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Cronaca

Guerriglia a Torino, i social li incastrano: arrestati i maranza della notte di violenza

Tra piazza Castello e Porta Susa bottiglie, pietre e rapine: otto ragazzi tra i 15 e i 20 anni traditi da video e storie Instagram. Per gli inquirenti nessuna regia politica, solo rabbia e pulsioni criminali

Guerriglia a Torino, i social li incastrano: arrestati i maranza della notte di violenza

Guerriglia a Torino, i social li incastrano: arrestati i maranza della notte di violenza

Non è stata solo una notte di scontri. È stata una notte di auto-denuncia in diretta, di violenza raccontata con lo smartphone in mano, di rabbia esibita come trofeo. Il 3 ottobre, a Torino, il corteo pro Palestina che attraversa il centro città degenera davanti alla Prefettura, tra piazza Castello e Porta Susa. Bottiglie di vetro, pietre, bastoni contro le forze dell’ordine. Fumo, lacrimogeni, fughe concitate. E poi i social. Sempre loro.

Perché mentre in strada va in scena la guerriglia urbana, qualcuno decide che è il momento giusto per riprendersi, per postare, per lasciare traccia. Storie Instagram che durano 24 ore ma che, questa volta, durano molto di più. Ragazzi incappucciati che imbrattano una vetrina in via Garibaldi, corse nel fumo dei lacrimogeni, slogan scritti in sovrimpressione: Free Palestine. E poi le pose, le armi mostrate come accessori: mazze, coltelli, pistole. Il tutto con gli stessi vestiti indossati durante gli scontri. Felpe riconoscibili, sneakers firmate, borselli a tracolla. Un catalogo perfetto per chi, dall’altra parte, sta ricostruendo ogni movimento.

maranza

È così che la Digos, coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni, arriva a loro: i maranza. Otto giovani, tra i 15 e i 20 anni, raggiunti da misure cautelari. Cinque minorenni: due finiscono in carcere, tre in comunità. Tre maggiorenni: arresti domiciliari per due, divieto di dimora a Torino per il terzo. Un provvedimento che racconta molto più di una singola notte di violenza.

Gli atti parlano chiaro. I magistrati descrivono questi ragazzi come “soggetti dediti all’uso della forza e al compimento di gravi reati predatori”, con una spiccata propensione alla violenza e un sistematico disprezzo delle regole della convivenza civile. Nei fascicoli compaiono descrizioni quasi minuziose: un cappellino da pescatore, una felpa nera con logo triangolare, una tuta con striscia bianca che termina poco sopra la caviglia. Dettagli apparentemente banali, decisivi per riconoscere chi, pochi giorni dopo, indossa gli stessi abiti mentre rapina e aggredisce coetanei tra Torino e Grugliasco.

Già, perché la violenza non si ferma al corteo. Nei giorni successivi alcuni degli arrestati sono accusati di rapine di gruppo, tentate e consumate. Ragazzi avvicinati in strada, intimiditi, colpiti. In un caso vengono sottratti soldi e AirPods, in un altro monopattini elettrici. Un giovane racconta di aver capito subito che uno degli aggressori aveva un coltello. Non un gioco, non una bravata. Criminalità pura, senza alibi ideologici.

Ed è proprio questo il punto che gli inquirenti tengono a chiarire: non c’è una regia politica, non ci sono collegamenti accertati con centri sociali o realtà organizzate. Askatasuna, in questa vicenda, resta fuori. Quelli che agiscono sono gruppi di giovanissimi, spesso italiani di seconda generazione, provenienti dalla periferia e dalla prima cintura torinese. Ragazzi che usano la causa palestinese come sfondo simbolico, non come progetto politico. La violenza, secondo chi indaga, è fine a sé stessa. È espressione di disagio, rabbia, pulsioni delinquenziali.

Il gip, nell’ordinanza, parla di “allarmante spregiudicatezza criminale” e di assenza totale di elementi a favore degli indagati. Un giudizio duro, che restituisce l’immagine di una generazione che vive il conflitto come linguaggio, il branco come identità, il social come palcoscenico. Perché qui il punto non è solo ciò che è successo in piazza, ma come viene raccontato da chi lo compie. La violenza non è nascosta: è ostentata, cercata, condivisa. Messa online come medaglia.

Alla fine, paradossalmente, non sono solo le telecamere di sorveglianza o le testimonianze a incastrarli. Sono loro stessi. I video, le foto, le storie. I social network che diventano prove giudiziarie, la vetrina che si trasforma in trappola. Traditi dal bisogno di mostrarsi, di esistere attraverso uno schermo.

Resta una città ferita, dodici poliziotti medicati, mezzi danneggiati, banchi distrutti, un centro storico trasformato per ore in campo di battaglia. E resta una domanda che va oltre l’inchiesta: che cosa succede quando la rabbia non trova parole, ma solo immagini? Quando la protesta diventa sfogo e lo sfogo diventa reato. Insomma, non solo una notte di violenza, ma lo specchio inquietante di un vuoto che nessuna storia Instagram potrà cancellare.

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