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Cronaca
24 Ottobre 2025 - 20:12
Quando la voce dell’imam riempie la stanza, Khalid è già perduto. Le parole del Corano rimbombano nel microfono, la Ruqyah — l’esorcismo islamico — inizia come una preghiera e finisce come una condanna. Nel piccolo appartamento di via Cavour a Salassa, la notte del 10 febbraio 2024, un uomo fragile, tossicodipendente e segnato da una disabilità, lotta contro se stesso e contro chi crede di salvarlo. Si chiama Khalid Lakhrouti. E la sua morte — tra fede, paura e ignoranza — racconta quell'abisso culturale che la Corte d’Assise di Ivrea dovrà colmare con una sentenza che stabilirà le responsabilità in quello che per l'accusa sarebbe stato un omicidio volontario premeditato.
Nell'aula, davanti ai giudici popolari, alla presidente Stefania Cugge e alla giudice Antonella Pelliccia, si è tornati a respirare l’aria densa di quella casa, le preghiere recitate nel buio, le urla, la paura. Oggi ha parlato Aziz, esponente della comunità islamica di Cuorgnè, chiamato a testimoniare come lettore del Corano durante uno di quei rituali che avrebbero dovuto liberare Khalid dal male.
«Io credo negli Jinn», ha detto senza esitazioni, quando il presidente gli ha chiesto se avesse davvero creduto a ciò che stava facendo. Ha pronunciato quella parola con naturalezza, come fosse un dato di fatto: Jinn, spiriti invisibili di fuoco, citati più volte nel Corano, capaci di insinuarsi nell’anima delle persone, di tentarle, di abitarle.
Il testimone, Aziz, lavora in fabbrica da vent’anni. Un uomo qualunque, che però, di tanto in tanto, viene chiamato a leggere le sure sacre davanti a chi crede di essere tormentato. «Non prendo denaro, lo faccio solo per fare del bene», ha spiegato. Non un predicatore, non un esorcista di professione. Ma un credente. «Io leggo il Corano, se c’è uno Jinn, parla lui, non la persona. Ma Khalid non era posseduto. Ho letto i versi sacri e non ha avuto reazioni. Non ha fatto male a nessuno.»
Il rituale in questione è la Ruqyah, la forma di esorcismo ammessa nell’Islam, che consiste nella recitazione di versetti del Corano ad alta voce, talvolta amplificati da microfoni e casse, perché — ha spiegato in aula — «la voce dev’essere forte, il male deve sentire». Non si tocca la persona, non si immobilizza, non si urla contro di lei. Eppure, nelle immagini viste in aula, ciò che si vede è ben diverso.
La sera del 10 febbraio, Khalid è disteso a terra, nel soggiorno di casa. Si agita, mormora, urla parole sconnesse. Lo zio Abdelrhani Lakhrouti, imam di Cuorgnè, recita i versetti con voce scandita da un microfono. Accanto a lui il fratello Nourddine lo tiene fermo. C'è anche il nipote, minorenne. Secondo gli inquirenti anche l'ex moglie Sara. È la scena di una lotta più che di una preghiera.
Non è la prima volta che si tenta l'esorcismo per salvarlo. Nei video visti in aula, Khalid dice di sentire due Jinn: «Uno mi dà saggezza, l’altro forza», mormora. Poi aggiunge: «C’è qualcosa che non va nei pantaloni». E' in preda al delirio. Aziz lo osservava, continua a recitare il Corano, ma in cuor suo ha già capito: «Khalid non era posseduto, era malato. Le sostanze che assumeva gli facevano vedere e sentire cose che non esistevano».
Era un uomo spezzato, Khalid. Un tempo robusto, sorridente, poi caduto nella spirale della droga. Aveva tentato di uscirne: affidato al Sert, aveva seguito un percorso di disintossicazione, ma poi c'era ricaduto. A peggiorare la sua situazione, poi, c'era stato un brutto incidente, un tuffo nel torrente Orco durante una gita, finito male. Aveva riportato la frattura delle vertebre cervicali. Era stato necessario operarlo e mettergli una placca di titanio al collo. Da allora, Khalid, camminava male, con passo rigido, e la testa come se fosse altrove.
La cocaina lo aveva consumato. Il dolore lo aveva reso paranoico. Credeva che lo Jinn volesse la sua ex moglie, Sara, e che in cambio gli avrebbe dato forza e saggezza. «Lo Jinn vuole lei, vuole mia moglie», diceva. La sua fede, distorta dalla paura, dalle sostanze di cui abusava, era diventata ossessione.
Il 10 febbraio 2024, la casa di via Cavour diventa il teatro di un dramma. Lo zio, l’imam, accorre per “liberarlo”. Ma la Ruqyah, quella notte, si trasforma in un rituale estremo: Khalid è legato, avvolto in una coperta, trattenuto. Quando arriva l’ambulanza, è già morto da ore. Asfissia meccanica: così scriveranno i medici. Non è la fede ad ucciderlo. E' la mancanza d’aria.
In aula, il nome dell’imam Abdelrhani Lakhrouti ricorre di continuo. Figura rispettata nella comunità di Cuorgnè, uomo di preghiera e punto di riferimento per decine di famiglie musulmane del Canavese. È lui ad aver guidato il rito, a credere nella presenza dello Jinn dentro il nipote, a recitare i versetti per liberarlo.
Nell’aula di Ivrea, tra avvocati e imputati, oggi c’era anche Sara Kharmiz, l’ex moglie. Bellissima. Capelli corvini, lunghi, mossi. Occhi verdi, un viso segnato dal dolore. Quando i video scorrono sullo schermo, lei si alza e lascia la sala. Piange. Non regge al dolore. Rivedere quell’uomo che l’ha amata e ferita, che l’ha picchiata e inseguita, è troppo.
Sara ha vissuto per anni accanto a Khalid. Ha sopportato la sua violenza, le crisi, la droga, il delirio. Poi è fuggita, con i figli e la madre, in un appartamento in via Matteotti. Lo aveva denunciato, temeva che potesse ucciderla. Oggi è imputata di concorso in omicidio aggravato. Per l’accusa, quella sera era lì, presente al rituale. Lei lo nega con forza: «Io non c’ero. Non ho fatto nulla.»
Da allora la sua vita è sospesa. I figli le sono stati tolti. Li può vedere solo in ambiente protetto, durante le visite concesse dai servizi sociali. Vive in silenzio, aspettando un verdetto che potrà restituirle un nome o seppellirla per sempre sotto il sospetto.
Ora, il testimone più atteso in aula, è Amin, 17 anni, figlio del fratello di Khalid, era in casa quella notte. Ha visto tutto. Ma finora non ha parlato. La psicologa Laura Ornato, che lo ha seguito, è stata sentita oggi in aula e ha dato parere positivo: il ragazzo potrà testimoniare, in audizione protetta. Non è suggestionabile, non è fragile. Potrà raccontare ciò che ha visto: chi c’era, chi pregava, chi lo tratteneva.
Il suo racconto sarà decisivo. Forse sarà la sua voce a chiarire se Sara fosse davvero presente, se lo zio-imam abbia superato i limiti del rito, se quella preghiera sia diventata una condanna. Se Khalid sia stato ucciso per sconfiggere una volta per tutte lo Jinn che lo possedeva.
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