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Cronaca

Testimonianza a porte chiuse, per l'esorcismo islamico di Salassa: in aula, il nipote della vittima

Il ragazzo, ancora minorenne, ha testimoniato in un'audizione protetta. Era l'unica persona presente quella sera che non sia imputata nel processo

Testimonianza a porte chiuse, per l'esorcismo islamico: in aula il nipote della vittima

L’aula della Corte d’Assise di Ivrea si è chiusa stamattina con un gesto lento e pesante, quasi simbolico. È un rumore diverso dagli altri, quello della porta che scivola, isolando il resto del mondo. Dentro restano i giudici, gli avvocati, gli imputati, le parti civili. E un ragazzo di diciassette anni — figlio di Nourddine Lakhrouti e nipote di Khalid, l’uomo morto nel presunto esorcismo islamico dell’inverno scorso.
È un momento che la Procura aspettava da mesi. Lo attendevano anche le difese. Hanno tentato di scongiurarlo, invece, gli avvocati della parte civile nominati dalla tutrice del minore e dei figli della vittima.

Oggi quel ragazzo, che diventerà maggiorenne tra poche settimane, ha parlato. Lo ha fatto in audizione protetta, a porte chiuse, davanti alla Corte presieduta dalla giudice Stefania Cugge. Una decisione arrivata solo dopo lunghe battaglie processuali e dopo una perizia psicologica chiamata a rispondere alla domanda più delicata: il ragazzo può testimoniare?
La consulente nominata dal Tribunale aveva detto di sì. Con lucidità, con capacità, con un margine di sicurezza sufficiente a non comprometterne l’equilibrio.

È il varco che ha reso possibile l’udienza di oggi.

Il giovane è l’unica persona non imputata che si trovava nell’appartamento di via Cavour a Salassa la notte in cui Khalid — fragile, alterato dalla cocaina, spezzato dalla paura e dal delirio — ha perso la vita durante un rituale di Ruqyah condotto secondo gli inquirenti dallo zio-imam Abdelrhani Lakhrouti con l’aiuto del fratello Nourddine e, forse, della ex moglie Sara Kharmiz.

Stabilire chi era presente e chi non lo era è uno dei nodi centrali del processo. È soprattutto questo il punto che ha reso la deposizione del ragazzo determinante.
Perché solo lui può dire, senza mediazioni o voci di rimbalzo, chi ha visto, dove stava, cosa facevano gli adulti attorno al corpo trattenuto di Khalid.

E soprattutto dove si trovasse Sara, imputata ma ancora oggi decisa nel negare di essere stata in casa.

La procura, rappresentata dalla PM Giulia Nicodemi, e le difese degli imputati consideravano imprescindibile ascoltare il giovane. A opporsi con forza erano stati invece i legali della parte civile, che agivano su incarico della tutrice: una linea dura, motivata dal timore che la deposizione potesse essere dannosa per il ragazzo dal punto di vista psicologico.

La Corte aveva scelto la via più prudente: una perizia sulla capacità testimoniale. Un lavoro lungo, che ha coinvolto la consulente per settimane, tra colloqui, verifiche di suggestione, valutazione dell’autonomia narrativa.

Il parere finale è stato netto: il ragazzo poteva essere ascoltato. Oggi, per la prima volta dall’inizio del processo, ha raccontato la sua verità davanti alla Corte.

Al termine dell’udienza, l’avvocato Ferdinando Ferrero, difensore di Nourddine Lakhrouti, ha dichiarato: «Siamo soddisfatti di quello che è stato chiarito anche dalla deposizione del minore».

Una frase secca, ma ricca di significato.
L’interpretazione verrà lasciata agli atti. Ma il peso processuale è evidente: la difesa ritiene che la testimonianza abbia sciolto alcuni nodi cruciali, soprattutto sulla presenza delle persone quella sera.

Ferrero non lo nasconde:«Finalmente – oggi – dovrebbe essere stata fatta chiarezza sull’episodio su cui rischiamo l’ergastolo».

Quelle parole non sono retoriche. Perché in questo processo, per la gravità delle aggravanti — legami familiari, crudeltà, presunta premeditazione, contesto domestico — i tre imputati affrontano un’accusa che può teoricamente portarli fino al carcere a vita.

Non meno importante è un passaggio rivelatore. Quando in aula si discuteva dell’opportunità di ascoltare il ragazzo, l’avvocato Ferrero aveva detto:«Prima domanda che vorrò fare è se sappia di essere costituito parte civile contro suo padre…».

