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03 Dicembre 2025 - 19:50
La prima crepa si apre quando il ragazzo, oggi ventunenne, alza lo sguardo e dice alla giudice Stefania Cugge qualcosa che pesa più di qualunque atto processuale: «Non è più mio padre». Lo dice senza rabbia, senza retorica. Lo dice come si dice un lutto. Simone M., l’uomo che lo adottò quando lui era ancora un bambino piccolo e che anni dopo ebbe un altro figlio con sua madre, per lui non esiste più. Lo cancella. Lo disconosce. E lo fa mentre in aula si ricostruiscono anni di botte, insulti, urla, paura, trasferimenti, fughe, ospedali, operazioni chirurgiche e silenzi soffocati.
È un processo pesante, quello discusso questa mattina – mercoledì 3 dicembre – davanti al Tribunale di Ivrea, in un’aula carica di tensione. L’imputato, Simone M., difeso dall’avvocato Celere Spaziante, nega ogni addebito. Dall’altra parte c’è l’avvocato di parte civile Mario Di Prime, che tutela la donna e i figli. Sul banco dei testi si alternano il ragazzo, la madre – che chiameremo Elisa – e il padre di lei, un ottantenne con lo sguardo duro di chi ha visto troppo e troppo a lungo. Lo chiameremo Pietro B.
Il racconto del figlio è un colpo allo stomaco. Non è un monologo: è una frattura continua, una memoria che torna a singhiozzi, a scene irregolari, sempre con la stessa cornice: la violenza. «Quando entrò nella mia vita ero un bambino. Era mio padre. Ora non lo è più». Cresciuto tra Vische prima e Pavone Canavese poi, Lorenzo – lo chiameremo così – rivede tutto: la madre gettata contro il termosifone, il quadro caduto e rotto, la paura che spinge nel sonno, le porte sbattute, gli insulti lanciati come proiettili, il fratellino piccolo sbattuto sul divano «per farlo smettere di piangere». Racconta episodi isolati e altri confusi, ricordi infantili e scene precise, come quella pizza al mare, quando lui si addormentò perché stanco e l’uomo – dice – si sentì umiliato, urlò, perse le staffe, poi in camera tentò di colpirlo di nuovo, fermato solo dalla madre, scaraventata poco dopo contro il termosifone.
Il nonno ascolta, rigido. Poco prima, toccava a lui testimoniare. Ottant’anni, voce rotta e rabbiosa. «Le botte che ha preso mia figlia… lasciamo perdere». Ogni parola è un colpo di accusa. «Era sempre segnata. Tornavo dal lavoro e la trovavo piangere. A volte parlava, altre no. Aveva paura». Dice che lui non ha mai picchiato nessuno, in vita sua. Ripete che la figlia gli raccontava scuse assurde, come quando, nel marzo 2017, disse che era stato il figlio piccolo a farle quei lividi che invece, sostiene lui, erano opera di Simone M. «Io sono stato troppo bravo. Se no l’ammazzavo e finivo in galera». Non lo dice con vanto; lo dice con un rancore quasi trattato, una ferita vecchia ma ancora viva.
Poi tocca a lei. A Elisa, trentotto anni, che parla della sua vita come si sfoglia un fascicolo medico: undici interventi chirurgici alla mandibola. Undici. Una mascella ricostruita, una scapola fratturata, ferite interne, un bendaggio gastrico «scoppiato» per i colpi ricevuti. Racconta la paura, la paralisi emotiva, il ciclo infinito di violenze, richieste di perdono e recriminazioni. Racconta l’uomo «bravo, bravissimo» conosciuto nel 2006, quando iniziarono la convivenza. Racconta la trasformazione graduale, i sospetti, gli scoppi d’ira «per la pasta scotta o il cellulare fuori posto». Racconta la gelosia, la clausura domestica: «Non voleva che vedessi nessuno». Racconta anche l’altra relazione che lui avrebbe avuto con una donna del loro gruppo di amici: «Me lo disse il marito di lei», specifica. Poi il distacco, le fughe, i ritorni, fino al 2017, quando tutto crolla. «Sono scappata. Basta».
