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Cronaca

A Chivasso e a Ivrea gli spacciatori sono i padroni delle stazioni ferroviarie

Le stazioni di Ivrea e Chivasso trasformate in piazze di spaccio: violenza quotidiana, degrado e assenza di presidio

A Chivasso e a Ivrea gli spacciatori sono i padroni delle stazioni ferroviarie

A Chivasso e a Ivrea gli spacciatori sono i padroni delle stazioni ferroviarie

Da mesi le stazioni di Ivrea e Chivasso finiscono un giorno sì e l'altro pure nelle pagine di cronaca. Non per inaugurazioni, non per treni puntuali, non per servizi efficienti. Ma per risse, aggressioni, accoltellamenti sfiorati o reali, spray urticanti, inermi pendolari presi di mira, forze dell’ordine chiamate a intervenire a ripetizione. Una sequenza che ormai non è più emergenza: è abitudine.

Ogni settimana ha il suo episodio. Ogni giorno ha il suo racconto sussurrato. Ogni stazione ha la sua mappa del rischio, che i cittadini conoscono meglio di qualsiasi ordinanza: dove passare, dove non fermarsi, a che ora evitare, quando abbassare lo sguardo. Non c'è  che “percezione di insicurezza”. Qui la sicurezza manca davvero.

Ma c’è una cosa che continua a restare fuori dal racconto ufficiale, come se fosse un dettaglio secondario e invece è il problema principale.

Le stazioni di Ivrea e Chivasso sono diventate zone di spaccio.

Non in modo episodico. Non “qualche caso isolato”. Zone di spaccio strutturate, riconoscibili, attive, costanti. Piazze vere, con turni, presenze fisse, dinamiche consolidate. Chi frequenta quei luoghi lo sa. Chi ci lavora lo sa. Chi vive lì attorno lo sa. Chi prende il treno ogni mattina lo sa. Tutti lo sanno. Tranne, a quanto pare, chi dovrebbe dirlo chiaramente.

Qui circola droga. Circola apertamente. Circola nei sottopassi, vicino ai bar, nelle aree del Movicentro, sulle panchine, nei parcheggi, tra i binari. Circola hashish, marijuana, cocaina. Circolano sostanze che alimentano dipendenze, violenze, degrado. Circolano soldi. Circolano coltelli. Circolano rancori.

E da lì nasce tutto il resto.

Le risse non sono improvvise esplosioni di follia. Sono frizioni da spaccio. Le aggressioni non sono casuali. Sono contese, debiti, intimidazioni. I coltelli non compaiono per moda. Sono strumenti di controllo del territorio.

spacciatori

Eppure si continua - noi compresi - a raccontare ogni episodio come se fosse scollegato dal precedente. Una rissa oggi, un’aggressione domani, un arresto dopodomani. Come se fossero fotogrammi isolati e non un unico film, sempre lo stesso, che va avanti da mesi senza che nessuno abbia il coraggio di dire il titolo ad alta voce.

Nel frattempo si moltiplicano i provvedimenti sulle zone rosse, i controlli straordinari, i sopralluoghi, le dichiarazioni rassicuranti. Tutto utile, per carità. Ma anche tutto insufficiente, se non si affronta il nodo centrale: queste stazioni sono diventate spazi lasciati colpevolmente senza presidio stabile, territori dove lo Stato arriva solo quando scoppia il caso mediatico e poi si ritira.

E così la stazione, che dovrebbe essere un luogo pubblico, aperto, sicuro, diventa terra di nessuno. Un confine invisibile dove chi spaccia resta, chi lavora resiste, chi viaggia subisce. Dove i commercianti chiudono prima, dove i cittadini accelerano il passo, dove la paura diventa normalità.

Il problema non è solo Ivrea. Non è solo Chivasso.
Il problema è l’accettazione silenziosa del degrado, il fatto che si sia deciso, tacitamente, che alcune zone possono essere sacrificate. Che va bene così. Che basta tamponare. Che tanto “è sempre stato così”.

No. Non è sempre stato così. Ed è proprio questo il punto che nessuno vuole davvero vedere.

Insomma, qui non siamo davanti a una serie di brutti episodi. Siamo davanti a un fallimento evidente, che riguarda sicurezza, politiche sociali, gestione degli spazi pubblici e volontà politica. E finché si continuerà a raccontare solo l’ennesima rissa senza dire chiaramente che le stazioni di Ivrea e Chivasso sono diventate piazze di spaccio, continueremo a girare attorno al problema, a parlare dei "maranza", a indignarci sui social.

E il degrado resterà lì. La droga continuerà a circolare. E la cronaca, puntuale, tornerà a bussare.

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