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Ivrea
23 Novembre 2022 - 17:38
Ci si potrebbe scrivere un film. Già! Un film sul carcere degli orrori, con i detenuti torturati, picchiati e costretti alle più pesanti umiliazioni fisiche, verbali e psicologiche.
Tante storie simili, molto simili a quella di Stefano Cucchi, raccontata dal regista Alessio Cremonini in “Sulla mia pelle”. O, perchè no, in “Fuga di mezzanotte”, peccato che la pellicola fosse ambientata in Turchia e in tutt’altro tempo.
Ma è riguardando il film “Le ali della libertà”, alla disperata ricerca di un senso da dare alla vita, alla morte o ad una cella, che l’inchiesta assume un significato davvero più profondo.

Scena dal film "Le ali della libertà"
“La prima notte è la più dura. E quando senti sbattere il cancello, capisci che è vero: l’intera vita spazzata via in quell’istante. Non ti resta più niente […]. Solo una serie interminabile di giorni per pensare….”.
Sulla scrivania della PM Valentina Bossi tutto il materiale necessario.
Titolo: Italia, ultimo girone dell’inferno. Benvenuti a Ivrea: lì dove gli “ultimi” sono ancora più “ultimi” e non si capisce perchè lo debbano essere se il carcere di per sè è già la loro punizione.
La nuova indagine, questa volta della Procura di Ivrea (e diciamo “questa volta” non a caso) riguarda numerosi episodi denunciati dai detenuti nell’ultimo biennio, alcuni anche recentissimi, dell’estate 2022.
45 le persone iscritte nel registro degli indagati, con altrettante informazioni di garanzia. e 36 le perquisizioni domiciliari portate avanti tra domenica e lunedì scorsi, nel cuore della notte.
Tra i reati ipotizzati, la tortura, il falso in atto pubblico e altri collegati. Non ci sono come nello scandalo di Santa Maria Capua Vetere del 2020 le immagini registrate dalle telecamere, perchè a Ivrea, manco a dirlo, non hanno mai funzionato. Ci sono però i racconti e sono tanti..
C’è un braccio rotto dalle botte poi catalogato come un semplice infortunio sul lavoro conseguenza di una sfida a “braccio di ferro” tra un detenuto e un agente di polizia penitenziaria soprannominato “Insigne” come il calciatore, non prima di una provocazione: “Come sei muscoloso... Ti sfido. Che cazzo vai a fare in palestra che non sei buono a nulla?”.
E’ il 18 gennaio 2021. Ad avere la peggio è Giovanni Fortunato (Fortunato solo di nome), 32 anni, origini campane, in galera per scontare un cumulo di pene per reati che vanno dalla truffa alla rapina. Sette giorni dopo Fortunato, finito in ospedale, dichiarerà di essere scivolato.
“Mi sono ritrovato bloccato al muro, ho capito che ero in pericolo, ho tirato fuori tutta la forza che avevo - scrive in un diario l’ex detenuto - Non riuscivo a muovermi. Ho sentito il mio braccio spazzato via, come quando tira il vento e le foglie volano via ...”.
“Gli agenti lo avevano convinto a dire che si trattava di un banale infortunio sul lavoro con la promessa di ricevere indennità e altri privilegi” racconta oggi l’avvocato Gianluca Orlando. E dopo? Poi accade che un medico dello Spresal in visita al carcere per ricostruire la dinamica dell’infortunio scopre che quelle fratture non erano compatibili con una caduta, bensì frutto di botte. Parte la denuncia e la confessione davanti alla pm Valentina Bossi.
Oggi Giovanni Fortunato, dopo un breve periodo di detenzione in un’altra casa circondariale, sta scontando ciò che gli resta della pena in regime di detenzione domiciliare da parenti, fuori regione. “Ma non riacquisterà più l’uso completo del braccio destro a causa di quelle fratture multiple” conclude il legale.
“A settembre le mie cure, erano state interrotte - continua Fortunato - ho iniziato a innervosirmi e ho provato a ribellarmi ma quando dico all’agente “Insigne” che me l’avrebbe pagata, arriva la prima minaccia. Mi dice: fai il bravo che fai la fine del detenuto di Milano, che l’hanno fatto trovare impiccato. Divento un pezzo di ghiaccio: non chiudo occhio tutta la notte. Un giorno dovevo prendere una busta di caffè dal magazzino. “Insigne” chiude la porta e mi dice: Fai il bravo che ho l’indirizzo di tutti i tuoi familiari...”.
Altra storia....
C’è la lettera della mamma di Vincenzo Calcagnile, che in pochi giorni dimagrisce di 18 chili, tenta il suicidio, viene trasferito a Lecce e, interrogato sulle sue condizioni fisiche, dirà che avrebbe parlato solo davanti ad un magistrato. E parlerà - eccome se parlerà - raccontando anche di quei tranquillanti in dosi massicce che un giorno gli fecero inghiottire
Di mamme, peraltro, ce ne sono altre capaci di denunciare ciò che i propri figli non avrebbero, per paura, mai raccontato.