Il figlio più grande è dentro a tutte queste scene. Alcune le ha viste. Altre le ha sentite. Altre ancora le ha immaginate mentre si chiudeva nella sua stanza, senza capire cosa scatenasse quella violenza. «Quando mamma era incinta, lui la picchiava». Racconta del fratellino nato prematuro di tre mesi, della terapia “marsupio”, degli ospedali, delle notti passate con la madre mentre il padre – dice – non c’era. Racconta la paura del 2016, quando l’uomo «all’improvviso» scoppia di nuovo in un gesto violento mentre lei cambia il pannolino al piccolo: «Sbatte mamma al termosifone, poi sul divano. Io mi sono messo in mezzo». Racconta persino della volta in cui, mentre lui aspettava l’autobus, Simone M. lo avrebbe invitato a salire in macchina. «Ho detto di no. Avevo paura».
Paura. È una parola che ricorre nelle testimonianze come un basso continuo.

La voce di Elisa in aula non trema. Sorprende tutti. Non cerca parole morbide, non cerca di apparire forte. Racconta e basta. Racconta come si sopravvive all’invisibile, come si resta in piedi senza capire perché. Racconta la lenta metamorfosi dell’uomo che aveva sposato, conosciuto nel 2006, quando – dice – «era un’altra persona». Racconta quell’inverno del 2015, quando qualcosa nella sua vita si spezza in modo irrimediabile: «Mi ha tirato un pugno alla mandibola. Non so come sono arrivata all’ospedale. So che da quel momento la mia faccia non è stata più la stessa».
Undici interventi chirurgici. Undici. Mesi interi trascorsi tra il reparto di Ivrea, le visite, le medicazioni, l’alimentazione liquida. «Non potevo aprire la bocca. Mi faceva male respirare». La giudice Cugge la lascia parlare, senza interrompere. L’aula resta immobile, nemmeno un colpo di tosse. Elisa racconta che prima di quel pugno c’erano stati altri colpi, altre spinte, altre umiliazioni. «Quando cucinavo qualcosa che non gli piaceva, mi diceva che ero un’handicappata», ripete con una sincerità che taglia l’aria. Nessuna teatralità. Solo memoria.
Racconta dell’incidente domestico che le fece saltare il bendaggio gastrico, un dispositivo interno che aveva dopo un intervento precedente. «È scoppiato con un colpo. Ero piegata in due dal dolore». E, soprattutto, racconta il paradosso più crudele di tutti: «Avevo disimparato a piangere. Perché il mio pianto gli dava fastidio e diventava più violento». Lo dice così, con semplicità, come si enuncia un dato clinico. Ma in quelle parole c’è l’intera psicologia dell’annientamento.
E poi c’è un altro episodio, quello che per lei segna il confine tra prima e dopo. È il 2016. Il piccolo piange, lei cambia il pannolino nel nuovo alloggio di Pavone Canavese. Lui entra, si irrita per qualcosa – un gesto, una parola, una porta lasciata aperta, nemmeno lei oggi ricorda – e «mi sbatte contro il termosifone. Poi mi butta sul divano. Io sento un rumore nella schiena». È allora che il figlio più grande, terrorizzato, si frappone tra i due. «Se non l’avesse fatto, io non so se oggi sarei viva», dice.
L’aula trattiene il fiato. Il ragazzo abbassa lo sguardo.
Elisa rievoca poi la vita a Vische, in casa dei suoi genitori. Racconta l’imbarazzo, la vergogna, la fatica di nascondere i lividi. Suo padre, Pietro B., lo aveva già detto: «Tornavo dal lavoro e la vedevo piangere». Lei oggi spiega perché: «Inventavo scuse perché avevo paura. Dicevo che era caduto il bambino, dicevo che avevo sbattuto io. Mentivo per sopravvivere». Una frase, questa, che nel linguaggio dei maltrattamenti pesa come una diagnosi.
