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Cronaca
22 Aprile 2025 - 11:59
foto di repertorio
Aveva costruito un personaggio: giovane, intraprendente, un imprenditore con maneggio e cavalli tra Milano e il Varesotto. Così si era presentato nel 2019 in una chat di incontri, conquistando una donna più grande di lui, Monica M., classe 1976, dipendente di una panetteria a Venaria Reale. Ma la verità era molto diversa: nessun maneggio, nessuna azienda. Solo Giacomo G., nato nel 1989, un operaio di Vanzaghello, paesino al confine tra le province di Milano e Varese. E tante bugie.
Oggi il processo nei suoi confronti è tornato davanti al Tribunale di Ivrea, con l’accusa di atti persecutori, aggravati dalla minaccia di diffondere un video intimo e dall’accanimento contro l’intera rete sociale della donna. La relazione tra i due era durata qualche mese. Quando lei ha capito che dietro la maschera c’era un’altra persona, ha chiuso. Da lì, raccontano gli atti, è iniziato l’incubo.
Secondo il capo di imputazione, Giacomo avrebbe inviato per mesi messaggi ossessivi, offensivi, minacciosi. Frasi come “Il negozio chiude”, “Ti rovino”, “Malata, malata, malata”, “Tra venti minuti ti aspetto, tu, tuo marito e i tuoi figli sotto casa”. Non solo a Monica: gli stessi toni usati verso chiunque le stesse vicino. Amiche, ex colleghi, persino i parenti, contattati con profili falsi o numeri nuovi.
In aula sono stati sentiti oggi due testimoni chiave: un’amica e un amico della donna. La prima, sentita come persona informata sui fatti, ha riferito: “Monica mi aveva confidato di temere che lui potesse inviare ai suoi figli un filmato sessualmente esplicito. Lei non lo ha mai ricevuto, ma l’idea la distruggeva. Aveva attacchi d’ansia, prendeva tranquillanti da mesi”.
L’amica ha raccontato anche come Giacomo cercasse di isolare la donna, accusando chi le stava vicino: “Diceva che io mi ero vendicata, che volevo la loro separazione. Anche a me mandava parecchi messaggi al giorno. Offese, insinuazioni, insulti sulla mia moralità”. A un certo punto, la donna aveva consegnato alla questura screenshot delle chat, risalenti all’ottobre 2020.
Il secondo testimone ha raccontato un episodio emblematico: “Un suo amico arrivò da Milano con una rosa. Quando lei capì da chi proveniva, la gettò via. O forse la restituì. Non ne voleva sapere più nulla”. In tre occasioni, si legge ancora negli atti, l’imputato si era presentato al negozio di Monica con falsi pretesti, fingendo di voler comprare pizza o far visita a conoscenti, sempre con l’obiettivo di rivederla.
In un episodio, avrebbe persino minacciato di morte l’attuale compagno della donna, gridando al telefono frasi come “Quelli due li ammazzo, non vado in galera, mando qualcuno”. Nonostante nel 2020 fosse già stato raggiunto da un provvedimento amministrativo per atti molesti, avrebbe continuato imperterrito fino al 2022.
Oggi in aula, martedì 22 aprile, dinnanzi alla giudice Stefania Cugge del Tribunale di Ivrea, i testimoni hanno ricostruito quei mesi di pressione costante. L'imputato non c'era. Difeso dall’avvocato Mattia Fiò, tornerà in aula il 28 gennaio 2026 alle ore 12, per la prosecuzione del dibattimento.
Nel frattempo, Monica cerca di ricostruirsi una quotidianità. La sua storia è quella di molte relazioni terminate che sfociano nella persecuzione, dove la fine non viene accettata, e il controllo si trasforma in ossessione.

L'avvocato difensore Mattia Fiò
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