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Ivrea

Si era tolto la vita con i pantaloni della tuta legati a un'inferriata. In otto a processo per omicidio colposo

La Procura punta il dito contro le istituzioni carcerarie: ignorati i segnali di allarme psicologico nonostante il tentativo di suicidio. Un fallimento del sistema che potrebbe portare a riforme significative.

Si era tolto la vita con i pantaloni della tuta legati a un'inferriata. In otto a processo per omicidio colposo

Vito Alexandro Riccio, 39 anni, era stato condannato per aver ucciso il 20 gennaio 2021 la moglie, Teodora Casasanta, e il figlio Ludovico, di soli cinque anni

Sono otto gli imputati rinviati a giudizio, a vario titolo, per omicidio colposo nell’inchiesta sulla morte di Vito Alexandro Riccio, avvenuta il 26 settembre 2021 nel carcere di Ivrea. L’udienza preliminare davanti al Giudice Fabio Rabagliati è fissata per il 22 gennaio 2025.

Vito Alexandro Riccio si era tolto la vita con i pantaloni della tuta legati a un'inferriata della cella, mentre il compagno dormiva.

Vito Alexandro Riccio, 39 anni, era stato condannato per aver ucciso il 20 gennaio 2021 la moglie, Teodora Casasanta, e il figlio Ludovico, di soli cinque anni, nella propria casa.

Il medico legale aveva stabilito che Riccio si era scagliato prima contro la moglie, infliggendole 15 coltellate alla schiena, e infierendo poi colpendola alla testa con un numero svariato di oggetti domestici: lampade, cornici, bottiglie, persino un televisore, qualunque cosa gli capitasse sotto mano. Successivamente, si era avventato su Ludovico, trovato poco lontano dal lettino, ancora vestito con i jeans, ucciso con otto coltellate.

Lui, rappresentante di commercio originario di Nichelino, e lei, operatrice socio-sanitaria nata in provincia di Pescara, si erano sposati nel 2014 e, l’anno precedente, si erano trasferiti in via Barbaroux, a Carmagnola. Da qualche tempo, secondo i vicini, erano iniziati i primi litigi, ma i carabinieri non erano mai stati avvisati. Sembra che Teodora avesse deciso di separarsi, e Alexandro non riuscisse ad accettare questa situazione.

Figlio di un poliziotto penitenziario in pensione, fino a quel giorno Vito aveva condotto una vita apparentemente normale. Non aveva precedenti penali e nulla avrebbe lasciato presagire il tragico epilogo che avrebbe segnato la sua esistenza e quella della sua famiglia.

Pochi giorni prima del duplice omicidio, Riccio aveva scritto un post su Facebook dicendo: “Ho rovinato la mia famiglia. Mi farò curare”. Per quel che se ne sa, la moglie, di professione psicologa, aveva provato a parlargli, ma la risposta che aveva ottenuto era stata quella notte di furia omicida, che era costata la vita a lei e al figlio. I funerali dei due si erano tenuti a Roccacasale (L’Aquila), paese di origine della donna.

Su un biglietto poi trovato dai carabinieri, c’era scritto: “Vi porto via con me”.

Subito dopo il duplice omicidio, l’uomo aveva tentato di suicidarsi ingerendo candeggina e lanciandosi dal secondo piano dell’edificio, ma era sopravvissuto. Fu successivamente arrestato e incarcerato nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, per poi essere trasferito a Ivrea.

Vito Alexandro Riccio con la moglie Teodora Casasanta

Gli indagati, a vario titolo, sono: Alberto Valentini, classe 1967, ex direttore del carcere; Giorgio Siri, classe 1957, di Montanaro, responsabile dell’area pedagogica; Maria Margherita Pezzetti, classe 1970, di Bairo, psicologa; Paola Raitano, classe 1976, funzionaria giuridico-pedagogica; Silvia Santià, classe 1986, psichiatra; Elena Carraro, classe 1964, psichiatra; Cristina Biader Cepidor, classe 1977, psicologa; e Mauro Bergamini, classe 1949, psichiatra. Sono difesi dagli avvocati Giuseppe Cormaio, Marco Angelo Conti, Mario Benni, Enrico Scolari, Antonio Mencobello, Rita Puglisi, Cristina Rey, Danilo Cerrato, Piero Dettore, Raffaella Enrietti e Francesca Peyorin.

Secondo la Procura di Ivrea, avrebbero ignorato i segnali di allarme relativi alla condizione psicologica di Riccio. Nonostante il suo precedente tentativo di suicidio e le sue richieste di assistenza, la “scheda del rischio suicidio” di Riccio venne declassata da alto a medio, e per due mesi gli fu negato qualsiasi colloquio con professionisti.

Eppure, nelle cartelle cliniche è scritto: «Alterna lucidità a pensieri paranoici». «Propone pensieri deliranti e persecutori». «Situazione psicologica critica». Lo psicologo, anche lui indagato, fece il primo colloquio a Riccio il 14 giugno, nonostante lui lo avesse richiesto già il 19 aprile.

«Viene accompagnato in infermeria per umore deflesso. Piange», si legge nell’annotazione psichiatrica del 29 aprile. I segnali erano già chiari il 13 maggio: «Il detenuto dichiara di non stare bene psicologicamente. Pensa alla sua vita di prima. Non si fa una ragione di essere finito così. Di cosa ha fatto». Il giorno stesso, Riccio chiede aiuto e riferisce ai medici del carcere che ha bisogno di colloqui con lo psicologo.

«Si prosegua con la terapia in corso», fu la risposta.

L’inchiesta, condotta dalla PM Valentina Bossi, sostiene che Riccio fu lasciato in uno stato di abbandono dalle autorità carcerarie, costretto a vivere sei mesi di “gravi sofferenze” senza il necessario supporto. Riccio si impiccò nel bagno della sua cella usando i pantaloni della tuta.

Il caso di Alexandro Riccio accende i riflettori sui problemi del sistema penitenziario italiano, specialmente nella gestione dei detenuti con problemi psicologici. Sullo sfondo resta una serie di domande su come le istituzioni carcerarie possano migliorare il trattamento e la sorveglianza dei detenuti vulnerabili.

La chiusura delle indagini e il processo che seguirà contro gli otto indagati potrebbero, anzi dovrebbero, portare a significative riforme nel sistema penitenziario, mirate a evitare che simili tragedie si ripetano in futuro.

Nel corso del processo, evidentemente, si discuterà dell’importanza di una sorveglianza adeguata e di un supporto psicologico tempestivo per i detenuti, nonché della responsabilità degli operatori penitenziari nel garantire la sicurezza e il benessere delle persone a loro affidate.

La verità è che la morte di Alexandro Riccio in carcere rappresenta un fallimento del sistema nel proteggere una persona chiaramente a rischio e solleva seri interrogativi sull’efficacia delle misure di prevenzione dei suicidi all’interno delle strutture penitenziarie italiane.

Le accuse mosse contro gli otto indagati sottolineano l’urgenza di un cambiamento sistemico per prevenire ulteriori tragedie e garantire un trattamento umano e adeguato a tutti i detenuti.

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