Ci sono anche le minacce. Non servivano frasi eclatanti, armi, scenate. Bastavano gli sguardi. O quelle frasi che Elisa ripete con precisione chirurgica: «Le donne sono tutte puttane, buone solo a fare la calzetta». Parole che suo figlio ricorda identiche. Parole che – dice lei – non venivano solo dall’imputato, ma anche da qualcuno della sua famiglia d’origine, durante una visita al paese nel Lazio: «Suo padre parlava come lui. Anche la nonna paterna era ridotta al silenzio».
Tutto questo, racconta, avveniva mentre il secondo figlio veniva al mondo tra ospedali e preoccupazioni. «È nato prematuro di tre mesi. Lui non c’era mai. Io ero sola». E lì entra un dettaglio tenero e feroce insieme: il fratellino piccolo non parlava, il grande quasi mai nominava il patrigno. «Si vedeva che non stava bene», dirà un teste amico della famiglia. Nel frattempo, lei correva da un reparto all’altro e lui, racconta, «si arrabbiava per qualsiasi cosa». Un cellulare fuori posto. Una pasta scotta. La porta del bagno aperta.
Una relazione extraconiugale dell’uomo, svelata – dice Elisa – dal marito dell’amica in questione, rende tutto esplosivo. Sono mesi confusi, tra sospetti e conferme. Lei ne parla. Lui nega. Poi, secondo quanto riferito in aula, andrebbe via di casa e si trasferirebbe proprio presso quella coppia. La frattura è insanabile.
Poi c’è la figura – discussa e volutamente sfocata – dell’uomo che definisce «un amico di famiglia» e che lei avrebbe frequentato anni dopo, senza alcuna relazione sentimentale, come ha precisato oggi. Sulla sua presenza in casa, sul loro rapporto e su una presunta “confessione” registrata in un periodo successivo, le versioni dei testimoni oscillano. Le contraddizioni si accumulano e la corte prende nota, ma è evidente che il cuore del processo non è lì. Il peso sta altrove. Sta nel corpo di Elisa. Sta nella mandibola ricostruita. Sta nel terrore dei figli. Sta nella violenza che si ripete, sistemica, in crescendo.
Quando arriva al 2017, Elisa si ferma un istante. E racconta la fuga. «Sono andata via. Avevo capito che se restavo, morivo». Scrive una mail. Chiede aiuto ai genitori. Torna a Vische. In marzo arriva in pronto soccorso a Ivrea con lesioni tali da far partire la denuncia automatica. Da lì iniziano i procedimenti, gli incontri protetti, le valutazioni degli assistenti sociali, l’ansia del figlio grande che «aveva attacchi di panico e non voleva vederlo». Racconta anche di quella sera in cui lui – dice – le chiuse la porta a chiave costringendola a chiamare i carabinieri. Lo dice con precisione. Senza alzare la voce. Senza cercare pietà.
La fuga del gennaio 2017 non chiude nulla. Apre, semmai, la parte più complessa. Elisa rientra dai genitori a Vische, porta con sé i figli, cerca di mettere insieme un equilibrio fragile. Racconta che in quei giorni «vivevo come se stessi correndo», sempre con la sensazione che qualcuno potesse ripresentarsi alla porta. Le sue parole coincidono con ciò che riferisce il figlio: «Avevo paura che venisse a prendermi con la forza», dirà in aula.
Sono settimane convulse. I Carabinieri intervengono più volte. Una sera, il ragazzo ricorda di aver trovato i militari armati davanti alla casa, insieme a uno zio. Un episodio confuso, spiegato con poca chiarezza dai testimoni ma chiaramente inserito in un clima familiare ormai collassato. È elencato negli atti come una delle situazioni in cui l’uomo «chiedeva scusa in ginocchio» – parole del ragazzo – e prometteva di cambiare.
E infatti, nel 2017, partono gli incontri protetti. Prima in un hotel della zona, poi con gli assistenti sociali presenti. Lorenzo racconta che già in quell’hotel «avevo attacchi di panico», tanto da rifiutare di salire in macchina con Simone M. «Mi ha chiuso la porta a chiave, ho dovuto chiamare i Carabinieri». Sottolinea che ogni incontro era preceduto da giorni di ansia, e che spesso diceva agli operatori che non voleva vederlo. I documenti sociali confermano la sua difficoltà e segnalano un disagio crescente.
