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Cronaca

Il tenore canavesano, Mauro Ginestrone, condannato in Appello per violenza sessuale sull'allieva

Confermata in Secondo Grado la condanna a cinque anni di carcere emessa dal Tribunale di Ivrea nel giugno del 2024

Il tenore canavesano, Mauro Ginestrone, condannato in Appello per violenza sessuale sull'allieva

La conferma della condanna arriva dopo un percorso giudiziario estenuante e quasi vent’anni dopo i primi fatti contestati. La Corte d’Appello di Torino ha ribadito ieri la responsabilità dell’ex tenore Mauro Ginestrone, già voce del teatro Regio e fondatore dell’associazione culturale Musaiko - attiva a Caluso dal 2003 fino al 2015 - riconoscendogli cinque anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti della sua ex allieva, Eleonora Binando, di San Giusto Canavese, oggi 34 anni. Una sentenza che rafforza il verdetto emesso dal Tribunale di Ivrea nel giugno 2024 e che chiude, almeno sul piano processuale, una vicenda che ha segnato in modo devastante la vita della giovane.

Il fascicolo ricostruisce un rapporto iniziato quando Eleonora era ancora bambina. Il docente aveva più di trent’anni più di lei quando l’aveva incontrata nelle voci bianche, verso la fine della quinta elementare. Poco dopo aveva proposto alla madre un percorso individuale di teatro, con lezioni domenicali nel suo studio. I primi episodi si inserirono, secondo le valutazioni dei giudici, in una dinamica che mescolava confidenza, autorità artistica e un rapporto educativo improprio, costruito nel tempo. In quella fase Eleonora era già fragile, e con l’ingresso nell’adolescenza la situazione si trasformò in una spirale durata anni, fino al 2014.

Quando il tribunale di Ivrea aveva pronunciato la prima sentenza, Eleonora si trovava ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale cittadino. L’anoressia le era stata diagnosticata a soli quindici anni, quando gli abusi erano già iniziati da tempo secondo quanto accertato dalle indagini. La sua storia clinica, segnata da ricoveri ripetuti, crolli fisici e un quadro psicologico compromesso, è rimasta per anni intrecciata al percorso giudiziario. 

Una parte dei fatti, quelli anteriori all’ottobre 2012, è stata cancellata dalla prescrizione. La sentenza di Appello conferma però integralmente la condanna per le condotte successive. La versione dell’imputato, che per sei anni di processo si è sempre dichiarato innocente ed è stato difeso dagli avvocati Cristina Rey e Fabio Farruggia, non ha convinto i giudici. La procuratrice eporediese Elena Parato aveva ricostruito un quadro di abusi graduali, iniziati quando la giovane aveva tredici anni e proseguiti per un decennio.

La vicenda giudiziaria si è intrecciata anche con l’attività pubblica di Ginestrone: per anni il tenore era stato figura centrale della vita culturale tra Caluso e il Chivassese. La sua associazione Musaiko organizzava laboratori, spettacoli, progetti educativi per bambini e adolescenti, sostenuta anche da contributi comunali. Proprio questo ruolo, secondo la ricostruzione dell’accusa, contribuì a rendere più difficile per Eleonora rompere il silenzio, complice la rete di relazioni professionali che circondavano il docente e che lo avevano reso un punto di riferimento nel territorio.

La prima persona a cui Eleonora aveva rivelato il suo segreto era stata la madre, quando era in fin di vita all'ospedale delle Molinette. "Mamma, ti devo spiegare il perché della mia malattia. Ma è un segreto talmente pesante che dovrai conservarlo per tutta la vita".

Mesi dopo, durante un viaggio in auto, Eleonora continuò il suo racconto: "Mamma ma tu lo sai come lavora Mauro? Lo sai che usa il sesso con le persone a cui insegna?" .

La denuncia arriva solo nel 2018, dopo un primo periodo di ricoveri e dopo che la giovane aveva saputo del progetto di un nuovo coro di voci bianche guidato dall’ex maestro. Un’informazione che, come ha ricostruito la sua avvocata Giuseppina Paragano, accese in lei la paura che altre adolescenti potessero vivere lo stesso percorso. La decisione di esporsi pubblicamente fu un passaggio doloroso, segnato anche dal timore di non essere creduta. Il processo Eporediese le ha però riconosciuto piena credibilità, nonostante le difficoltà nel collocare alcuni episodi nel tempo a causa dei lunghi periodi di malattia.

Nella ricostruzione degli inquirenti è emersa una relazione asimmetrica costruita lentamente. Quando frequentava le lezioni domenicali, Eleonora veniva coinvolta in “giochi” che mascheravano comportamenti progressivamente più invasivi. Quella che all’inizio appariva come una richiesta fuori luogo, come un gesto imposto con leggerezza, si era trasformata in una forma di controllo e di dominio emotivo. Con gli anni, il rapporto divenne un sistema chiuso che isolava la giovane e rendeva quasi impossibile chiedere aiuto.

