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Cronaca
15 Ottobre 2025 - 16:48
L’udienza di oggi al Tribunale di Ivrea, davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge con a latere Edoardo Scanavino e Antonella Pelliccia, ha riacceso i riflettori su un nome che a Brandizzo molti ricordano bene: Massimo Pirrazzo, l’ex comandante della Polizia municipale, morto soffocato da un boccone di pizza nel 2018. Durante la lunga testimonianza del colonnello Michele Fanelli, già al Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri e oggi alla Direzione Investigativa Antimafia di Torino, il suo nome è riemerso tra intercettazioni, favori e connivenze. A coordinare l’accusa è il procuratore Valerio Longi della DDA di Torino, che oggi ha ascoltato in silenzio una delle deposizioni più dense di tutto il processo Echidna.
Secondo quanto riferito da Fanelli, Pirrazzo avrebbe avuto un ruolo chiave nel sistema di favori e protezioni costruito attorno ai Pasqua, la famiglia al centro dell’inchiesta. Dalle intercettazioni depositate in aula emerge che il comandante era solito annullare multe e sanzioni per conto di Giuseppe Pasqua, il patriarca del clan di Brandizzo, e dei suoi sodali. Un comportamento che, se confermato, ridisegna il profilo di un funzionario comunale da sempre percepito come figura controversa: già finito sotto processo per abuso d’ufficio, accusato di aver modificato il cartellino delle presenze di un collega indagato per violenza domestica, allo scopo di creargli un alibi.
Il colonnello Fanelli ha ripercorso un episodio emblematico, avvenuto il 23 luglio 2015. Un vigile urbano multa Giuseppe Pasqua in via Gondolo per aver parcheggiato la sua auto nello stallo dei disabili. Pasqua, infuriato, insulta l’agente e, rientrato in macchina, urla: «Pure sta cazzo di multa di merda! Comandante, vai a fanciullo, vai!». Non è uno sfogo solitario, ma una minaccia pronunciata ad alta voce, davanti al pubblico ufficiale.
Il giorno seguente, dalle intercettazioni, si sente Armando Carvelli, imprenditore dei trasporti e figura di collegamento tra Pasqua e Pirrazzo, rassicurare l’amico: «Ho chiamato Massimo, vede di fare qualcosa, ma promettimi che non devi più urlare davanti ai vigili». Qualche ora dopo, la contravvenzione scompare. Pasqua si vanta al telefono con un parente: «Me l’ha tolta. Ottanta euro e cinque punti sulla patente. Glielo spacco quel giovane di merda».
Il 25 luglio, Carvelli chiude la faccenda con una frase che oggi, in aula, è risuonata come un sigillo: «Strappa pure quel foglio, vai tranquillo. Non litigare più con nessuno, però. Piuttosto dillo a me». Da quel momento, secondo Fanelli, Pirrazzo diventa una garanzia, un “risolutore” per multe e grattacapi vari. E non solo per Pasqua, ma anche per altri imprenditori amici del gruppo.
Dalle carte emerge anche un altro episodio, quasi paradossale. Pirrazzo inaugura un sistema di telecamere capace di leggere le targhe e segnalare automaticamente veicoli senza assicurazione o revisione. Invita Carvelli a vederlo in funzione dalla centrale operativa, ma pochi giorni dopo sulle scrivanie della Polizia municipale arrivano una decina di verbali a carico dei mezzi della ditta di Carvelli. Le telecamere avevano segnalato diverse irregolarità. A quel punto, Pirrazzo lo chiama scherzosamente: «Ma come? Proprio tu che sei stato tra i primi a vedere l’impianto?». Secondo gli inquirenti, molte di quelle multe sarebbero poi sparite nel nulla.
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Il colonnello Michele Fanelli, all'epoca in forze al Ros, oggi alla Dia di Torino
Ma la deposizione di Fanelli non si è fermata ai favori amministrativi. Nella parte finale, il colonnello ha collegato Carvelli anche a un traffico di armi, citando un’intercettazione del 30 ottobre 2015. In quella conversazione, Carvelli offre a Claudio Pasqua una pistola PPK “nuova di pacca”, completa di scatola, al prezzo di 1300 euro. «Per altri 1500», aggiunge, a indicare un giro di vendite su commissione. Il dialogo prosegue con dettagli inquietanti: «Devo cancellare il numero» dice Pasqua; «Lo faccio con la smerigliatrice, col trapano si rovina. Se no è traffico d’armi» risponde Carvelli. Un botta e risposta che, agli occhi degli inquirenti, sancisce la natura criminale dei rapporti tra i due.
La disponibilità di Carvelli a “procurare armi” ai Pasqua torna centrale per ricostruire i legami tra la rete imprenditoriale e quella mafiosa. Il colonnello Fanelli ha ricordato come le conversazioni intercettate nel 2015 rivelino una fitta trama di alleanze, favori e intimidazioni sottili, intrecciata nel quotidiano di Brandizzo.
In aula, più volte, il presidente Cugge ha richiamato le parti alla calma, tanto era acceso il dibattito intorno a quelle registrazioni. La difesa ha contestato la pertinenza di alcuni passaggi, ma il pm Longi ha insistito sul valore indiziario delle conversazioni, definite “fotografie del potere reale sul territorio”.
Il nome di Massimo Pirrazzo, morto da sette anni, continua dunque a gravare come un’ombra sulla vicenda. In paese lo ricordano come un uomo carismatico, a tratti spavaldo, ma sempre al centro di voci e sospetti. L’episodio delle multe e quello del cartellino falsificato si inseriscono oggi in un quadro più ampio: quello di un sistema in cui autorità, imprenditori e clan si intrecciavano fino a rendere indistinguibili i confini tra legalità e complicità.
Nelle prossime udienze, il Tribunale tornerà ad ascoltare altre testimonianze dei Carabinieri del Ros, per completare la ricostruzione delle relazioni tra la famiglia Pasqua, le imprese locali e il Comune di Brandizzo. Una storia che, a distanza di anni, continua a restituire un ritratto inquietante della provincia piemontese: un territorio in cui la ’ndrangheta non ha avuto bisogno di minacciare, ma soltanto di chiedere favori.
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Il PM Valerio Longi
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