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Cronaca
01 Maggio 2023 - 11:50
Gli hanno riconosciuto 235,82 euro per ogni giorno di detenzione in carcere. Ne trascorse quattro, tra l’8 e l’11 maggio 2015, per un totale quindi di 943,28 euro che gli dovrà essere riconosciuto dal Ministero per l’Economia e le Finanze presso l’Avvocatura dello Stato. Ne chiedeva 10.000, di euro, per quattro giorni di arresto al carcere di Ivrea. Ma tant’è.
Si è conclusa con una sentenza di accoglimento del ricorso, pronunciata dalla quarta sezione della Corte d’Appello di Torino presieduta dal giudice Irene Strata, la vicenda giudiziaria che ha tormentato dal 2015 ad oggi la vita di una vecchia conoscenza della politica chivassese.
In un giorno di maggio di otto anni fa, Demetrio Modafferi (oggi 75enne), ex consigliere comunale di area centrodestra, imprenditore conosciutissimo a Chivasso, Brandizzo, Cavagnolo, Settimo Torinese, venne arrestato dai Carabinieri della Compagnia di via XXIV Maggio perché trovato in possesso di un fucile marca “Acier Cocherill” calibro 12, privo di matricola.

Le armi che vennero sequestrate a Modafferi
Modafferi, difeso dall’avvocato Cosimo Palumbo, fin dal principio aveva professato la sua innocenza.
“Ancora nel 1997 Demetrio Modafferi - si legge nella sentenza della Corte d’Appello - presentava il fucile ai Carabinieri della Stazione di Chivasso, i quali rilevavano effettivamente la stampigliatura di un numero sulla canna dell’arma e provvedevano alla sua registrazione, senza elevare alcuna contestazione.
Soltanto in occasione del suo arresto, si contestava al ricorrente la detenzione di un’arma clandestina, non ritenendo che il numero 22 costituisse un’indicazione sufficiente a considerarla come registrata”.
All’epoca dei fatti e dopo la sua scarcerazione Modafferi venne in redazione a raccontare la sua verità.
“Ditemi voi che cosa ne potevo sapere io che quel numero di matricola doveva avere cinque cifre e non due, come invece è riportato sul fucile”, raccontò al nostro giornale.
Secondo la sua versione, confermata anche con l’archiviazione del procedimento per l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza, venerdì 8 maggio Modafferi si presentò in Caserma in via XXIV Maggio, a Chivasso, per rinnovare il porto d’armi, scaduto da tempo. Mai avrebbe pensato che i carabinieri prima lo trattenessero, poi lo arrestassero su mandato del Sostituto Procuratore della Repubblica di Ivrea, Alessandro Gallo, e quindi passasse il sabato e la domenica successivi dietro le sbarre del carcere di Ivrea.
“A momenti ci rimanevo quando un detenuto ha dato fuoco al materasso...”, raccontava tra un’imprecazione e l’altra, ripercorrendo quel fine settimana da incubo.

Demetrio Modafferi nella redazione de La Voce
“Sono andato in Caserma perché volevo rinnovare il porto d’armi - raccontava l’ex consigliere comunale -. E’ da quarant’anni che ho dei fucili a casa mia: avevo 23 anni la prima volta che sono andato a caccia e, ultimamente, visto che ho un po’ più di tempo libero, mi è tornata la voglia... Così ho fatto visita medica, versamenti e fotografie per rinnovare il porto d’armi scaduto. Sono andato in caserma a presentare i documenti e da lì è iniziato tutto...”.
“I carabinieri mi hanno detto che volevano venire a casa mia a controllare la custodia delle armi - spiegava Modafferi - li ho accompagnati, siamo ritornati in caserma e poi mi hanno dichiarato in arresto. Il motivo? Hanno detto che uno dei miei fucili era clandestino e che quel numero di matricola era inesistente…”.
“Quell’arma l’avevo acquistata da mio padre, in Calabria, tanti e tanti anni fa - concludeva l’ex consigliere comunale -. L’avevo registrata ai carabinieri di Chivasso nel 1997 e nessuno mi aveva detto che fosse irregolare. Ora, invece, il contrario: dove ho sbagliato? Ho passato dei giorni bruttissimi, ma questo non è importante: quello che mi dispiace è quello che pensa adesso la gente di me... Con l’attività che ho, non è una bella pubblicità...”.
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