Cerca

Cronaca

E' morto Dino Casarin, uomo del Carnevale e di San Savino. Ivrea in lutto

Per una vita è stato anima silenziosa dello Storico Carnevale di Ivrea, tra organizzazione, memoria e passione. Aveva 78 anni ed è stato portato via in pochi mesi da una malattia crudele

E' morto Dino Casarin, uomo del Carnevale e di San Savino. Ivrea in lutto

Dino Casarin

Aveva 78 anni. Se n’è andato oggi, portato via da una malattia brutta, arrivata all’improvviso e capace di consumarlo nel giro di appena sei mesi. Dino Casarin non era solo un nome: a Ivrea era un volto notissimo, uno di quelli che non passano inosservati, uno di quelli che c’erano sempre. Sempre davvero.

Perché Dino Casarin viveva per due cose sopra tutte: il Carnevale e San Savino. Non come appuntamenti da calendario, ma come parti vive della sua esistenza. Era uno degli J’Amis ad Piassa dla Granaja, una di quelle figure che tengono insieme la memoria e il presente, i riti e la fatica silenziosa di chi organizza, prepara, cuce, immagina, sistema. Quelle persone che non finiscono quasi mai sotto i riflettori, ma senza le quali i riflettori non si accendono.

In quel mondo fatto di nomi che si tramandano sottovoce e di ruoli che non hanno bisogno di essere scritti su una targhetta, Dino era riconosciuto da tutti. Non servivano incarichi ufficiali o titoli altisonanti: bastava la sua presenza. Bastava sapere che c’era lui perché le cose, in qualche modo, avrebbero trovato un ordine. Era uno che il Carnevale lo conosceva non per sentito dire, ma per vissuto quotidiano, per esperienza accumulata anno dopo anno, tra riunioni infinite, discussioni accese, compromessi necessari e scelte mai facili.

alberto

Prima ancora che nascesse la Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, Dino Casarin era già lì, dentro l’organizzazione, insieme – tra gli altri – a Pier Luigi Marta e alla buonanima di Serafino Actis Perino. Quando il Carnevale si faceva soprattutto con le mani, con il tempo sottratto alla famiglia, con la passione pura. Quando non c’erano strutture, ma persone. E lui era una di quelle.

«C’è tanto da dire perché ha passato una vita ad organizzare con me Carnevale e San Savino», racconta oggi Pier Luigi Marta, con la voce spezzata ma capace di tornare indietro nel tempo. E i ricordi scivolano giù, sempre più giù, fino al 1969, quando il vescovo affidò proprio a loro il compito di riportare San Savino in città. Non era solo una processione, non era solo una ricorrenza religiosa: era un altro pezzo di identità collettiva da rimettere in cammino, da riportare tra la gente.

Poi tutto il resto: i carnevali, le zingarate, le feste in bianco, le notti lunghe, le idee buttate lì quasi per scherzo e diventate realtà. «Lui c’era sempre. Si dava anche da fare. Quando tiravamo fuori un’idea partiva a razzo…» ricorda ancora Marta. Ed è forse questa l’immagine più vera di Dino Casarin: uno che non si tirava indietro, uno che non stava a guardare, uno che quando sentiva profumo di Carnevale accelerava, senza bisogno di inviti.

Per Dino il Carnevale non era un evento, ma un tempo dell’anno, un modo di stare nella città, una responsabilità. Era rispetto per la storia e attenzione per le persone, per chi c’era prima e per chi sarebbe arrivato dopo. Un equilibrio sottile che aveva imparato a maneggiare senza clamore, senza proclami, con la naturalezza di chi sa che certe tradizioni vanno custodite, non esibite.

Negli ultimi anni continuava a seguire tutto, anche quando le energie non erano più quelle di una volta. Le telefonate, i confronti, le riflessioni sul futuro del Carnevale e sui personaggi da accompagnare restavano per lui una necessità, quasi un dovere morale. Non aveva mai smesso di pensare al domani della festa, a come preservarne lo spirito senza trasformarla in una semplice cartolina, ma nemmeno snaturarla. Una linea sottile, difficile, che Dino Casarin aveva imparato a percorrere con naturalezza.

Negli ultimi mesi la sua vita è stata segnata da Candiolo, dalle visite, dalle terapie, dall’attesa. Un mesotelioma, paradossale e crudele. «Pur non avendo mai toccato amianto in vita sua…» si dispera Pier Luigi Marta. Poi la decisione di fermare la chemio. E oggi la notizia è arrivata così, secca, definitiva.

Eppure, anche in quei giorni, Dino continuava a esserci. Negli ultimi anni aveva dato il suo contributo come giudice esperto nelle scelte dei personaggi del Cuore di San Grato e degli oditori, un ruolo delicato che richiede memoria, equilibrio, conoscenza profonda dello spirito carnevalesco. «Con lui, quando io ero segretario generale – ricorda Marta – abbiamo scelto e accompagnato parecchie Mugnaie…»

«L’ho sentito anche nei giorni scorsi. Abbiamo parlato degli oditori. Gli ho detto: vieni? E lui mi ha risposto che aveva già dei nomi…» racconta ancora. Un invito rimasto sospeso, come tante cose che il tempo, quando decide di accelerare, non lascia finire.

Tra i ricordi più teneri c’è quello di Luisa Mussano, già Gran Segretario dell’Ordine delle Mugnaie. «Ero affezionata a lui. Quando ho fatto la Mugnaia nel 1982 avevo 24 anni, mi ha seguita e quindi sono rimasta molto amica». Un legame nato in un’epoca in cui fare la Mugnaia significava anche muoversi lontano da Ivrea per evitare chiacchiere: «Si andava a Biella, dalla sarta, a comprare le scarpe… cose che si evitavano di comprare a Ivrea per evitare voci».

E Dino c’era. Discreto, presente, affidabile. Senza mai mettersi davanti, senza mai fare rumore.

Oggi Ivrea perde un pezzo della sua anima popolare, uno di quelli che lavorano per la comunità senza mai chiedere nulla in cambio. È il destino silenzioso di chi tiene in piedi le tradizioni: essere fondamentale e, allo stesso tempo, invisibile. Finché non manca. E allora ci si accorge che certe persone non erano semplicemente presenti, ma necessarie.

Perché il Carnevale non è solo la battaglia delle arance, non è solo il corteo, non è solo la Mugnaia. È fatto di uomini come Dino Casarin, che per decenni hanno tenuto insieme una città, anno dopo anno, con passione, rispetto e dedizione.

Insomma, se il Carnevale di Ivrea è ancora quello che è, un po’ lo deve anche a lui. E questa, forse, è l’eredità più grande che Dino Casarin lascia alla sua città.

Al figlio Alberto e alla moglie Maria Luisa le più sincere condoglianze della redazione. 

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori