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Carabiniere sparò e uccise il ladro che aveva ferito il collega: condannato a tre anni

Una sentenza che fa discutere: eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, reazioni immediate e molte domande ancora aperte

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La notizia è questa: tre anni di condanna per un carabiniere. È il verdetto pronunciato il 7 gennaio 2026 dal Tribunale di Roma per Emanuele Marroccella, riconosciuto colpevole di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Una pena più alta di quella chiesta dalla Procura, che si era fermata a 2 anni e 6 mesi. Al centro del processo, una notte all’Eur, tra il 19 e il 20 settembre 2020, e la morte di Jamal Baldawi (o Badawi), 56 anni, cittadino siriano.

La scena è fissata in un video di sorveglianza, proiettato in aula come una prova muta ma decisiva. La telecamera è immobile. Un portone si apre all’improvviso. Un uomo esce di scatto. C’è una colluttazione, un cacciavite che colpisce al busto un militare, un corpo che cade e si rialza. Poi la fuga verso la strada. Due spari. Uno si infrange contro una centralina elettrica, l’altro raggiunge Baldawi, che morirà poco dopo. Tutto accade in pochi secondi, in via Paolo di Dono, davanti alla sede della società informatica Landing Solution, dove era scattato l’allarme.

Secondo la ricostruzione processuale, erano circa le 4 del mattino quando più pattuglie del Nucleo Radiomobile arrivano sul posto. Baldawi tenta di scappare dopo aver ferito un carabiniere con il cacciavite. È in quel momento che Marroccella esplode i colpi con la pistola d’ordinanza. Un dettaglio tecnico pesa come un macigno nel giudizio: la distanza tra l’arma e l’uomo in fuga, stimata tra 7 e 13 metri. Per il tribunale, l’aggressione immediata era cessata, il pericolo residuo non giustificava più l’uso dell’arma da fuoco.

La condanna poggia tutta su questo crinale: non la negazione del contesto, ma la valutazione della sproporzione. L’uso delle armi può essere legittimo, dice il codice, ma diventa penalmente rilevante quando supera i limiti della necessità. Qui, secondo il giudice, quei limiti sono stati oltrepassati. Per questo l’eccesso è colposo, non doloso, ma resta un reato. La sentenza arriva dopo un dibattimento costruito su video, perizie balistiche e testimonianze dei militari intervenuti.

Secondo quanto riportato da diverse cronache giudiziarie, oltre alla pena detentiva sarebbero state disposte anche misure accessorie: cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e una provvisionale per i familiari della vittima — 15 mila euro a ciascun figlio e 5 mila a ogni fratello — in attesa del risarcimento definitivo in sede civile. Le motivazioni sono attese entro 90 giorni. La difesa ha già annunciato appello.

In aula, le posizioni restano distanti. Per l’accusa, i colpi esplosi violano i criteri di proporzione previsti dall’articolo 53 del codice penale, integrando l’articolo 55 sull’eccesso colposo. Per la difesa, invece, quei secondi vanno letti dentro una concitazione estrema, con un collega ferito al busto da un’arma impropria, «vivo per miracolo». La parte civile parla di un risultato minimo ma significativo, almeno sul piano del riconoscimento delle responsabilità.

Fuori dall’aula, la politica entra a gamba tesa. Matteo Salvini esprime solidarietà al carabiniere condannato e sostiene che a finire sotto processo dovrebbero essere «i criminali, non chi indossa una divisa». Parole che riaccendono il confronto su sicurezza urbana, tutela delle forze dell’ordine e limiti dell’uso della forza. Dall’altro lato, associazioni e ambienti garantisti ricordano che il controllo sulla proporzione dell’azione armata è un pilastro dello Stato di diritto.

All’Eur, intanto, quella notte continua a tornare nelle discussioni. Non solo per la morte di Baldawi, ma per ciò che rappresenta: telecamere, protocolli, formazione, scelte operative che si consumano in pochi istanti e vengono giudicate anni dopo. Il video non dice tutto, ma basta per orientare una decisione. E basta per ricordare che tra ordine pubblico e responsabilità penale non esistono scorciatoie.

Ora la partita passa all’appello. Saranno le motivazioni a chiarire come il giudice ha pesato la fuga rispetto al ferimento del carabiniere, la distanza rispetto alla minaccia, i millisecondi che separano una scelta da una condanna. Nel frattempo, il dibattito resta acceso, oscillando tra protezione dell’uniforme e tutela della vita. Un dato, però, è già scritto: quella notte del 2020 non è solo cronaca nera. È una prova di misura, e di democrazia.

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