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Cronaca

Una bicicletta, il freddo e nessuno accanto: così se n’è andato Ennio, l'uomo con la bici di Settimo Torinese

Aveva 82 anni, viveva per strada e dormiva dove capitava. Il suo corpo è stato trovato in un fosso alla periferia di Settimo Torinese

Una bicicletta, il freddo e nessuno accanto: così se n’è andato Ennio

foto archivio

Per decenni è stato una figura discreta che attraversava Settimo Torinese senza fare rumore. Un uomo anziano, una bicicletta sempre con sé e lo sguardo basso, come se chiedere spazio al mondo fosse già troppo. Aveva 82 anni e una vita trascorsa ai margini, senza una casa, senza un letto, senza un posto da chiamare davvero suo.

Di giorno rovistava qua e là, raccogliendo ciò che poteva avere ancora un valore. Ogni tanto qualcuno gli porgeva qualcosa da mangiare, un gesto semplice che per lui diventava un pasto. La notte, invece, era una questione di sopravvivenza: capannoni dismessi, cascine dimenticate, rifugi di fortuna ai confini della città. Luoghi freddi, precari, scelti solo per restare in piedi fino al mattino. Fino a quando il freddo, questa volta, ha vinto.

nylon

Il corpo di Ennio Calabrese è stato trovato nel primo pomeriggio di ieri in un fosso profondo e asciutto lungo via Fornaci, in zona Ulla, alla periferia di Settimo Torinese. A notarlo è stato un passante, che ha subito chiamato il 112. I soccorsi sono arrivati rapidamente, ma non c’era più nulla da fare.

Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo potrebbe essere stato colto da un malore oppure essere scivolato mentre controllava una borsa di nylon, finendo nel fosso senza riuscire più a risalire. Il medico legale dell’Asl To4, dopo un primo esame esterno, ha stabilito che la morte risalirebbe alla serata di lunedì. Sarà l’autopsia, prevista nei prossimi giorni, a chiarire se a causare il decesso sia stato il freddo o un arresto cardiaco.

I carabinieri della stazione di Settimo Torinese, intervenuti sul posto, hanno escluso fin da subito l’ipotesi di una morte violenta. Nessun segno di aggressione, nessun elemento che faccia pensare a terze persone. Difficile immaginare qualcuno accanirsi contro un uomo che non aveva nulla e che non rappresentava una minaccia per nessuno, se non per se stesso e per i suoi pensieri, spesso annegati nell’alcool.

La sua storia affonda le radici negli anni Settanta, quando lasciò la Puglia insieme alla famiglia per raggiungere il Piemonte, come migliaia di altri italiani in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Un futuro che, per lui, non si è mai davvero compiuto. Col tempo Ennio è diventato uno dei tanti invisibili della città, conosciuto di vista ma sconosciuto nelle carte ufficiali: nessun precedente penale, nessuna segnalazione, nessuna traccia.

Ora i carabinieri stanno cercando di rintracciare eventuali parenti, anche lontani. Un lavoro complicato, perché di quella famiglia potrebbe non essere rimasto più nessuno. Resta una morte solitaria, in una periferia qualunque, e una vita che si è spenta senza clamore.

Resta soprattutto il peso di una storia che interroga una comunità intera: quella di un uomo visto da tutti, aiutato a tratti, ma mai davvero accolto. Insomma, Ennio è morto come ha vissuto: ai margini, in silenzio, lasciando dietro di sé una domanda che non riguarda solo lui.

Gli invisibili...

Ci sono persone che attraversano le nostre città senza lasciare traccia. Non perché non esistano, ma perché nessuno le guarda davvero. Vivono accanto a noi, condividono le stesse strade, gli stessi marciapiedi, le stesse periferie, eppure restano inermi invisibili, presenze silenziose che non entrano nelle statistiche finché non accade qualcosa di irreparabile.

Gli “invisibili” non hanno quasi mai un nome, o meglio: ce l’hanno, ma lo conoscono in pochi. Per molti sono “quello con la bici”, “l’uomo che dorme sotto il portico”, “la donna che chiede un caffè caldo davanti al bar”. Figure che diventano parte del paesaggio urbano, normalizzate, accettate a distanza. Finché non scompaiono. E solo allora, per un istante, tornano a essere persone.

Dietro ogni invisibile c’è una storia che somiglia a tante altre. Migrazioni interne, lavori persi, famiglie spezzate, malattie, dipendenze, solitudini che si allargano anno dopo anno. Molti arrivano nelle città con una valigia piena di speranze, convinti che il lavoro e la dignità siano a portata di mano. Poi qualcosa si incrina: un licenziamento, una separazione, un problema di salute, un debito. E il confine tra una vita “normale” e la strada diventa improvvisamente sottilissimo.

Dormire dove capita non è una scelta, ma una necessità. Ex fabbriche, cascine abbandonate, sottopassi, stazioni, angoli riparati dal vento. Luoghi che non nascono per accogliere, ma che diventano l’unica difesa possibile contro il freddo e la pioggia. Di giorno si sopravvive raccattando, chiedendo, aspettando un gesto di pietà che spesso arriva sotto forma di un panino o di un caffè. Di notte si spera solo di arrivare al mattino.

Le istituzioni conoscono il fenomeno, lo studiano, lo raccontano nei report. Parlano di fragilità, di marginalità, di disagio sociale. Parole corrette, ma che spesso restano sulla carta. I servizi ci sono, ma non bastano. Le strutture di accoglienza hanno posti limitati, regole rigide, orari che non tengono conto di chi vive nel caos quotidiano. E così molti restano fuori, non per scelta ideologica, ma perché non riescono più a rientrare in un sistema che non sentono loro.

La verità è che gli invisibili ci disturbano. Ci ricordano quanto sia fragile la sicurezza che diamo per scontata. Per questo lo sguardo si abbassa, il passo accelera, la presenza viene ignorata. È più facile non vedere che farsi domande. Più semplice pensare che “se la sono cercata” piuttosto che ammettere che potrebbe capitare a chiunque.

Ogni tanto una morte improvvisa, solitaria, riporta tutto a galla. Per qualche giorno se ne parla, si accendono riflettori temporanei, si cercano responsabilità. Poi il silenzio torna a coprire tutto. E gli invisibili rimasti continuano a camminare tra noi, un po’ più soli di prima.

Insomma, il problema non è solo chi vive ai margini. Il problema è una comunità che ha imparato a convivere con l’emarginazione senza più interrogarsi. Dare un nome agli invisibili, ascoltarne le storie, riconoscerne l’esistenza non risolve tutto, ma è il primo passo per smettere di considerarli parte dell’arredo urbano. Perché finché restano invisibili, il rischio è sempre lo stesso: che ci si accorga di loro solo quando è troppo tardi.

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