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Cronaca
17 Gennaio 2026 - 18:19
Adriano Vaglio non ce la fa più. E non è uno sfogo da fine giornata, ma il punto di rottura di chi da anni lavora nel luogo più difficile di Ivrea, il Buffet della stazione, trasformato suo malgrado in una trincea, in un presidio contro lo spaccio.
Qualche mese fa è finito su tutti i giornali dopo aver fatto una scelta netta: “Tolgo i tavolini e le sedie”.
Li aveva tolti davvero. Non per capriccio, ma per necessità. Perché il dehor era diventato il punto di ritrovo fisso dei maranza, il palcoscenico perfetto per stazionamenti infiniti, insulti, provocazioni e risse. Il centro gravitazionale del degrado e di uno spaccio di droghe senza fine. Un sacrificio enorme, perché senza dehor un bar, lì, semplicemente non vive.
Il 6 gennaio, per la tradizionale visita del Generale, li ha rimessi. E li terrà fino alla fine del Carnevale.
“Devo anche fare i conti con la mia attività. Senza tavolini muoio”, commenta. Non è una provocazione, ma una constatazione brutale.
Nel frattempo Vaglio legge i giornali. Legge che secondo l’Amministrazione comunale la situazione in zona ex stazione starebbe migliorando. Legge che il sindaco Matteo Chiantore chiederà al Prefetto d Torino di prorogare la “zona rossa” per tutto il 2026. E scuote la testa.
“Va bene tutto – dice – ma qui non c’è un presidio. Quando chiamo Carabinieri e Polizia arrivano subito, su questo nulla da dire. Ma non basta. Zona rossa significa che li allontanano. Poi tornano. Sempre loro”.
Ed è in quel “sempre loro” che si misura il fallimento di una strategia che, nei fatti, esiste solo nei comunicati.
La “zona rossa”, infatti, nella pratica non previene. Non scoraggia. Non presidia. Arriva dopo. Quando la rissa è già scoppiata, quando gli insulti sono già volati, quando la paura si è già insinuata tra chi passa, consuma e scappa.

La verità è che le risse sono all’ordine del giorno. Una anche ieri. Proprio lì, tra quei tavolini che Vaglio ha tolto e rimesso come ultimo tentativo di tenere in piedi la sua attività. Urla, spintoni, minacce. Scene che non dovrebbero appartenere a una città e che invece a Ivrea sono diventate una routine tossica.
“La gente che entra e esce dal mio locale deve abbassare lo sguardo. Se lo alza, partono gli insulti. Questa cosa non è normale”, racconta.
“Sono sempre loro. Tunisini e marocchini, con alcune ragazze italiane. E anche quelle, ogni tanto, se le danno”.
Non un giudizio ideologico, ma la fotografia ripetuta di ciò che accade ogni giorno davanti ai suoi occhi, con gli stessi volti e le stesse dinamiche.
Ci sono genitori insultati mentre accompagnano i figli alla fermata dell’autobus. Pendolari che accelerano il passo. Clienti che entrano nel bar, guardano fuori, parlano sottovoce, consumano in fretta e se ne vanno.
“Ho paura. Non so più cosa fare”, si dispera Vaglio. E quando un commerciante arriva a dire questo, il problema ha già superato ogni soglia di tollerabilità.
Non è un episodio isolato. È una sequenza che raccontiamo da mesi. Solo la scorsa settimana, alle 17 in punto, quando il piazzale della stazione dovrebbe essere attraversato da studenti e pendolari, è scoppiata una rissa furibonda, con almeno quindici persone coinvolte, urla, minacce. Volti già noti.
All’arrivo delle forze dell’ordine, quasi sempre, il vuoto. I protagonisti svaniscono. Restano paura, rabbia e senso di impotenza.
Il giorno prima, la Polfer aveva arrestato un ragazzo che si aggirava con un coltello in mano.
Tutto questo in piena “zona rossa”. Una zona rossa che nei comunicati viene raccontata come una risposta forte, ma che nella realtà quotidiana è un cartello invisibile che non spaventa nessuno. Perché se alle cinque del pomeriggio quindici persone possono azzuffarsi davanti alla stazione e poi dileguarsi nel nulla, allora qualcosa non funziona. E non è colpa delle forze dell’ordine, chiamate a tamponare una falla che è ormai strutturale.
“Ormai sanno che sono io che chiamo Carabinieri e Polizia”, dice Adriano Vaglio quasi di passaggio. E infatti anche lui viene insultato, additato, provocato con continuità. È riconosciuto. È segnato.
Ed è forse questo il paradosso più amaro: chi rispetta le regole vive sotto pressione, chi le infrange si sente padrone del territorio.
Il Comune parla di sopralluoghi, concessioni, progetti futuri. Parole. Tante parole che scorrono lisce davanti a una realtà che resta ruvida, quotidiana, irrisolta.
Insomma, così non si può andare avanti. Non lo meritano i pendolari, non lo meritano i commercianti, non lo meritano i cittadini. E non lo merita Ivrea, che dovrebbe essere una città, non un luogo dove la cronaca nera detta l’orario.
Il rischio? Abituarsi all’inaccettabile. Normalizzare la paura. Considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.
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