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Cronaca
25 Novembre 2025 - 18:56
Davide Rossetto con l'avvocato Celere Spaziante. Nel riquadro, Luigi Rossetto
La sentenza è arrivata oggi pomeriggio, puntuale, attesa, inevitabilmente carica di tensione. Nel silenzio dell’aula di Ivrea, la giudice Stefania Cugge ha pronunciato la condanna a otto mesi di reclusione nei confronti di Ioan Mihai Chifan, trentottenne imputato per omicidio stradale in relazione alla morte di Luigi Rossetto, il motociclista di Bollengo deceduto l’11 agosto 2021 sulla provinciale 228 di Burolo. Una condanna che recepisce integralmente la tesi della procura, riconoscendo le attenuanti generiche e la diminuente prevista dal 589-bis, e fissando una provvisionale di 20 mila euro a favore della parte civile.
È un verdetto che arriva al termine di un processo complesso, tecnicamente denso e umanamente lacerante, ma che per il fratello della vittima, Davide Rossetto, rappresenta solo una tappa: non un punto di arrivo, ma il segno concreto che quella battaglia intrapresa quattro anni fa non è stata vana. Davide non ha mai nascosto la volontà di portare avanti il procedimento «non per vendetta, ma per giustizia», convinto che la morte di Luigi non potesse essere rubricata a fatalità.
Il fascicolo, oggi chiuso con una condanna in primo grado, nasce da un incidente che sconvolse un intero territorio. Quella sera di agosto, secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, Chifan avrebbe effettuato una svolta a sinistra con la propria Fiat Punto in un punto considerato pericoloso, mentre da dietro sopraggiungeva la moto Bmw condotta da Luigi Rossetto, 46 anni, imprenditore stimato e volto noto nel Canavese. La dinamica fu ripresa dalle telecamere di un esercizio commerciale e, nel corso del dibattimento, è stata più volte proiettata in aula: un filmato che per la procura costituiva un tassello decisivo, perché capace di mostrare la manovra dell’automobilista e il momento dell’impatto.
Il pubblico ministero, ripercorrendo punto per punto l’istruttoria, aveva sostenuto che «la prova è stata raggiunta». Nelle sue conclusioni aveva parlato di una condotta imprudente, non solo in relazione al codice della strada ma anche al principio generale di prudenza, quel dovere di attenzione reciproca che regola la convivenza fra conducenti. La svolta compiuta in un tratto di rettilineo, dove era possibile osservare ciò che accadeva alle proprie spalle, secondo l’accusa integrava una colpa generica, aggravata dal fatto che l’ostacolo – la moto – era ben visibile.
Sul piano tecnico, uno dei nodi che hanno animato il confronto fra le parti era quello della velocità del motociclista. Il consulente dell’accusa, l’ingegner Colacino, aveva stimato circa 80 km/h, ritenendoli compatibili con il limite dei 90, poiché non risultava segnaletica diversa. Ma la produzione in aula di una dichiarazione formale del Comune di Burolo, ottenuta dall’avvocato Alessandro Rogani, difensore di Chifan, aveva ribaltato quel presupposto: in quel tratto il limite era 50 km/h. Da quel momento, il dibattito fra consulenti si era aggrovigliato su curve di decelerazione, margini di errore, possibili velocità di impatto che oscillavano tra 80 e 100 km/h.
Il Pm, pur riconoscendo che Rossetto «viaggiava oltre il limite e aveva superato la doppia striscia», aveva però chiarito che la violazione del motociclista non esonera l’automobilista dalla sua quota di responsabilità. Una linea condivisa dall’avvocato Celere Spaziante, che assiste Davide Rossetto, fratello della vittima: la svolta della Punto – sosteneva – restava una violazione tale da incidere in modo determinante sulla dinamica. «Dal luogo da cui è provenuta l’auto – aveva ricordato Spaziante – si apre un lungo rettilineo, e l’automobilista aveva il perfetto dominio della strada nel retrovisore».
Diverso, quasi opposto, il quadro tracciato dalla difesa. L’avvocato Alessandro Rogani aveva chiesto l’assoluzione o, in subordine, il concorso di colpa della persona offesa, definendo la condotta del motociclista «abnorme e imprevedibile». Aveva ricordato in aula che la moto era arrivata «come un missile», a velocità ben superiore a quella consentita, e che lo stesso Chifan e i figli, presenti a bordo, avevano riportato lesioni. La moglie dell’imputato, Liliana Chifan, aveva descritto una scena di totale disorientamento: «Mio marito si era fermato, aveva messo la freccia. Poi abbiamo sentito qualcosa arrivare all’improvviso… ho pensato ai bambini, tremavo. Poi lo schianto e vetri ovunque. Anche sui nostri volti».
La giudice Cugge ha oggi firmato una decisione che recepisce i punti cardine dell’impostazione accusatoria, riconoscendo però le attenuanti e applicando una pena che, pur non lieve, resta contenuta. Un equilibrio che tiene conto della gravità del fatto e della condotta successiva dell’imputato, ma che soprattutto, per la famiglia Rossetto, consegna un primo, concreto atto di giustizia.
Davide Rossetto era presente in aula anche oggi, con l’avvocato Spaziante al suo fianco. È stato lui a ripetere, nei momenti più tesi delle udienze, che il processo non avrebbe mai restituito suo fratello; ma che fermarsi, o accettare una soluzione diversa, sarebbe stato impossibile. «Il video non lascia dubbi» aveva detto. «Chiedo verità per mio fratello». Oggi quella verità, almeno nella sua forma giudiziaria, ha un nome e una pena.
La difesa, dal canto suo, ha già annunciato una possibile prosecuzione del percorso. L’avvocato Rogani ha dichiarato: «Aspettiamo le motivazioni della sentenza, poi valuteremo se fare ricorso in Appello». Parole che confermano che la vicenda potrebbe non essere conclusa, e che i prossimi mesi diranno se il caso Rossetto avrà un secondo grado.
Intanto, a Bollengo e nelle comunità dell’eporediese, il nome di Luigi Rossetto resta inciso nella memoria collettiva: padre, marito, lavoratore instancabile, uomo di sport e amicizie solide. Una vita spezzata in pochi istanti, una famiglia che da quattro anni convive con un dolore che non si attenua, e un fratello – Davide – che si è caricato sulle spalle il compito più duro: trasformare quel vuoto in una battaglia per la verità.

L'avvocato Alessandro Rogani , difensore dell'imputato
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