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Cronaca

La schiena di Raso, la voce di Pasquino: le due facce della ’ndrangheta che racconta se stessa

Nella maxi aula 6 del Tribunale di Torino il processo d’appello sulla ’ndrangheta torinese si apre con l’immagine di Vittorio Raso di spalle e la testimonianza in video di Vincenzo Pasquino: l’affiliazione a Brandizzo, la rotta della cocaina dalla Val Susa a Torino...

La schiena di Raso, la voce di Pasquino: le due facce della ’ndrangheta che racconta se stessa

Vittorio Raso nel momento dell'arresto nel 2022

La schiena di Vittorio Raso compare sul monitor prima ancora che il presidente della Corte apra bocca. Cappellino calcato fin quasi alle orecchie, luce piatta, nessun dettaglio del viso. È la postura di chi ha già deciso quanto far vedere e quanto no. E infatti non si muove nemmeno quando la maxi aula 6 si riempie del brusio di avvocati, imputati, carabinieri della Mobile e curiosi del processo d’appello sulla ’ndrangheta torinese.

È così che parte l’udienza di ieri: con un uomo voltato di spalle a tutto e a tutti.

Il pubblico ministero Valerio Longi non perde tempo. Prima chiama Vincenzo Pasquino, l’altro collaboratore di giustizia. Il volto di Pasquino, al contrario di Raso, si vede chiaramente. Ha i tratti tirati, il tono misurato. E comincia da un punto che non si trova nei verbali, ma nella gola di chi parla di sé: «In Brasile ero trattato come fossi al 41 bis. E non vedevo più mia figlia».
In aula, qualcuno smette di scrivere.

Pasquino racconta poi ciò che ieri andava messo nero su bianco davanti ai giudici: la sua affiliazione. Lo dice con naturalezza, come si ricordano le tappe di un apprendistato. “Brandizzo, carrozzeria. Dietro l’officina una stanza. Lì dentro mi hanno fatto il rito”. Quel giorno c’era Domenico Alvaro, in semilibertà, e c’erano “tre fazzoletti” per tre assenti importanti. Il tutto avvolto da un’atmosfera che lui definisce come fosse “normale”.
E la frase che più colpisce il tribunale è una: «Io nella ’ndrangheta non avevo bisogno di entrarci. Ma per Raso era importante, e l’ho fatto».

A quel punto l’aula capisce: il legame fra i due non è solo criminale. È personale. Di fedeltà. Di formazione.

Pasquino prosegue, e qui si torna ai fatti: 2016, la rotta della cocaina che dalla Val Susa portava a Torino. Pacchi da cinque, dieci chili alla volta. La raffineria improvvisata vicino Pianezza. Il “da uno ne facevamo due”. La consegna a Milano. Una catena industriale, non artigianale. E mentre parla, gli avvocati degli imputati prendono appunti, perché alcuni dettagli sulla quantità e sui depositi non erano ancora stati raccontati con questa precisione.

Poi tocca a Raso, e la scena cambia di nuovo.
L’inquadratura resta identica: un uomo di spalle. Ma la voce no.
La sua è più sicura, più affilata.

Racconta del traffico di armi con i sinti, di un carico finito “ai sardi che dovevano fare una rapina”. Racconta della sua promozione a padrino, avvenuta – conferma – praticamente nello stesso circuito in cui Pasquino era stato affiliato. E qui arriva il dettaglio più forte della mattinata: «L’ho voluto io. Perché lavorava bene». Detto così, senza enfasi, come se stesse parlando di un apprendista meccanico.

Poi aggiunge un pezzo che in aula gela tutti: come riusciva a uscire dal carcere. «Mi iscrivevo al Sert. Le guardie facevano passare la droga. Io la mettevo nell’urina. Risultavo positivo, e così ottenevo la comunità».
Un sistema che gli inquirenti avevano ricostruito in parte, ma sentirlo raccontare con la naturalezza di una routine quotidiana produce un effetto diverso.

Raso ripercorre la sua carriera criminale come una linea retta: Crea, poi Alvaro, infine Assisi. E poi la Spagna, la vita da ricercato vicino Barcellona, l’arresto della Squadra Mobile, la convinzione che la fuga fosse ormai finita. È lì che spiega la sua scelta di collaborare: «Volevo dare ai miei figli una vita diversa. Ero braccato da mezzo mondo. Ero scoppiato».

Quando lo dice, si abbassa leggermente il cappellino.
È l’unico gesto che tradisce un’emozione.

La corte ascolta, annota, incrocia. Gli avvocati segnano punti da contestare. Gli imputati si scambiano sguardi.

