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Cronaca
24 Giugno 2025 - 16:51
Sei rapine in venti giorni, una più brutale dell’altra. E' quanto avvenuto a Venaria Reale, in meno di un mese, nel 2014.
Volti coperti, pistole in pugno e un’aggressività metodica, fredda, sempre lucidamente pianificata. I colpi avvenivano quasi sempre in tre o quattro: uno a fare da palo, uno con l’arma, uno a prendere i soldi, un altro a guidare l’auto o il motorino per la fuga. In alcuni casi, addirittura, la banda riusciva a colpire due volte nella stessa giornata. A distanza di dieci anni, il Tribunale di Ivrea in composizione collegiale ha condannato S. G. a nove anni di reclusione per rapina, in continuazione con reati già oggetto di precedenti sentenze.
Una condanna pesante, che arriva al termine di un lungo processo e mette nero su bianco la responsabilità di chi, in quelle settimane, contribuì a seminare panico e insicurezza tra Venaria e Torino, lasciando dietro di sé una città in ostaggio della paura.
La rapina al Supercinema. È il 29 novembre 2014, poco prima delle 23. Tre uomini armati fanno irruzione nel Supercinema di Venaria. Minacciano con una pistola semiautomatica nera quattro dipendenti e il responsabile della sala, A. T., costringendoli a consegnare tutto l’incasso. Se ne vanno con 5.075 euro in contanti, con il volto coperto da sciarpe e cappucci. Un’azione rapida, chirurgica. Nessuna esitazione.
L’assalto in via Picco. Tre giorni dopo, il 2 dicembre, un altro colpo. È sera, le 18.15, quando V. C. e un complice entrano armati nell’ufficio dell’amministrazione immobiliare EFEFEB, in via Picco. All’interno ci sono tre impiegati e una cliente. Anche stavolta le minacce sono immediate, le urla decise. Portano via 1.688 euro, un iPhone 5 e i documenti personali di uno dei dipendenti. Fuori dall’ufficio, a fare da palo, c’era proprio S. G., oggi condannato.
Il distributore ENI. Ma il loro raggio d’azione era iniziato anche prima. Il 13 novembre, ore 17.45, tre uomini prendono di mira il distributore ENI di corso Garibaldi. Uno resta in auto, gli altri due entrano nel locale e si scagliano con violenza contro il titolare. Lo strattonano, lo colpiscono, gli intimano di consegnare i 500 euro che ha in tasca. Il tutto sotto la minaccia di una pistola nera. Anche qui, secondo le ricostruzioni, erano presenti S. G. e M. R.
La rapina in strada ai coniugi. L’11 ottobre, in pieno giorno, una scena che terrorizzò il quartiere. In via Gambalunga, una coppia viene aggredita in mezzo alla strada. La donna viene strattonata con violenza, le viene strappata la borsa: dentro c’erano 5.200 euro e altri effetti personali. A compiere l’aggressione furono V. C., M. R., C. M. e un minorenne, E. D., tutti travisati con caschi da motociclista. Un’azione lampo, feroce.

L'avvocato Alessandro Rogani
Il colpo al supermercato Simply. Due giorni dopo, il 13 ottobre, la banda colpisce ancora. Questa volta il bersaglio è il Simply di Venaria, poco prima delle 19. A entrare armato è N. C., che punta la pistola — questa volta con la canna argentata — contro la cassiera N. D. P. Le intima di consegnare l’incasso: 397 euro. Poi fugge con i complici, tra cui ancora C. M., oggi sotto processo con S. G.
L’ultimo episodio noto della serie si consuma il 28 novembre. Stesso copione: passamontagna, pistole, irruzione rapida. In pochi minuti spariscono 1.180 euro, un Samsung Galaxy 3, un VIVO, documenti e portafogli. Il tutto nel cuore di Venaria. A quel punto, l’intera città aveva ormai il fiato corto. Nessuno sapeva dove avrebbero colpito la volta successiva.
Nel processo istruito al Tribunale di Ivrea, solo due imputati hanno scelto di affrontare il dibattimento: S. G. e C. M., difesi dall’avvocato Alessandro Rogani. Gli altri hanno preferito patteggiare o accedere a riti alternativi. Ma il dibattimento ha permesso di ricostruire con precisione la macchina organizzativa del gruppo, e di accertare la responsabilità diretta di chi era sul campo.
Determinante, in aula, la testimonianza di V. C., uno dei membri della banda che ha scelto di collaborare. Il suo racconto ha rivelato la logistica criminale, fatta di bar periferici come base operativa, di telefonate criptiche, di ruoli predefiniti. C’erano i sopralluoghi, i cambi d’abiti, le fughe coordinate, persino la spartizione dei soldi. Un sistema preciso, rodato, ripetuto collaudando schemi sempre uguali.
Per settimane, Venaria ha vissuto in stato d’allerta. I commercianti chiudevano prima, le strade si svuotavano la sera. Bastava un motorino che rallentava davanti a una vetrina per far salire la tensione. La paura era ovunque. E oggi, a distanza di dieci anni, la condanna a 9 anni per S. G. rappresenta una risposta netta della giustizia, ma non cancella quella sensazione di assedio che in molti ancora ricordano.
Nel verbale finale, i giudici parlano di “condotta reiterata, consapevole, organizzata”. E nella sentenza, quella scia di terrore che partiva da un bar di periferia e arrivava dritta nelle tasche e nelle vite di tante vittime, ha finalmente un nome. Anzi, tre iniziali.
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