Tra i materiali acquisiti durante il processo figurano anche i riferimenti alle attività artistiche dell’imputato. Eleonora partecipò nel 2011 al cortometraggio “Se mi puoi sentire”, diretto proprio da Ginestrone. È in quel periodo che, secondo l’accusa, si consolidò una dinamica ancora più invasiva. Nel frattempo, la ragazza precipitava in un percorso clinico serio, fatto di tentativi di suicidio, autolesionismo e un’anoressia che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza.

Ginestrone ha sempre respinto le accuse, affermando di essere innocente e di non poter avere rapporti sessuali a causa di una grave psoriasi. La pm Elena Parato non gli ha mai creduto e al termine della sua requisitoria aveva chiesto una condanna ad otto anni di carcere, ottenendone cinque. Per la Procura, l'anoressia di Eleonora sarebbe una conseguenza diretta delle violenze subite .

La sentenza della Corte d’Appello chiude una fase, ma non chiude le ferite. Dopo la pronuncia, l’avvocata Paragano ha ricordato che la sua assistita ha combattuto non soltanto contro il proprio passato, ma anche contro la paura che gli atti andassero perduti nella prescrizione. Il collegio ha invece confermato che la parte dei reati ancora giudicabile sussiste, ritenendo attendibili e coerenti gli elementi forniti dalla vittima.

Sul piano giudiziario resta solo l'eventuale ricorso in Cassazione. Sul piano umano, rimane la storia di una donna che da anni cerca un equilibrio impossibile tra una malattia che le ha tolto tutto e una verità che per troppo tempo era rimasta confinata nelle stanze di uno studio di canto. È una vicenda che torna a interrogare non soltanto il mondo culturale in cui Ginestrone era inserito, ma anche il ruolo di adulti considerati “maestri” in contesti educativi. La giustizia ha fatto il suo passo, ora tocca alla comunità riflettere su ciò che è accaduto.

GINESTRONE E MUSAIKO

Per comprendere fino in fondo la portata della vicenda giudiziaria che coinvolge Mauro Ginestrone, bisogna ricordare la funzione che per anni aveva ricoperto nel territorio del basso Canavese attraverso Musaiko, il progetto da lui fondato nel 2003 e diventato in breve tempo una struttura riconosciuta da numerosi Comuni. Per oltre un decennio Musaiko non era stata soltanto un’associazione culturale, ma una vera piattaforma professionale che intrecciava interventi educativi, servizi per le scuole, attività ricreative e progetti artistici dedicati ai giovani.

La sua identità era duplice. Da una parte si presentava come un centro di servizi formativi rivolto all’agio e al disagio giovanile, progettato per rispondere alle esigenze degli istituti scolastici della zona. Dall’altra, agiva come associazione culturale a tutti gli effetti, impegnata nell’offerta di laboratori creativi, corsi artistici e iniziative per il tempo libero. Nel corso degli anni i Comuni del territorio — da Caluso a Mazzè, da San Giusto a Cuceglio — avevano sottoscritto convenzioni annuali che assegnavano contributi economici variabili, utili al mantenimento di una struttura capace di programmare attività continuative per bambini e adolescenti.

Grazie a quei fondi, Musaiko organizzava una stagione culturale molto articolata. Nei mesi scolastici gestiva i laboratori didattici nelle scuole convenzionate, programmava piani formativi completi, attivava corsi di musica, danza, teatro e organizzava il pre e post scuola per le famiglie che avevano necessità di anticipare o posticipare gli orari dei figli. Durante l’estate, invece, erano i centri estivi a rappresentare il fulcro dell’attività: settimane di laboratori, spettacoli e progetti rivolti a bambini e ragazzi del territorio.

Con il tempo Musaiko aveva ampliato il proprio raggio d’azione anche sul piano culturale. Una delle collaborazioni più significative fu quella con l’associazione Imagine, impegnata nel Piano Locale Giovani del basso Canavese. Insieme avevano prodotto cortometraggi e docu-fiction pensati per affrontare temi sociali sensibili. Tra questi spiccava Se mi puoi sentire, un cortometraggio inserito in una campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale. In occasione del Salone del Lavoro di Caluso, era stata presentata anche La Tribù sotto il mare, una produzione dedicata alle difficoltà dei giovani nell’orientarsi tra studio, formazione e primo impiego.

Accanto al lavoro audiovisivo, Musaiko aveva contribuito alla nascita della Banda Canavesana, un progetto musicale con finalità sociali e culturali che coinvolgeva ragazzi dagli 8 ai 17 anni. Un’iniziativa, anche questa, che mostrava quanto l’associazione fosse considerata un punto di riferimento nella formazione artistica delle nuove generazioni.

Per dieci anni il nome di Ginestrone era stato dunque associato a un sistema complesso: un progetto che univa scuole, amministrazioni comunali, famiglie, giovani musicisti e operatori culturali. La forza di Musaiko stava nella sua capacità di presentarsi come un’agenzia educativa affidata a un professionista noto nel territorio. Ed è proprio questa posizione, così centrale e così riconosciuta, che rende ancora più pesante la vicenda giudiziaria emersa negli ultimi anni.

Se vuoi, posso integrare questo approfondimento direttamente nell’articolo principale, in un punto strategico del testo.

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