E la sensazione finale è che ieri, per la prima volta in questo processo, i due pentiti abbiano messo sul tavolo non solo i fatti, ma anche la dinamica dei rapporti, la gerarchia reale, la catena di fiducia. Tutto quello che nei faldoni è riportato in forma secca e che ieri, attraverso due monitor, ha preso forma, voce e ritmo.

dda

Piemonte, le due voci del narcotraffico: Raso e Pasquino raccontano come la ’ndrangheta si è presa stadio, porti e Canavese

Sono i due nomi che tornano in ogni fascicolo, in ogni ordinanza, in ogni verbale che descrive la nuova geografia della ’ndrangheta al Nord. Quando i magistrati torinesi parlano di narcotraffico internazionale, di container carichi di cocaina che partono dai porti brasiliani e finiscono nei capannoni del Canavese, Vittorio Raso e Vincenzo Pasquino sono sempre in prima fila, scolpiti dentro le carte.

Due vite diverse, due generazioni, due ruoli distinti nella stessa architettura criminale: il primo legato all’hashish, agli ultras della Juventus, alla lunga latitanza spagnola; il secondo alla cocaina, ai cartelli sudamericani, ai carichi intercettati tra Santos, Livorno, il Canavese e i terminal del Nord Europa. Entrambi oggi collaboratori di giustizia, entrambi impegnati a raccontare dall’interno quel sistema che per anni hanno alimentato, contribuendo a scrivere le pagine più recenti dell’operazione Samba e dei processi che da essa derivano.

Quando il collegamento si apre nella maxi aula 6 del Tribunale di Torino, l’immagine di spalle di Vittorio Raso, 45 anni, con il cappellino calato sulla nuca, sembra più un’ombra che un uomo. È così che sceglie di presentarsi nelle udienze: sempre di schiena, mai un dettaglio del volto. La sua voce, però, è nitida. Racconta, ricostruisce, incastra relazioni, conferma dinamiche che gli inquirenti avevano già intravisto nelle prime intercettazioni.

Per oltre un decennio il suo nome compare e scompare nei procedimenti legati ai clan Alvaro, Assisi, Barbaro, Papalia, in territori dove la ’ndrangheta non è una presenza occasionale ma una radice profonda. Quando la Dda piemontese lo interroga, Raso non esita a spiegare i meccanismi che legavano ’ndrangheta, tifo organizzato e traffico di droga, confermando persino che “una fetta dello stadio ce l’eravamo presa davvero”. E racconta come funzionava il giro dei biglietti dell’Allianz Stadium, il sistema dei Bravi Ragazzi, la rivendita dei tagliandi gonfiata a dismisura fino a produrre oltre 20 mila euro a partita: denaro sistematicamente reinvestito nei circuiti delle cosche.

Questo incrocio tra calcio e clan non è nuovo. Già con Alto Piemonte, l’inchiesta del 2016, era emersa l’ombra della ’ndrangheta sulla curva bianconera. In quelle carte compariva anche il rampollo di una famiglia legata ai Pesce–Bellocco di Rosarno, pronto a “dare una mano” in caso di problemi. La Juventus, nelle sentenze, venne definita “vittima inconsapevole”, ma l’equilibrio fotografato dalle indagini era evidente: la curva come luogo di scambio, i biglietti come moneta, il tifo come strumento di influenza. Le parole recenti di Raso retrodatano quell’interesse, descrivendo un sistema già rodato tra il 2011 e il 2012: pacchetti di biglietti consegnati a blocchi, accordi con i capi curva per mantenere l’ordine, margini sicuri dalla rivendita, contatti diretti con famiglie come i Pesce–Bellocco, gli Alvaro e i Piromalli.

La parabola criminale di Raso, però, è soprattutto internazionale. Dopo anni trascorsi tra Torino e hinterland, si sposta in Spagna, dove fissa la base delle sue operazioni: un appartamento di lusso a Barcellona, corridoi privilegiati con i fornitori di hashish del Maghreb, una rete di corrieri che rifornisce l’Italia. Vive da ricercato, ma in una latitanza dorata, costosa, complessa da mantenere. Lui stesso spiega che “un latitante ha molte spese”: case, spostamenti, telefoni criptati, appoggi sicuri. Nel frattempo diventa uno dei ricercati più pericolosi d’Europa. Il 23 giugno 2022, la polizia spagnola lo arresta su mandato della Dda di Torino, chiudendo una caccia durata anni. Da quel momento Raso sceglie di collaborare. Racconta del legame con i clan, della lunga amicizia con Pasquino, dei carichi gestiti insieme, delle armi acquistate dai sinti. E confessa che il vero crollo arriva dopo l’arresto della compagna: quello è il momento in cui decide di parlare.

Dall’altra parte del collegamento c’è Vincenzo Pasquino, classe 1990, torinese. Il suo nome è ormai sinonimo dell’operazione Samba, la più vasta inchiesta antimafia piemontese degli ultimi anni. Già condannato nel processo Cerbero, figura nelle indagini come elemento di spicco della ’ndrangheta piemontese, con un ruolo sempre più centrale nei traffici internazionali. La sua storia passa per la carrozzeria di Brandizzo, dove nel 2011 riceve la dote di picciotto da Domenico Alvaro. È lì che diventa parte del sistema, entrando nella locale di Chivasso, considerata dagli investigatori un nodo fondamentale, guidata da Pasquale Trunfio e collegata ai vertici calabresi.