C’è il diario “L’altra faccia dell’omertà” di un detenuto, Max Solla, originario di Ovada e oggi detenuto a Biella.
Un unico filo unisce tutti i racconti: quegli agenti della polizia penitenziaria, quei medici in servizio, quei funzionari giuridico pedagogici e quei direttori pro-tempore che “nascondono”, “insabbiano”, “mortificano”. Sono loro che nei documenti non scrivevano tutta la verità, s’intende tutta quella che si sarebbe dovuta scrivere.
Sono gli indagati ad un passo dal diventare “imputati” in un processo che, quando si accenderanno i riflettori, potrebbe mettere in discussione l’intero sistema carcerario italiano.
E ci sono i numeri dell’associazione Antigone che nel corso del 2020 segnalò 45 manifestazioni di protesta (inclusi gli scioperi della fame), 32 infortuni accidentali, 38 casi di autolesionismo, 7 tentati suicidi, 3 aggressioni ai danni del personale e 24 aggressioni tra detenuti.
Numeri da brividi.
A tutto ciò si aggiungono le inefficienze di un carcere vecchio, freddo, con l’acqua che entra nelle celle e pure nelle ossa. Carenze sanitarie e igieniche. Un carcere sovraffollato che dovrebbe ospitare meno di 200 persone e ne ha 240.
Il 30 giugno del 2021, giusto per dare altri numeri (forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), a fronte di una capienza di 194 posti i detenuti ospitati erano 239 di cui 75 stranieri. Non troppi considerando che nel novembre del 2020 erano 277 e pochi mesi prima 251.
Tra le criticità riscontrate dall’Associazione Antigone oltre alla mancanza dei tre metri quadri calpestabili a persona, c’è l’inesistenza dell’acqua calda. Si aggiungono gli spazi per cucinare in condizioni igieniche discutibili ricavati a fianco dei lavandini e gli arredi degradati. Infine non è sempre assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti veri e propri.
L’acquario
Alla ribalta torna l’acquario. Una cella liscia, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate.

“Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”.
Si dirà: “Tutto falso..”. “E’ solo scivolato, caduto!”. E’ sul referto, il medico che quella sera visitò il detenuto, scriverà che la caduta da lui descritta “non era compatibile con le lesioni riscontrate…”.
L’acquario invece c’è e si trova al piano terreno, vicino all’infermeria.
I casi ricostruiti dalla Procura di Ivrea sono 15, uno più crudele dell’altro. Alcuni risalgono all’ultima settimana di luglio e alla prima di agosto di quest’anno, pochi mesi fa.
Tra gli agenti ce n’è uno che si crede Dio e tanti altri che sfogano sui detenuti le proprie frustrazioni e depravazioni...
A leggere le carte vien da mettersi a piangere...
“Vada su quel tappetino e si spogli completamente, mi disse uno dei tre agenti presenti nella stanza e prima di ricevere il corredo, ad ogni indumento che mi levavo, la mia dignità si assottigliava di pari passo.
“Si abbassi anche le mutande e faccia tre flessioni piegandosi sulle ginocchia”. E poi «spogliato di quell’ultimo lembo di dignità che mi era rimasta, obbedendo all’ordine, iniziai a fare le tre flessioni sotto lo sguardo degli agenti».
C’è chi dice che è così che si fa, che sia tutto normale. Certo! Ma c’è modo e modo...
Un po’ qua e un po’ la “pacchi” spediti dai famigliari che non arrivano mai e sequestri di materiale informatico, soprattutto Personal computer.
Anche il sesso
Tra i tanti casi di cronaca segnalati dal nostro giornale in questi anni anche uno che vede protagonisti un agente della polizia penitenziaria e una detenuta transessuale che lo denuncia. Giura che lui l’ha ricattata, costretta a concedersi per non subire pesanti ripercussioni. Fornisce date, dettagli, consegna un pezzo di carta igienica su cui dice di aver raccolto il liquido seminale del poliziotto dopo che questi aveva preteso un rapporto orale. Il primo, seguito da altri, in quegli uffici della direzione che il sabato restano vuoti e lei, che qui è riuscita a ottenere un lavoro da “spazzina”, pulisce.
In teoria (ma solo in quella) un caso giudiziario che avrebbe dovuto squarciare il velo su quel mondo a parte che si apre oltre le sbarre del carcere. E questa volta non c’entrano rappresaglie a suon di schiaffi e manganellate, ma il sesso.
Prima di quel giorno, di denunce alla Procura di Ivrea la transessuale ne avrva presentate addirittura 4, tra il 2019 e il 2020 “per riferite molestie” che hanno portato all’apertura di altrettanti fascicoli. E poi ci sono le annotazioni di servizio che la descrivono come un soggetto difficile, tenuto sotto osservazione perché non si facesse del male da sè dopo che aveva messo in atto alcuni atti autolesionistici. Un soggetto borderline, insomma.
