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Cronaca

Morì nello schianto in auto: il Pm chiede 10 anni di carcere per la fidanzata alla guida. Ma il Tribunale la assolve

L'incidente sarebbe stato causato dal gesto avventato del ragazzo che, per scendere, tirò il freno a mano dell'auto lanciata ad oltre 90 chilometri orari. Tra i feriti dell'altra auto, gravissima una bambina di 12 anni

Kadiri Sid Ahmed, 27 anni, abitava con la fidanzata a Sant'Antonio di Castellamonte

Kadiri Sid Ahmed, 27 anni, abitava con la fidanzata a Sant'Antonio di Castellamonte

Erano bastati pochi drammatici minuti per spezzare una giovane vita e distruggerne altre tre.

Di quello che accadde veramente la sera del 7 dicembre 2021 lungo la Statale 460, all’altezza di Leini, resta oggi soltanto il racconto della ragazza alla guida della Suzuki Wagon che, perdendo il controllo del mezzo, si andò a schiantare contro un’altra vettura che stava arrivando dalla direzione opposta. Un racconto che il Tribunale di Ivrea non ha mai potuto né confermare né smentire, perché la violenza dell’impatto distrusse quasi ogni elemento utile a ricostruire la dinamica. E che, proprio per questo, ha portato all’assoluzione dell’imputata con la formula più ampia: «perché il fatto non sussiste».

Secondo la versione resa da S.K., giovane donna di Castellamonte, quella notte tutto sarebbe iniziato nell’abitacolo, pochi istanti prima dello schianto. Lei e il compagno – Sid Ahmed Kadiri, ventisette anni – stavano litigando. Un contrasto improvviso, nato dopo un aperitivo, mentre erano diretti a Torino per continuare la serata, in un rapporto già segnato da tensioni frequenti. All’improvviso, lui si sarebbe slacciato la cintura di sicurezza, deciso a scendere dall’auto nonostante la vettura stesse procedendo a oltre 90 chilometri orari. Avrebbe cercato di fermare la corsa allungando la mano sul freno a mano e tirandolo, provocando una sbandata incontrollabile.

La Suzuki, da quel momento, sarebbe diventata ingovernabile: prima la perdita di aderenza, poi la traiettoria impazzita, fino all’invasione della corsia opposta. Dall’altra parte stava arrivando una Ford Ka con a bordo una famiglia di Lombardore. L’impatto era stato frontale, devastante, scaraventando entrambe le auto oltre il guardrail. La Suzuki aveva terminato la corsa nel fossato laterale. All'arrivo dei soccorsi, Kadiri è già morto: i vigili del fuoco lo estraggono dal bagagliaio della vettura. La cintura di sicurezza non è allacciata. Lei è ferita ma viva.

Sull’altra auto le conseguenze sono gravissime. Il padre, riporta traumi importanti ma non letali. La madre, alla guida, resta miracolosamente illesa. La più colpita è la bambina di 12 anni, che viene trasferita in elisoccorso al Regina Margherita: la sua prognosi sarà a lungo riservata, e negli anni successivi le verrà riconosciuta un’invalidità permanente del 50 per cento.

La procura ritiene solide le contestazioni nei confronti della donna: l’alcol test risultò positivo, e la velocità rilevata dai consulenti – circa 95 km/h in un tratto con limite di 70 – pesa come aggravante. Il pubblico ministero chiede dieci anni di reclusione per omicidio stradale e lesioni stradali plurime, convinto che la responsabilità dell’imputata fosse piena. Ma il procedimento, celebrato davanti al giudice Edoardo Scanavino, prende una piega diversa man mano che avanzano le perizie tecniche.

Gli esperti, chiamati a esaminare le due vetture, si trovano davanti a una scena ingestibile. La Suzuki è praticamente smembrata. La leva del freno a mano risulta tirata, la ruota posteriore sinistra è completamente bloccata, mentre la destra appare libera. Non c’è traccia di frenata sull’asfalto bagnato della 460. Non è possibile stabilire se l’imputata abbia tentato di correggere la traiettoria, né cosa abbia determinato l’invasione improvvisa della corsia opposta. Perfino la posizione del passeggero al momento dell’impatto è impossibile da determinare con precisione, così come non è possibile ricostruire la sequenza dei suoi movimenti negli istanti precedenti lo schianto.

Kadiri Sid Ahmed, 27 anni

A poco a poco, dagli elaborati dei consulenti emerge un elemento decisivo: nessuna ricostruzione può essere dimostrata oltre il ragionevole dubbio. Né quella dell’accusa, che lega lo schianto esclusivamente all’alcol e alla velocità; né quella della difesa, che attribuisce la perdita di controllo all’interferenza del passeggero sulla guida; né una terza ipotesi alternativa. La violenza dell’impatto ha cancellato ogni certezza.

In aula, le parti civili – i familiari di Kadiri e della bambina – contestano la ricostruzione dell’imputata. Ma i consulenti, anche quelli nominati dal pubblico ministero, ribadiscono di non poter escludere la versione della giovane, né di poter dimostrare che è falsa. La mancanza di elementi chiave – tracce di frenata, dinamica della rotazione del veicolo, posizione degli occupanti – impedisce qualsiasi conclusione certa.

È su questa base che il giudice Scanavino arriva alla decisione di assolvere l’imputata perché il fatto non sussiste. Non perché non vi siano state condotte imprudenti, né perché la tragedia sia meno grave di quanto appaia. Ma perché il nesso tra le condotte contestate – alcol e velocità – e lo sbandamento che ha provocato lo schianto non può essere dimostrato

Per il tribunale, l’unica certezza è la devastazione di quella notte: un morto, tre feriti, una bambina la cui vita è cambiata per sempre. Tutto il resto, invece, resta confinato in quei pochi secondi impossibili da ricostruire, nel buio di una strada già segnata da troppe tragedie, e nel vuoto lasciato da un impatto che non ha risparmiato nulla, neppure la possibilità di conoscere la verità.

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