La difesa dell’imputato, affidata all’avvocato Celere Spaziante, insiste però su un punto: Simone M. avrebbe sempre negato ogni violenza, parlando di fraintendimenti, discussioni esasperate, problemi di coppia, gelosie reciproche, e sostenendo che la donna lo avrebbe allontanato per “questioni familiari” e pressioni esterne. Una linea che contrasta frontalmente con il racconto corale formato dalla madre, dal figlio e dal nonno. Un triangolo che, nelle aule giudiziarie, pesa come un unico blocco.
Sono decisive anche le deposizioni dei testimoni esterni, pur segnate da contraddizioni. Uno di loro – un conoscente della famiglia, amico del fratello di Elisa – ammette di aver “cancellato parecchie cose” e rivede in aula parti delle sue dichiarazioni del 1° marzo 2017, quando ai Carabinieri disse che la donna veniva picchiata «per motivi futili» e che l’imputato aveva confermato alcuni episodi. Oggi appare più vago, più impreciso, parla di amicizia, di preoccupazione, di interventi fatti “per aiutare i bambini”, ma perde coerenza sulla tempistica della sua relazione con Elisa. Una dissonanza che la giudice annota picchiettando la penna sui fogli.
Elisa, al contrario, nella sua esposizione mantiene una linearità spiazzante. Racconta il 2016 come l’anno in cui la violenza diventa strutturale. Ricorda la discussione per i tatuaggi, quando l’uomo – secondo la sua versione – le avrebbe detto «sei una puttana» perché aveva tatuato anche le labbra. Ricorda il senso di prigionia domestica. Ricorda che la casa dove vivevano l’avevano comprata insieme, e che lui pretendeva ancora «che gli lavassi le camicie» anche dopo essere stato mandato via.
«Quando è uscito definitivamente dalla nostra vita, ho imparato di nuovo a piangere». L’aula si ferma su questa frase, che non è drammatica, non è teatrale. È precisa. Tecnica. Quasi clinica. È la frase di una donna che rilegge se stessa attraverso i referti medici. Oltre alle undici operazioni, infatti, Elisa porta ancora oggi le conseguenze interne delle lesioni: la mandibola non si apre completamente, la masticazione è compromessa, il dolore – dice – «fa parte della mia quotidianità».
Poi arriva la pagina forse più dura: «Non riuscivo più ad avere emozioni». E aggiunge: «Mi bastava vedere una sua ombra per svenire». Racconta che quando lo ha visto l’ultima volta, in tribunale civile, durante la causa di divorzio, ha avuto tremori per giorni. «Ora ci sentiamo solo via mail, per i bambini». Non c’è altro. Nessun contatto. Nessuna mediazione.
Di Simone M. oggi, in aula, resta un’immagine distante. L’uomo compare, ascolta, scuote il capo quando non è d’accordo. Non alza la voce. Non interrompe. Sembra separato dal cumulo di testimonianze che lo riguardano, come se appartenessero a un altro tempo, a un’altra identità. Continua a negare ogni addebito. Continua a sostenere che alcune cose “non sono accadute così”. Resta, però, un dato che nessuno contesta: ogni mese versa l’assegno di mantenimento al figlio più grande. Quel figlio che oggi, davanti alla giudice, ha detto: «Per me non è più mio padre».
Il processo proseguirà nelle prossime udienze, mentre la giudice Cugge valuterà la mole di testimonianze, referti, dichiarazioni e contraddizioni. La violenza domestica, quando arriva in tribunale, non si presenta mai pulita, lineare, ordinata. È una geografia frastagliata di ricordi, di cicatrici fisiche e psicologiche, di vite che cercano una nuova postura.
E questo caso, per la crudezza delle immagini evocate, per la continuità delle testimonianze e per i segni indelebili lasciati sui corpi e nelle memorie, è uno di quelli che lasciano un’eco lunga. Un’eco che oggi, in quell’aula, ha avuto il timbro di una frase che rimarrà nella carta del processo:
«Per me non è più mio padre».
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