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Giudiziaria

Confermati gli arresti domiciliari per i quattro di Casapound

Tra loro un ex candidato sindaco e un tassista neofascista. Violenza inaudita per fermare il cronista de La Stampa

Confermati gli arresti domiciliari per i quattro di Casapound

Il Tribunale del riesame di Torino ha confermato oggi le misure cautelari degli arresti domiciliari per quattro esponenti legati a CasaPound, accusati di violenza privata aggravata e lesioni personali aggravate.

I quattro sono stati identificati come gli autori dell’aggressione ai danni del giornalista Andrea Joly, avvenuta il 20 luglio scorso nei pressi del Circolo Asso di Bastoni, sede torinese del movimento di estrema destra.

L’aggressione si è consumata durante una festa organizzata presso il circolo. Joly, giornalista de La Stampa, stava documentando l'evento con il suo smartphone quando è stato notato da alcuni dei presenti. Mentre filmava, è stato avvicinato da un gruppo di militanti che lo ha minacciato e poi aggredito fisicamente, causandogli ferite e costringendolo a terra. L’intervento della polizia, allertata dallo stesso Joly, ha evitato conseguenze peggiori. Le riprese video, essenziali per ricostruire la dinamica dell’episodio, hanno permesso di identificare i responsabili dell’aggressione.

I quattro uomini attualmente agli arresti domiciliari sono Igor Bosonin, 46 anni, originario di Ivrea, Euclide Rigato, 45 anni, tassista di Beinasco, Marco Berra, 35 anni, operaio di Cuneo, e Paolo Quintavalla, 33 anni, residente a Chivasso.

Bosonin è un ex candidato sindaco a Ivrea per CasaPound, successivamente passato alla Lega, da cui è stato espulso immediatamente dopo la diffusione delle immagini che lo mostrano coinvolto nell'aggressione.

Il suo passato include partecipazioni a comitati di destra e un ruolo nella band "Ribelli d'Indastria" insieme a Maurizio Galiano, un altro indagato nel caso.

Rigato, ex consigliere comunale di Varisella, è descritto come una figura di spicco nei circoli neofascisti locali.

La sua partecipazione all’aggressione è stata particolarmente violenta: è stato lui a stringere il braccio attorno al collo di Joly, immobilizzandolo a terra.

Berra, il più giovane del gruppo, è stato il primo ad avvicinarsi a Joly, intimandogli di interrompere le riprese prima di partecipare attivamente all’aggressione.

Quintavalla, incensurato, è stato ripreso nei video mentre immobilizzava il giornalista dopo che era stato messo a terra dagli altri.

Il quinto indagato, Maurizio Galiano, 53 anni, tecnico ferroviario di Torino, non è stato soggetto a misure cautelari. Nonostante la sua presenza durante l’aggressione, la magistratura ha ritenuto meno grave il suo coinvolgimento rispetto agli altri.

L’indagine della Digos di Torino, avviata subito dopo l’aggressione, ha portato a una rapida identificazione dei colpevoli. La decisione del Tribunale di confermare gli arresti domiciliari è stata accolta positivamente dalla procura, che ha sottolineato la gravità dei reati.

I giudici hanno stabilito che fosse necessario mantenere le misure cautelari per evitare il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Gli avvocati difensori hanno tentato di ridimensionare il coinvolgimento dei loro assistiti, ma le immagini video e le testimonianze raccolte non lasciano spazio a dubbi: l'aggressione è stata violenta e ingiustificabile. Il quadro emerso è chiaro, con i quattro indagati che hanno agito in modo coordinato per intimidire e colpire Joly.

In particolare, il ruolo di Rigato e Quintavalla, entrambi responsabili di aver immobilizzato fisicamente il giornalista, è stato decisivo nell’escalation della violenza.

L'aggressione ha scosso l'opinione pubblica e ha riaperto il dibattito sulla sicurezza dei giornalisti in Italia, in particolare quando si trovano a operare in contesti estremisti. L'episodio ha suscitato indignazione da parte di numerose associazioni di categoria, che hanno espresso solidarietà a Joly e condannato duramente quanto accaduto.

La libertà di stampa, già messa sotto pressione, è nuovamente sotto attacco, e questo caso rappresenta un preoccupante segnale del clima di intolleranza che circonda chi esercita il diritto di cronaca. Le prossime fasi dell'indagine continueranno a fare luce sugli eventi, ma la conferma delle misure cautelari rappresenta un passo importante verso la giustizia.

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