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Il killer del capotreno ucciso in stazione doveva lasciare l’Italia. Ignorato il decreto del prefetto

Un’aggressione fulminea in un’area riservata, una fuga tra convogli regionali e controlli mancati

Il killer del capotreno ucciso in stazione doveva lasciare l’Italia. Ignorato il decreto del prefetto

Il killer del capotreno ucciso in stazione doveva lasciare l’Italia. Ignorato il decreto del prefetto

Il colpo arriva alle spalle, quando il flusso dei viaggiatori è ancora denso sotto le pensiline illuminate. Non nei corridoi affollati, ma in un vialetto laterale, nel parcheggio riservato ai dipendenti, lato ovest della stazione di Bologna. È quasi sera, sabato 5 gennaio 2026, quando Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno di Trenitalia, crolla a terra dopo una sola coltellata, inferta tra le scapole. Un fendente unico, secco, letale. Dopo pochi minuti un collega lo nota a terra, chiama i soccorsi. Per Ambrosio non c’è nulla da fare: shock emorragico immediato.

Mentre il corpo è ancora lì, dall’altra parte del piazzale l’uomo che gli investigatori indicheranno come l’aggressore si allontana. È Marin Jelenic, 36 anni, cittadino croato. Lo ha seguito, dicono le immagini, ma nessuna telecamera riprende il momento dell’aggressione. Solo la sequenza prima e dopo, scandita al secondo: l’avvicinamento, poi l’uscita rapida dall’area riservata. Due minuti più tardi, Jelenic viene fermato nel sottopasso dalla Polfer. È conosciuto per precedenti episodi di disturbo, viene identificato e lasciato andare. In quel momento, dell’omicidio non sa ancora nessuno. Da lì inizia una fuga di oltre 24 ore e una catena di domande che oggi pesa come un atto d’accusa.

L’omicidio avviene “a ridosso delle 19”, in viale Pietramellara, in un’area che dovrebbe essere protetta. Non c’è rapina: ad Ambrosio non manca nulla. L’ipotesi è quella di un’aggressione gratuita. Un solo colpo, alle spalle, senza parole. Un gesto che si consuma nel breve tratto tra una telecamera e l’altra, in uno spazio dove i controlli esistono ma non sono continui.

Pochi minuti dopo, Jelenic è di nuovo in movimento. Sale su un treno regionale verso nord. A Fiorenzuola d’Arda, nel Piacentino, viene fatto scendere perché molesto e senza biglietto. I carabinieri lo identificano e lo lasciano ripartire: anche lì, nessuna segnalazione attiva. Prosegue verso Milano. In serata viene avvistato in piazza Duca d’Aosta, poi in altri scali cittadini. È un passaggio continuo tra binari e sottopassi, mentre l’indagine a Bologna prende forma con inevitabile ritardo.

Secondo la Squadra mobile, Jelenic prende un Intercity, viene fermato, controllato, rilasciato. Un movimento spezzettato che gli consente di attraversare l’Emilia e la Lombardia senza che i vari controlli si parlino tra loro. In quelle ore chiede a passeggeri sconosciuti di usare i cellulari: i numeri composti risultano intestati a utenze croate. La notte la trascorre, secondo le ricostruzioni, tra stazioni e luoghi di fortuna, fino a Milano Rogoredo e all’area del Niguarda. Come arrivi nel Basso Garda resta uno dei punti da chiarire.

La fuga si chiude la sera di martedì 6 gennaio, verso le 21, davanti alla stazione di Desenzano del Garda. Gli agenti lo fermano: è senza documenti. L’identificazione avviene tramite impronte digitali. In tasca ha due coltelli, con lame da 8,5 e 11,5 centimetri. Non è ancora certo che uno dei due sia l’arma del delitto. Jelenic viene portato in carcere nel Bresciano. L’accusa è pesante: omicidio aggravato dai motivi abietti e dall’aver colpito in un nodo ferroviario.

Alessandro Ambrosio

C’è però un dato che inchioda il contesto e va oltre il singolo gesto. Il 23 dicembre 2025, il Prefetto di Milano firma un decreto di allontanamento: Jelenic deve lasciare l’Italia entro 10 giorni, scadenza 3 gennaio 2026. Il provvedimento nasce dopo un controllo in cui l’uomo viene trovato con un coltello da cucina. L’ordine non viene rispettato. Nessuna conseguenza immediata. Due giorni dopo la scadenza, a Bologna, Ambrosio viene ucciso. È un cortocircuito che mette insieme amministrazione, prevenzione e controllo del territorio.

Alessandro Ambrosio, secondo quanto ricostruito, non era in servizio. Stava andando verso l’auto per incontrare un amico e poi raggiungere una collega con cui stava organizzando una vacanza. Non emerge alcun legame con il sospettato. Questo rende l’aggressione ancora più difficile da decifrare: nessun movente chiaro, nessuna interazione nota prima del colpo.

Il profilo di Jelenic racconta una traiettoria già vista in altri scali del Nord. Episodi di disturbo, porto di armi da taglio, lesioni, resistenza. Una condanna con la condizionale a Vercelli nel 2025. Un supermercato devastato a Udine nell’ottobre dello stesso anno. Controlli ripetuti in stazione, anche a Bologna, il 3 dicembre, ancora con un coltello. Archiviazioni, segnalazioni, decreti. E poi di nuovo i binari.

«Il rintraccio non è un punto di arrivo, ma di partenza», dice il capo della Squadra mobile di Bologna Guglielmo Battisti. In 24 ore, spiegano gli inquirenti, è stato raccolto materiale che normalmente richiede mesi. Ora si lavora sulle motivazioni, sulla sequenza completa dei movimenti del 5 gennaio, su eventuali parole scambiate prima del colpo, su chi Jelenic abbia contattato dopo. L’aggravante dei motivi abietti dovrà reggere su elementi concreti, non su suggestioni.

Il nodo resta uno: la catena che non ha retto. Un decreto ignorato. Controlli non collegati in tempo reale. La possibilità, per un soggetto noto per il porto di coltelli, di attraversare mezza Italia passando da un treno all’altro. Non è una dinamica inedita, ma una sovrapposizione di falle — amministrative, informative, operative — che qui si sono allineate nel modo peggiore.

Intanto il dolore diventa pubblico. Matteo Salvini parla di “profondo cordoglio”, il sindaco Matteo Lepore definisce l’omicidio “gravissimo”. I sindacati dei ferrovieri chiedono più sicurezza nelle aree riservate, non solo nei corridoi dei passeggeri. La stazione di Bologna è un organismo complesso, fatto di spazi visibili e interstizi. È lì, negli interni meno presidiati, che si è consumata la tragedia.

Resta molto da chiarire. L’arma del delitto non è stata ancora trovata. Le lame sequestrate potrebbero non essere quelle usate. Serviranno analisi su tracce biologiche, microfibre, immagini aggiuntive. Serve ricostruire ogni passaggio, ogni omissione. Un solo colpo ha spezzato una vita e incrinato la percezione di sicurezza di chi lavora attorno ai binari. Il resto, ora, è una prova di responsabilità collettiva: capire dove la rete si è aperta, prima che accada di nuovo.


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