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Sentenza che farà storia
05 Ottobre 2024 - 15:16
L'avvocato Giacomo Vassia di Ivrea
Il Tribunale di Padova, con una sentenza dei giorni scorsi (n° 1511/2024), ha emesso un verdetto destinato a lasciare il segno nella giurisprudenza italiana.
Una casa di riposo è stata condannata a pagare oltre mezzo milione di euro ai familiari di un uomo di Caluso, morto a causa del Covid-19 durante la seconda ondata della pandemia nel 2020. Questo verdetto, già definito storico, è il risultato di una lunga battaglia legale intrapresa dalla moglie e dal figlio del defunto, guidati dall’avvocato Giacomo Vassia di Ivrea, che ha lottato per dare giustizia a una famiglia devastata dal dolore.
La decisione del giudice Roberto Beghini, della Seconda Sezione Civile del Tribunale di Padova, va oltre la semplice attribuzione di colpe: riconosce un fallimento morale e sanitario.
La Casa di riposo, che avrebbe dovuto essere un luogo di protezione e cura per i più deboli, si è infatti rivelata, secondo la sentenza, incapace di tutelare adeguatamente i suoi ospiti. Per questo il virus ha trovato terreno fertile all'interno della struttura, mettendo a nudo l'incapacità di gestire una crisi di proporzioni epocali.
L'uomo, 82 anni, ricoverato dal 2018, sebbene debilitato da diverse patologie pregresse, godeva di condizioni di salute stabili. Ma quando, il 20 novembre 2020, è arrivata la diagnosi di positività al Covid-19, il destino del paziente è stato segnato da un concatenarsi di errori, negligenze e mancanze che lo hanno condotto alla morte.

Fin dal 17 novembre, giorno del tampone molecolare, la struttura avrebbe dovuto intervenire con maggiore attenzione e prontezza. Il virus stava già circolando tra i dipendenti della casa di riposo, ma le misure per contenerlo sono state tutt'altro che efficaci.
Le ore passavano, e con esse si allontanavano anche le speranze di un intervento tempestivo. Morale? Il paziente, che il 25 novembre ha febbre alta e gravi difficoltà respiratorie, viene trattato con superficialità: aerosol e ossigeno a basso flusso. Un tentativo palesemente insufficiente di arginare un quadro clinico che stava precipitando.
Nessuno pensa a trasferirlo in ospedale, dove avrebbe potuto ricevere cure più adeguate e dove forse, come sostiene la famiglia, avrebbe avuto una possibilità di sopravvivere. La sua fine è arrivata così, nella solitudine di una struttura che non è stata in grado di assisterlo nel modo in cui avrebbe dovuto.
Il 26 novembre, alle 3:30 del mattino, il suo cuore ha smesso di battere.
La sentenza del Tribunale è chiara: la responsabilità del decesso è da attribuire alla casa di riposo, che non solo non ha rispettato i protocolli anti-Covid previsti all’epoca, ma ha dimostrato un’incredibile superficialità nella gestione di un’emergenza nota e prevedibile.
Il giudice Beghini ha definito "negligente" la condotta della struttura, che, pur sapendo del rischio elevatissimo di contagio, non ha preso tutte le precauzioni necessarie. Se l'uomo fosse stato trasferito in ospedale, probabilmente avrebbe avuto una chance. Ma questa possibilità gli è stata negata, e con essa anche la speranza di sopravvivere a un virus che, all'inizio della seconda ondata, stava ancora colpendo duramente soprattutto i più fragili.
Il risarcimento deciso dal Tribunale è senza precedenti: oltre 500 mila euro complessivi, suddivisi in due importi di 259.327 euro e 252.375 euro per la moglie e il figlio del defunto.
Una somma ingente che riconosce il danno parentale, ossia la sofferenza indicibile di chi ha perso un proprio caro in circostanze così drammatiche e ingiuste. Il denaro non basterà certo a colmare il vuoto lasciato da questa morte. I familiari non avranno indietro il loro amato marito e padre, ma almeno potranno sentirsi riconosciuti nel loro dolore e nella loro battaglia per ottenere giustizia.
Durante il processo, la difesa della casa di riposo ha tentato di giustificare il proprio operato, affermando che il contagio fosse parte di un focolaio che aveva colpito più ospiti della struttura.
La Compagnia Assicurativa ha sostenuto che il sinistro andasse considerato tra quelli definiti "in serie", cercando di ridurre il risarcimento. Ma il Tribunale ha respinto questa tesi, sottolineando che non ci sono prove sufficienti a dimostrare che la casa di riposo abbia adottato tutte le misure necessarie per contenere il contagio.
La CTU (consulenza tecnica d’ufficio) è stata impietosa, rivelando un quadro di gestione disorganizzato e confuso. Nonostante due dipendenti fossero già positivi al virus dal 15 novembre, i tamponi sugli ospiti non sono stati eseguiti fino al 23 novembre, un ritardo fatale che ha permesso al virus di diffondersi tra le persone più vulnerabili.
Questa sentenza non è solo una vittoria per la famiglia dell’uomo deceduto, ma un faro per tutti coloro che hanno perso i propri cari nelle RSA durante la pandemia. Rappresenta un monito alle strutture sanitarie: la negligenza non sarà tollerata, e chi non ha protetto i propri ospiti pagherà il prezzo delle proprie mancanze.
In buona sostanza, il Tribunale di Padova, con questa decisione, apre la strada a nuove cause legali da parte dei familiari delle vittime del Covid-19, specialmente di coloro che sono deceduti in strutture che non hanno adottato misure adeguate per prevenire il contagio.
Tra le altre cose, il giudice Beghini ha evidenziato come la casa di riposo non avesse rispettato le linee guida nazionali e regionali in materia di prevenzione, lasciando ampi spazi di negligenza nella gestione interna. Mancanza di controlli, superficialità nell'applicazione dei protocolli e ritardi nei trasferimenti ospedalieri hanno creato una miscela letale.
Nessuna cifra può restituire una vita, ma il riconoscimento della responsabilità e il risarcimento offrono almeno un senso di giustizia. La lotta dei familiari è stata lunga, ma alla fine è stata vinta.
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