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Cronaca
05 Aprile 2023 - 23:44
La donna è accusata di aver perforato l'intestino di una paziente con un clistere
Un'infermiera di 35 anni è stata condannata oggi a tre mesi di reclusione dal giudice Antonella Pelliccia del tribunale di Ivrea: era a processo per lesioni colpose, accusata di aver perforato l'intestino di una paziente di 85 anni con un clistere.
La paziente è di Settimo Torinese.
I fatti, risalenti al marzo 2019, si verificarono all'ospedale di Chivasso dove la pensionata era ricoverata in attesa di un intervento chirurgico.
Insieme all'Asl To4, ritenuta responsabile in solido, l'infermiera dovrà versare una provvisionale di 20 mila euro a titolo risarcitorio dal momento che i famigliari dell'anziana si sono costituiti parte civile.
L'episodio occorse all'ospedale di Chivasso
La vicenda risale al marzo 2019.
Per colpa di un clistere mal eseguito una donna di 85 anni di Settimo Torinese riportò una "lacerazione anale e una perforazione intestinale", tanto che si rese necessario un intervento d'urgenza per l’apposizione di colostomia temporanea.
L'anziana si trovava già ricoverata in ospedale, dove doveva subire un intervento chirurgico in seguito alla rottura del femore.
Prima e dopo l'operazione si era però dovuta sottoporre a due clisteri per svuotare l’intestino: uno prima dell'intervento chirurgico e l'altro qualche giorno dopo.
L'errore portò ad un'indagine e all'apertura di un processo all'infermiera che eseguì la manovra maldestra sull'anziana.
L'infermiera G.D.P., difesa dall’avvocato Giovanni Anania, in servizio presso il reparto di Ortopedia dell'ospedale di Chivasso, venne rinviata a giudizio per lesioni colpose.

Il processo si è svolto in tribunale a Ivrea
L'Asl To4 - assistita dall'avvocato Giuseppe Caccavo - venne citata come responsabile civile e l'anziana, con l'avvocato Marco Bertuzzi, si costituì parte civile.
Secondo la pubblica accusa l'infermiera avrebbe effettuato una manovra errata di inserimento della sonda nel retto della paziente, oltre a non aver ben valutato la situazione post operatoria, "per negligenza, imprudenza, imperizia e inosservanza delle buone pratiche clinico assistenziali".
Durante il processo l'anziana è stata sentita in aula, ha ricostruito l'accaduto e, soprattutto, si è concentrata sul calvario patito per quaranta giorni dopo l'intervento chirurgico.
A testimoniare è stata chiamata anche la figlia dell'anziana, che ha raccontato al magistrato eporediese come la madre dal dolore non riuscisse neppure ad alzare le braccia mentre dall'ospedale le avrebbero fatto sapere che avrebbero preso provvedimenti nei confronti dell'infermiera.
Nella fase dibattimentale, in aula a Ivrea, l'anatomopatologa spiegò quali misure avrebbero dovuto essere eseguite dall'infermiera, mentre il medico legale incaricato dalla Procura, la dottoressa Silvana Temi, ha confermato - dopo un'attenta valutazione - il profilo di colpa dell'infermiera.
Oggi, dopo tre anni di udienze i cui tempi sono stati rallentati dalla pandemia, è arrivata la sentenza di primo grado.
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