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Operazione Echidna

'Ndrangheta, il boss intercettato: "Quel maresciallo là mi ha detto: digli a tuo figlio così e così..."

Emerge anche questo, nelle carte dell’inchiesta della DDA di Torino sulla presenza di un nuovo locale di ‘ndrangheta a Brandizzo

Ndrangheta

Emerge anche questo, nelle carte dell’inchiesta della DDA di Torino sulla presenza di un nuovo locale di ‘ndrangheta nel torinese.

Ho incontrato… non te lo avevo detto io… a quel carabiniere là…come cazzo si chiama, quel maresciallo là…e mi ha detto… “Digli a tuo figlio così e così”. E io te l’ho detto di non frequentare quel bar perché c’hanno le telecamere e c’hanno le cimici ambientali … e registrano”.

Emerge anche questo, nelle carte dell’inchiesta della DDA di Torino sulla presenza di un nuovo locale di ‘ndrangheta nel torinese.

A parlare è Giuseppe Pasqua, 80 anni, capo locale di Brandizzo, intercettato nel mese di febbraio 2017 in auto con il figlio Domenico Claudio, 53 anni, anche lui accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. 

Il capo locale parla di un contatto con le forze dell’ordine.

Nell’intercettazione ambientale del 10 febbraio, Giuseppe Pasqua informava il figlio Domenico Claudio che alcuni membri della famiglia Carnazza avevano chiesto informazioni presso un bar di Chivasso sul conto dello stesso Domenico Claudio Pasqua e che vi era la possibilità che questi avessero in animo di compiere un’azione pregiudizievole proprio nei confronti del figlio del boss per “vendicare” una lite avuta nella discoteca “La Gare” di Torino tra alcuni ragazzi parenti dell’uno e dell’altro gruppo famigliare.

Nell’occasione, però, Giuseppe Pasquasi diceva certo dell'esistenza di almeno una registrazione ambientale captata all'interno del bar di Chivasso che coinvolgeva il figlio Domenico Claudio, poiché tale circostanza gli era stata riferita dal predetto ignoto Maresciallo”.

I carabinieri del Ros

Il locale corrisponderebbe all’allora “Bar Timone” di Giovanni Vadalà e l’ammonimento del presunto carabiniere risalirebbe agli ultimi mesi del 2016.

"... Claudio andava a prendere il caffè in un bar a Chivasso... e andava tutti i giorni, sabato, domenica... I I ... io tramite un maresciallo di Chivasso mi ha chiamato il maresciallo e mi ha detto "guarda che tuo figlio...." l'ho fatto andare via subito mi ha ascoltato e non è mai più andato in quel bar... ma tanti anni fa però…” , dice, intercettato, Giuseppe Pasqua.

Nel locale del defunto Vadalà, coinvolto nell’operazione “Minotauro”, Domenico Claudio Pasqua si sarebbe incontrato con Bruno Trunfio, figlio del capo locale di Chivasso Pasquale Trunfio. Tutti arrestati con “Minotauro”.

Pasqua Giuseppe - scrive nell’ordinanza il gip Luca Fidelio - raccontava che il figlio Pasqua Domenico Claudio frequentava un bar a Chivasso e essere stato avvertito da un Maresciallo di Chivasso che erano in corso indagini nei confronti degli avventori quell'esercizio pubblico”.

Lo stesso Pasqua Giuseppe nel dialogo con il figlio lo metteva in guardia "sui problemi giudiziari in cui sarebbe potuto incorrere continuando a frequentare il bar e sulle contestazioni che il Pubblico Ministero gli avrebbe potuto muovere”.

Se io ti dico di non andare lì…perché c’è un motivo… quando Giovanni (Vadalà, ndr) mi aveva detto compare Pe… non venite qua perché così e così… andiamo fuori perché qua ci sono le microspie…cioè…mi ha salvato la vita - dice ancora Giuseppe Pasqua al figlio -. Adesso io ti sto avvertendo già che…”.

L’intercettazione ambientale, nel fascicolo del pm Valerio Longi, non è l’unica in cui i presunti affiliati millantano contatti con le forze dell’ordine. 

In una registrazione ambientale dell’11 agosto 2020 eseguita su un’auto in movimento a Leini, Antonio Mascolo e il figlio Luigi, entrambi accusati di appartenere al locale di ‘ndrangheta di Volpiano, parlavano della necessità di far giungere “imbasciate” a tal Luigi Vitale, detenuto presso la casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino, attraverso un agente della polizia penitenziaria.

Dice Antonio Mascolo: “se andiamo a Chivasso... stà una guardia che lavora qua (presso il carcere Lorusso e Cotugno in Torino n.d.e.).... tutto quello che vogliamo gli mandiamo... e ci facciamo le "imbasciate" (messaggi riportati da terzi n.d.e.)... dovrei andare da quello che ha il banco dell'anguria però... per vedere se lo trovo... quello che vuoi che venga detto... glielo dice quello…”.

Il pm, però, sottolinea che dall’attività investigativa non emergevano conversazioni tra i membri della famiglia Mascolo e agenti della Polizia Penitenziaria.

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