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Cronaca

Prof. dell'Ubertini accusato di violenza sessuale: in aula vacillano le accuse

A difenderlo durante il processo, proprio una delle ragazze che denunciato gli abusi alla preside per poi dire che è stato tutto ingigantito

Foto di repertorio

Foto di repertorio

Nel processo per violenza sessuale contro il professor Daniele Finotto, in corso a Ivrea, l’ipotesi di un complotto costruito a tavolino non è più solo un'eco delle arringhe difensive. Sta diventando, udienza dopo udienza, un elemento strutturale del dibattimento. A sostenerlo non è solo l’avvocato dell’imputato, ma alcune delle stesse persone che, all’inizio dell’inchiesta, si erano trovate sul fronte accusatorio. Nell’ultima udienza sono state ascoltate Carlotta – nome di fantasia per una delle ex studentesse che avevano firmato le lettere di denuncia – e sua madre. Le loro parole hanno contribuito a scardinare la narrazione iniziale, aggiungendo nuovi tasselli a una vicenda sempre più complessa, in cui si mescolano dinamiche scolastiche, fragilità adolescenziali, pressioni psicologiche e rivalità tra insegnanti.

La madre della ragazza, ha riferito in aula che all’inizio sua figlia non aveva nulla da dire contro il professore. Anzi, sembrava spaesata e poco incline ad abbracciare le accuse che cominciavano a circolare. "Settembre tutto bene, ottobre inizia un complotto contro il professore", ha dichiarato. Solo dopo venti giorni, quando le pressioni del gruppo classe erano diventate insostenibili, la ragazza avrebbe ceduto. Non subito, e non convinta. "Tu con questo prof non ci devi parlare", le avrebbero detto le compagne, fin dal primo mese nell’istituto Ubertini di Caluso.

La donna ha raccontato di essere stata convocata dalla professoressa Sorace e dalla dirigente scolastica, che le riferirono che il professore "palpeggiava le ragazze". Ma lei, da madre, chiese di andare a fondo prima di distruggere la vita di una persona. E quando, a casa, parlò con la figlia, la risposta fu netta: "Con il senno di poi, il prof non mi ha mai sfiorata". Una frase che – sempre secondo il racconto della testimone – si è ripetuta più volte nei giorni successivi, mentre sua figlia cadeva in un profondo stato di stress, al punto da ricevere una diagnosi medica con indicazione di stress massimo.

Secondo la donna, alla figlia sarebbe stato fatto “un lavaggio del cervello”. In aula ha detto che fu la preside a richiedere con urgenza una dichiarazione scritta, e che venne chiesto anche a lei – alla madre – di redigere una lettera contro il professore. "Ma io non l’ho fatta", ha precisato. La figlia, invece, cedette. Lo fece, ha detto la madre, "con titubanza", salvo poi pentirsene e cercare di rimediare. "Le ho detto che era una cosa che non andava fatta", ha aggiunto. Oggi, dice, è certa: "Mia figlia è stata strumentalizzata".

E proprio Carlotta ha confermato molte delle affermazioni materne, andando anche oltre. "Tutto è partito da un confronto tra noi studenti", ha detto. I professori non erano presenti, ma il clima era già avvelenato. Lei, che veniva da un’altra scuola e si era inserita da poco nella II D, era rappresentante di classe e cercò di fare da mediatrice. Propose, assieme ad altri, di parlare con la coordinatrice Sorace. Ma fu quest’ultima ad andare direttamente dalla preside, che poi – secondo quanto riferito – tornò a chiedere "lettere scritte da noi e dai nostri genitori". Fu da quelle lettere che partì la denuncia, poi inoltrata ai carabinieri.

Ma Carlotta, in quel momento, non era sicura di ciò che scriveva. "Avevo fatto amicizia con Finotto. Ci voleva bene come figli. Mi sembrava tutto molto strano". Ha spiegato che solo in un secondo momento iniziò a vedere con malizia alcuni comportamenti del professore, perché condizionata dalle compagne. "Dicevano che era stato mandato via da un’altra scuola per problemi con le ragazze, e che ora stava sul sostegno per lo stesso motivo". Le compagne, ha raccontato, parlavano di Finotto come di una figura da colpire, anche nella chat di classe. In un messaggio riportato in aula si diceva: "Gliela dobbiamo far pagare", con epiteti offensivi come "piccolo nano".

Carlotta ha anche ammesso che le pressioni del gruppo erano fortissime. Quando decise di ritirarsi dal procedimento, venne insultata: "Stronza, puttana, cicciona", le avrebbero detto le ex compagne. "Non me la sentivo di dire cose di cui non ero certa", ha spiegato con voce rotta. Anche la battuta sul piercing – quella che, secondo le accuse, avrebbe avuto un chiaro riferimento sessuale – oggi la interpreta in modo diverso: "Un professore che aggiusta la divisa fa il suo dovere. Mi sono resa conto di aver male interpretato".

Tuttavia, ha confermato che la frase sul sesso orale – "se il piercing si sentisse durante certi lavori di bocca" – sarebbe stata effettivamente pronunciata. È l’unico episodio che non ha voluto sminuire, ma che ha detto di non aver mai saputo come inquadrare, specie all’interno di un contesto in cui il professore si sarebbe sempre comportato "come un padre".

Un altro dettaglio cruciale riguarda la professoressa Sorace. Secondo la ragazza, era evidente che non tollerasse Finotto. Quando Carlotta disse di sperare in un suo ritorno a scuola, Sorace avrebbe replicato: "Spero di no". Inoltre, sempre secondo la ragazza, Sorace sapeva già che sarebbe andata a sostituire il collega in cattedra. Un’osservazione che, unita a quanto dichiarato dalla professoressa Muzzolini nelle scorse udienze, alimenta l’idea che alla base dell’inchiesta ci fosse una contesa tra docenti per il controllo della classe e del corso di cucina.

Il processo è stato aggiornato al 26 settembre, quando si discuterà la richiesta, accolta dalla Corte, di risentire Carlotta, ma limitandosi alle circostanze relative alla genesi delle sue dichiarazioni. Intanto l’impianto accusatorio si fa sempre più fragile, e la linea della difesa sempre più solida.

Nel frattempo, tra una dichiarazione e l’altra, emergono trame di gruppo, dinamiche adolescenziali esasperate, rancori tra insegnanti e una regia scolastica che – secondo più voci – non avrebbe vigilato con equilibrio e prudenza. Se il processo ha ancora molto da dire, una cosa è certa: l’ipotesi di un complotto non è più un’ombra. È un’ipotesi concreta, argomentata e ora anche verbalizzata.



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