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Cronaca
21 Gennaio 2026 - 11:04
Rodolfo Bucci
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Rodolfo Bucci sia morto all’ospedale di Ivrea. In quelle stanze aveva lavorato per anni, lì aveva iniziato la sua carriera, lì aveva passato una parte importante della sua vita professionale. Ed è lì che domenica si è spento, dopo una lunga battaglia contro un tumore, affrontata con la stessa riservatezza con cui aveva sempre vissuto. Aveva 75 anni.
Con lui se ne va uno dei grandi medici silenziosi, quelli che non hanno mai cercato la ribalta ma che hanno inciso profondamente nella vita di migliaia di persone. Medico anestesista, rianimatore, specialista in terapia del dolore, Bucci non è stato solo un professionista stimato: è stato un pioniere, uno di quelli che hanno cambiato il modo di intendere il dolore in Italia.
Nato a Ivrea nel 1950, si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino nel 1976, specializzandosi poi in Anestesiologia e Rianimazione con lode. Torna subito a lavorare nel suo territorio, all’ospedale civile di Ivrea, nel reparto di anestesia e rianimazione. È qui che matura l’idea che segnerà tutta la sua carriera: il dolore non può essere considerato un effetto collaterale, un destino da accettare. Il dolore è una malattia. E come tale va curata.
Da questa convinzione nasce il percorso che lo porterà a diventare uno dei riferimenti nazionali ed europei nella terapia del dolore. Rodolfo Bucci è tra i primi a introdurre e sviluppare in Italia tecniche allora quasi sconosciute: la radiofrequenza, la neuromodulazione, la neurostimolazione midollare e perinervosa, strumenti che permettono di intervenire sul dolore cronico e neuropatico in modo mininvasivo, restituendo dignità e qualità della vita a pazienti spesso considerati “senza soluzione”.
Il suo lavoro lo porta ben oltre Ivrea. Diventa responsabile dell’unità operativa di anestesia alla Casa di Cura Eporediese, consulente e docente in strutture di eccellenza come l’Istituto Clinico Villa Aprica di Como, collabora con centri specialistici a Torino, Appiano Gentile, Banchette. Viene nominato responsabile europeo del Barolat Neuromodulation Institute, uno dei centri più avanzati al mondo nello studio della neuromodulazione del dolore. Partecipa a congressi internazionali, pubblica, insegna, forma intere generazioni di medici.
Eppure, nonostante un curriculum che avrebbe giustificato qualsiasi autocelebrazione, Bucci resta sempre lo stesso: sobrio, rigoroso, quasi schivo. Non ama le frasi ad effetto, non vende illusioni. Ai pazienti parla chiaro, spiega, accompagna. Non promette miracoli, ma competenza, studio e rispetto. Ed è forse per questo che chi si è affidato a lui lo ricorda con una gratitudine che va oltre la semplice cura.
C’è anche un’altra dimensione, meno nota ma profondamente coerente con il suo modo di intendere la medicina: le missioni medico-umanitarie in Africa, affrontate senza clamore, lontano dai riflettori. Perché curare, per lui, non era un privilegio riservato a pochi, ma un dovere universale.
Negli ultimi anni, la vita lo aveva messo davanti alla prova più dura: la malattia. Un tumore affrontato senza esibizioni, senza lamenti pubblici, continuando a essere, fino a quando ha potuto, quel medico preciso e quell'uomo riservato che tutti conoscevano. Questa volta, però, era lui il paziente. E anche in questo ha scelto il silenzio e la dignità.
Rodolfo Bucci lascia la moglie Teresa, la figlia Francesca e il fratello Maurizio. Lascia una famiglia colpita da un dolore profondo, ma anche una comunità medica e civile che oggi si scopre più povera.
Perché ci sono medici che passano, e medici che restano. Bucci appartiene a questa seconda categoria: quelli che hanno lasciato una traccia concreta, fatta di mani che non tremano, di decisioni difficili prese con responsabilità, di vite che, grazie a lui, hanno potuto continuare a essere vissute senza dolore.
E questo, anche ora che se n’è andato, continua a parlare per lui.
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