Ed è altamente probabile che questa sia stata una delle prime questioni affrontate oggi.
Un passaggio drammatico, quasi paradossale dal punto di vista umano: un figlio che si ritrova parte civile contro il padre imputato di omicidio per la morte dello zio.

L'avvocato Ferdinanado Ferrero difende Nourddine Lakhrouti insieme alla figlia, l'avvocato Fiorenza Ferrero

Oltre al ragazzo, la Corte ha ascoltato tre operatori del pronto soccorso che ebbero a che fare con Khalid nell’ultimo accesso al pronto soccorso prima della morte.
Secondo quanto ricostruito, il 43enne allora in stato psicotico sarebbe stato talmente agitato da dover essere bloccato in due, mentre, delirando, picchiava la testa contro il muro. Una scena che gli operatori hanno confermato oggi davanti ai giudici.

Sono state poi sentite la madre di Sarae la madre di Khalid, suocera di Sara.

Entrambe hanno descritto rapporti di fratellanza solidissima tra Nourddine e Khalid, insistendo sul fatto che tra i due non ci fossero tensioni o animi ostili.
Un dettaglio che le difese considerano essenziale, perché mina l’idea di un movente interno o di dinamiche violente all’interno della famiglia.

Per comprendere il peso dell’udienza di oggi bisogna tornare a quella notte. È il 10 febbraio 2024 quando Khalid muore nel piccolo appartamento di via Cavour a Salassa.
Un uomo fragile, tossicodipendente, segnato da una disabilità dopo un incidente, attraversato da paranoia e deliri.
Un uomo convinto — in una spirale di religione e allucinazioni — che uno Jinn, uno spirito di fuoco citato nel Corano, si fosse impossessato di lui.

I familiari, secondo l’accusa, chiamano lo zio Abdelrhani, imam della comunità islamica di Cuorgnè, per praticare la Ruqyah, l’esorcismo islamico.
In teoria, un rito di preghiera e recitazione. In pratica, secondo gli inquirenti, un rituale coercitivo fatto di immobilizzazioni, mani che tengono fermo il corpo, una bocca tappata e una camicia spinta sulla faccia fino a impedire la respirazione.

Quando arrivano i soccorsi, alle 21.45, è già troppo tardi.

Il medico legale Mario Apostol, consulente della Procura, lo ha spiegato con rigore: Khalid è morto per asfissia meccanica violenta.
Non un malore, non una crisi psicotica terminale, non un arresto cardiaco spontaneo.
Secondo lui, un soffocamento causato da un corpo soffice premuto sulla bocca e sul naso.

Il RIS di Parma trova nella gola di Khalid un bottone Guess, incastrato tra laringe e corde vocali, circondato da fibrille tessili compatibili con una camicia da uomo trovata nell’armadio di Sara Kharmiz.

Una prova, secondo l’accusa. Una coincidenza, secondo le difese.

Il corpo mostra segni di legature ai polsi e alle caviglie. E la stima dell’ora della morte — tra le 18 e le 19 — rende ancora più pesante il ritardo nella chiamata ai soccorsi.

Esiste, poi, un video, mostrato in aula. Girato tre settimane prima della morte, durante un altro “esorcismo”. Khalid è avvolto in una coperta. Nourddine lo tiene fermo. Lo zio-imam recita versetti del Corano a volume altissimo.

I carabinieri intervengono quella notte. Nessuno immagina che tre settimane dopo quella scena si ripeterà, in forma più estrema, fino alla tragedia.

Oggi il processo ha fatto un passo avanti enorme. Non solo per la testimonianza del minore. Non solo per i medici e per i familiari sentiti in aula. Ma perché, per la prima volta, le difese hanno dichiarato apertamente di ritenere che la giornata abbia segnato una svolta.

La frase dell’avvocato Ferrero lo riassume da sola:

«Finalmente – oggi – dovrebbe essere stata fatta chiarezza sull’episodio su cui rischiamo l’ergastolo».

Se sia davvero così, lo dirà la Corte. La presidente Cugge, la giudice a latere Antonella Pelliccia e i sei giudici popolari hanno ora un tassello che mancava. E il racconto di quel ragazzo, unico testimone non imputato di quella notte, diventerà inevitabilmente uno dei pilastri del processo.

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