AGGIORNAMENTI
Cerca
Cronaca
30 Maggio 2025 - 17:35
È una storia che comincia come tante, con un imprenditore in difficoltà e la promessa di una mano tesa. E invece è la trappola perfetta. Al centro dell’udienza collegiale celebrata in Tribunale ad Ivrea, un imprenditore agricolo di Chivasso che si ritrova, nel giro di pochi mesi, ad aver perso oltre 120.000 euro tra bonifici, veicoli svaniti e incubi quotidiani. A fronteggiarlo, una presunta associazione a delinquere dai contorni torbidi: Giovanni Faranda, classe 1957, figura chiave del gruppo; Graziela Restuccia, amministratrice della DIMA Srl; Andrea Dantoniò, titolare di un compro oro; Amjad Hakiki, autore di minacce esplicite; e Cataldo Munafò, complice in una truffa edilizia.
Il piano sarebbe stato orchestrato con metodo: Faranda si presenta come esperto di finanza, capace di "ripulire" i debiti e ottenere linee di credito grazie a contatti nelle forze dell’ordine e nel mondo delle Onlus. Il bersaglio è Daniele Bonadè, agricoltore del Canavese, convinto a fidarsi e a vendere un trattore Fendt da oltre 70mila euro a una società compiacente, la AGRINDOT, mai realmente operativa. In cambio, un assegno scoperto da 36.600 euro e l’impegno (mai onorato) a restituire il mezzo. Non solo: Bonadè emette altri bonifici su conto di Faranda, persino un prestito personale da 20.000 euro. Intanto, motociclette, assegni e perfino quote societarie gli vengono sottratti, intestati ad altri o semplicemente svaniti nel nulla.
Quando le lamentele si fanno insistenti, entra in gioco il terrore: Hakiki Amjad lo raggiunge a Mazzè, lo affronta sotto casa con un’agghiacciante minaccia. Non è l’unico. Faranda lo porta in auto, lo blocca sulle strade di Osasio, gli mostra una pistola e lo ammonisce: “stai zitto, hai avuto quello che ti spettava, non cercare casini”. Bonadè cede, continua a pagare, a firmare, ad affidarsi a chi lo tiene in pugno.
Nel frattempo, in un incrocio perfetto tra raggiri e minacce, il gruppo secondo l'accusa si spartisce quote di auto e moto, incassa somme, promette mirabolanti ritorni, e muove asset come in un gioco da tavolo. Persino un compro oro di Chivasso, secondo la Procura, viene usato per rivendere gioielli sottratti, mentre Munafò avrebbe sottratto con l’inganno 6.000 euro di ponteggi e canaline destinati a un edificio scolastico in costruzione, scomparsi dal cantiere di frazione Mosche.
L’udienza, seguita con attenzione dalla composizione collegiale presieduta da Marianna Tiseo con a latere i giudici Antonella Pelliccia ed Edoardo Scanavino, ha riportato alla luce tutti i dettagli della vicenda. Il capo d’imputazione è lungo e intricato, ma la linea dell’accusa è netta: una regia consapevole e reiterata volta ad annientare economicamente e psicologicamente l’imprenditore, approfittando della sua vulnerabilità.

La pistola sul tavolo, la richiesta in contanti, le mail notturne: quei cinquemila euro estorti ai coniugi di Borgaro tra paste, armi e paura
Erano partiti come clienti e fornitori, si chiamavano per nome, si davano del tu. “Una grande famiglia”, ha raccontato in aula Francesca Gianino, amministratrice condominiale di Borgaro Torinese. Invece la relazione con Giovanni Faranda, nel 2018, è degenerata in una richiesta estorsiva da 5.000 euro fatta sotto la minaccia di una pistola, tra vassoi di paste e messaggi pressanti inviati a ogni ora del giorno e della notte.
I fatti si collocano tra gennaio e febbraio del 2018. A inizio anno, Faranda si presenta nello studio di Gianino e del compagno Gianluca Scarcello come “procuratore” di Daniele Bonadè, da cui i due avevano acquistato un immobile del valore di 225.000 euro, di cui rimanevano da versare 35.000. Una trattativa travagliata, tra ritardi, chiavi consegnate solo nove mesi dopo l’arrivo della cucina e lavori mai completati, come il basculante del garage.
Il 31 gennaio arriva una raccomandata dell’avvocato Tarallo: chiede il pagamento di 50.000 euro a nome di Faranda. La cifra è sproporzionata. I lavori residui valgono 30.000 euro e Gianino racconta in aula che avevano già deciso di eseguirli in autonomia. Il legale dei due, avv. Alessandro Allasia, organizza un incontro. Faranda riduce la richiesta a 8.000 euro “per una chiusura tombale”. Ma la tensione è alle stelle.
Il 24 febbraio 2018, la scena si sposta nello studio condominiale di Borgaro. Faranda si presenta con un’aria amichevole, un vassoio di paste e il tono affabile di chi vuole mettere fine al malinteso. Viene accompagnato nell’ufficio di Scarcello. Si siede, parla della sua vita, poi si alza in piedi. Dalla cintura dei pantaloni estrae una pistola – «non me n’ero accorta prima, aveva un cappotto molto lungo» – e la appoggia sul tavolo con la canna rivolta verso Scarcello. Gianino rimane gelata. “Mi devo difendere, non esco mai disarmato”, dice Faranda con un sorriso. Nessuna minaccia verbale diretta, ma la pressione è palpabile.
Poi arriva la richiesta: 5.000 euro in contanti per chiudere la questione. Faranda si allontana, rientra dopo un quarto d’ora, e porge a Gianino una scatoletta: “Così puoi difenderti”, dice. È un taser, un dispositivo stordente. Gianino, ex guardia giurata in aeroporto, lo riconosce subito. Spaventatissima, chiama il suo avvocato. Il giorno dopo consegna il taser alla polizia.
Nei giorni successivi, Faranda continua a inviare mail, chiedendo le chiavi della casa e sostenendo che la coppia vi si trovasse abusivamente, incalzando con messaggi continui. La porzione nord della casa – scopriranno poi – non apparteneva più a Bonadè ma era stata intestata alla DIMA Srl, società riconducibile a Restuccia Graziela, e da tempo ridotta a rudere.
La denuncia scatta il 13 giugno 2018, e tutte le comunicazioni vengono affidate all’avvocato. «Quel personaggio mi spaventava molto», ha detto Gianino in aula. A distanza di mesi, avrebbero anche notato un furgone a noleggio parcheggiato fuori casa: alcuni uomini stavano portando via oggetti, forse incaricati da Faranda o suoi collaboratori. Gianino scatta alcune foto dalla finestra, ma non conosce le persone coinvolte. Il nome di Cataldo Munafò, coimputato nel fascicolo, non le dice nulla.
La procura contesta a Faranda il reato di estorsione aggravata dall’uso di un’arma e dalla qualifica di “procuratore” autoattribuita, utilizzata per legittimare la richiesta di denaro. Una pistola vera – di cui Scarcello, in aula, ha ricordato nitidamente “la canna rivolta verso di me” – e una strategia di pressione subdola, mai esplicitamente violenta ma profondamente intimidatoria, culminata nella consegna di un’arma illegale alla stessa vittima.
In un passaggio del suo racconto, Francesca Gianino ha detto: «Non avevo chiesto nulla, non sapevo neppure cosa fosse quel taser. Non volevo altro che chiudere tutto». Ma l’epilogo giudiziario è ancora lontano.
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.