidità. Sarebbe stato proprio il professionista a metterlo in contatto con un altro suo cliente, un imprenditore gallaratese, disposto a concedere un prestito.
Il finanziamento, pari a 300 mila euro, sarebbe stato formalizzato attraverso un contratto contenente clausole fortemente vessatorie. Tra queste, secondo quanto accertato, figuravano un tasso di interesse superiore al 35 per cento, la voltura del leasing del capannone industriale dell’azienda debitrice come garanzia del prestito e persino l’accesso alla contabilità aziendale da parte del finanziatore. Condizioni che, per gli inquirenti, hanno posto l’imprenditore novarese in una posizione di totale soggezione.
A fronte del prestito iniziale, sarebbero stati richiesti oltre 420 mila euro di interessi, di cui circa 220 mila euro eccedenti la soglia legale, elemento che ha portato a configurare il reato di usura. I pagamenti, per evitare tracciamenti diretti, sarebbero stati occultati tramite l’emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, intestate a presunte consulenze, con il duplice effetto di mascherare i flussi di denaro e di ottenere indebiti vantaggi fiscali.
Non solo. Anche il compenso per l’intermediazione, quantificato in oltre 16 mila euro, sarebbe stato fatturato come prestazione inesistente dalla figlia di uno dei commercialisti, anch’essa professionista, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza.
L’indagine ha quindi messo in luce un sistema complesso, in cui il ricorso all’usura si intreccia con frode fiscale e manipolazione contabile, aggravando la posizione di tutti i soggetti coinvolti. I sequestri già eseguiti nel 2025 hanno colpito sia il presunto profitto dell’usura sia le somme ritenute riconducibili alle operazioni inesistenti.
La Guardia di Finanza ha sottolineato come l’azione svolta rientri nella più ampia attività di prevenzione e repressione delle violazioni economico-finanziarie, a tutela dell’ordine economico, della stabilità dei mercati e della competitività delle imprese. La diffusione delle informazioni, viene precisato, è stata autorizzata dalla Procura della Repubblica competente, in ottemperanza al Decreto Legislativo n. 188/2021, ravvisando un chiaro interesse pubblico.
Resta fermo, come ricordato dagli stessi inquirenti, che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che tutti gli indagati devono considerarsi non colpevoli fino a eventuale sentenza definitiva di condanna. La chiusura delle indagini segna però un passaggio decisivo verso l’eventuale giudizio, su una vicenda che racconta ancora una volta quanto la fragilità finanziaria di un’impresa possa diventare terreno fertile per pratiche usurarie mascherate da operazioni professionali.

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