I primi affari li fa proprio con Raso: viaggi in Spagna, carichi di hashish, i contatti con la costa iberica. Ma la vera svolta arriva nel 2014, quando entra nell’orbita della famiglia Assisi, specialisti nel traffico di cocaina con basi operative in Piemonte, Lombardia e Brasile. È Michelangelo Versaci a proporgli il passaggio definitivo: mollare l’hashish e lavorare stabilmente per gli Assisi. Da quel momento Pasquino gestisce partite di droga che partono dal Sud America e arrivano in Europa, media nei conflitti interni ai clan, tratta direttamente con i fornitori brasiliani, risolve frizioni tra gruppi rivali come gli uomini di Rocco Barbaro, detto “U Castano”. Racconta episodi concreti: il carico da 440 chili sequestrato a Livorno, quello da 50 chili in arrivo da Santos fallito a causa delle borse fosforescenti. Dopo l’arresto di Michael Assisi nel 2017, è lui a prenderne il posto, su richiesta di Patrick Assisi, che gli ordina di tornare in Brasile per tenere aperti i canali con i cartelli.

La sua latitanza sudamericana si muove tra João Pessoa, Paranaguá, São Paulo, con uno username – “Ronaldo” – per non essere intercettato. Gli investigatori ricostruiscono i movimenti attraverso foto inviate alla moglie, dettagli sullo sfondo, messaggi apparentemente innocui. L’arresto arriva nel maggio 2021, insieme a Rocco Morabito: uno dei colpi più importanti mai messi a segno contro il narcotraffico internazionale. A novembre, Pasquino decide di collaborare perché – dice – si è sentito tradito proprio da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Da quel momento inizia a riempire verbali per mesi, fino alla primavera 2024, descrivendo non solo la droga ma anche il riciclaggio.

Gli inquirenti parlano di almeno 6,5 milioni di dollari movimentati attraverso conti in Brasile, Panama, Svizzera, Olanda, e tramite piattaforme di criptovalute. Lo definiscono “riciclaggio ad alta tecnologia”. Ed emergono figure femminili che non sono comparse: Rosalia Falletta, moglie di Nicola Assisi, e la figlia Rita Siria Assisi, ritenute responsabili della gestione di parte del denaro dopo l’arresto del patriarca. E poi Jessica Patrizia Vailatti, compagna di Pasquale Michael Assisi, unica non detenuta, ma indicata come figura centrale nella gestione patrimoniale.

Su queste dichiarazioni nasce l’operazione Samba, coordinata dai pm Francesco Saverio Pelosi e Livia Locci, con i carabinieri del Ros guidati dal colonnello Andrea Caputo. Dodici persone ricevono l’avviso di conclusione indagini: oltre a Pasquino, ci sono Christian Sambatti, Nicola De Carne, Enrico Castagnotto, Giovanni Pipicella, Francesco Barbaro, il brasiliano Nicholas Charles Evangelista Lopes, Rita Siria Assisi, Jessica Patrizia Vailatti, Michelangelo Versaci, Pino Grillo e Giuseppe Basile. Dodici profili che, secondo la Dda, rappresentano l’ossatura operativa, logistica, finanziaria di una rete che unisce Piemonte, Lombardia e Brasile. Ma la platea è molto più ampia: nella prima fase gli indagati erano almeno trenta; ora, per altri quindici, gli accertamenti proseguono sul versante patrimoniale.

Intorno a tutto questo c’è il Piemonte, un territorio che da vent’anni convive con la colonizzazione silenziosa delle cosche. Dalle famiglie Alvaro, Crea e Trunfio, ai clan Assisi e Barbaro, passando per le operazioni Colpo di Coda, Cerbero, Minotauro e Alto Piemonte, emerge una mappa in cui il Canavese è diventato una cerniera strategica: basi logistiche, appartamenti, officine, locali commerciali, snodi capaci di collegare le rotte del Brasile con il cuore dell’Europa.

In questo quadro, Vittorio Raso e Vincenzo Pasquino restano due facce della stessa medaglia: uno cresciuto tra curva, hashish, armi dai sinti e latitanza spagnola; l’altro incarnazione della fase internazionale, quella dei porti brasiliani, del riciclaggio sofisticato e dei rapporti diretti con i cartelli. Oggi parlano da località protette, collegati a migliaia di chilometri di distanza, mentre a Torino le aule ascoltano, le difese contestano, la Procura prova a incastrare tasselli. Perché se si vuole comprendere come la ’ndrangheta abbia trasformato il Piemonte in uno snodo della cocaina globale, è inevitabile partire dalle loro storie. E da ciò che, ora, hanno scelto di raccontare.

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