La nuova indagine di Ivrea
“I reati - commenta il Procuratore Capo di Ivrea Gabriella Viglione - risultavano tuttora in corso, situazione che ha reso ineludibile l’intervento degli inquirenti. Le indagini proseguono, per meglio chiarire le responsabilità di ognuno in relazione ai fatti già noti ed altresì per verificare l’eventuale sussistenza di ulteriori episodi in danno dei detenuti. Il procedimento penale è attualmente nella fase delle indagini preliminari e ovviamente gli indagati sono da considerare non colpevoli fino a sentenza di condanna divenuta irrevocabile...”.

Il Procuratore Capo di Ivrea Gabriella Viglione
Le indagini hanno anche confermato la presenza non di una, bensì di due celle che, come denunciato, venivano sistematicamente utilizzate per picchiare e rinchiudere le persone ristrette: la cosiddetta “cella liscia” e il temuto “acquario”, dove i carcerati rimanevano in isolamento senza poter avere contatti con nessuno, nemmeno coi loro difensori.
Stavolta nessun agente è stato sospeso dall’incarico. Non ci sono arresti. Ma c’è una mole di carte e testimonianze su cui si basa l’indagine condotta dalla pm Valentina Bossi.
La reazione di uno dei sindacati della Polizia Penitenziaria non s’è fatta attendere. Mentre era ancora in corso la perquisizione il Sinappe raccontava di un’altra aggressione ai danni del personale del carcere di Ivrea.
“Riponiamo incondizionata fiducia nella magistratura, auspicando che faccia piena luce e sperando che gli indagati riescano a dimostrare la correttezza del loro operato. Le ormai numerose inchieste, tuttavia, cristallizzano la totale disfunzionalità del sistema penitenziario e il persistente stato d’emergenza mai affrontato”, dichiara oggi Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. “Indagini come queste compromettono e rischiano di rendere vano il sacrificio condotto da 36 mila donne e uomini del corpo di polizia penitenziaria”, aggiunge, chiedendo al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di aprire immediatamente un tavolo di confronto per discutere di riforme e di risorse economiche per nuove assunzioni
Anche Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo Sappe confida nella Magistratura. La polizia penitenziaria, a Ivrea come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale e quindi vanno evitate illazioni e gogne mediatiche”. Dello stesso avviso il segretario regionale per il Piemonte, Vicente Santilli: “la polizia penitenziaria è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d’identità e d’orgoglio, e che ogni giorno in carcere fanno tutto quanto è nelle loro umane possibilità per gestire gli eventi critici. Non si traggano giudizi affrettati senza aver atteso i doverosi accertamenti giudiziari”.
La struttura

Il carcere di Ivrea
L’istituto è diviso in 4 piani, in ciascuno dei quali vi è una sezione detentiva suddivisa in due semi-sezioni. Ogni semi-sezione può ospitare fino ad un massimo di 44 persone. Le celle sono aperte dalle 9.00 alle 19.30 ma vengono chiuse durante i pasti.
Al piano terra sono ubicati l’infermeria, 6 celle singole adibite a isolamento sanitario e disciplinare oltre a 4 celle per la domiciliazione preventiva di quanti giungono dalla libertà o le persone destinate ad altri istituti di pena. Tre di queste sono dotate di due posti letto; la quarta è ricavata dall’unione di 2 celle, può ospitare fino a 5 persone ed è dotata di ambiente wc comprensivo di doccia.
Al primo piano due semi sezioni: in una sono ospitate le persone con reati comuni e nell’altra le persone giudicabili o appellanti.
Al secondo piano le due semi sezioni ospitano persone detenute semi protette (per lo più con reati a sfondo sessuale) e le persone con condanna all’ergastolo (che viene riferito essere presenti in gran numero).
Al terzo piano due semi sezioni che ospitano le persone con condanna definitiva, i lavoranti e gli studenti; attualmente in una semi sezione sono ospitate anche le persone giudicabili quando non vi è più posto al primo piano.
Al quarto piano una semi sezione ospita persone che fruiscono dell’articolo 21 e della semi libertà; l’altra detenuti transessuali.
Nell’istituto è presente anche la sezione staccata dei collaboratori di giustizia anch’essa a regime aperto; le celle, che sono ubicate al primo piano, sono singole dotate di locale wc separato; una di queste, utilizzata anche per la domiciliazione preventiva è dotata anche di doccia. Il locale docce è in comune e si trova al piano terra dove sono ubicate anche la cucina e la biblioteca.
Antigone segnala l’esistenza di una saletta adibita all’occorrenza al culto ortodosso e a quello dei Testimoni di Geova peccato che non ci sia alcun Imam. Peraltro pure il sacerdote cattolico per mesi non è più entrato in istituto a causa della pandemia.
Ci sono altre 4 inchieste aperte dalla Procura di Ivrea in merito a presunti pestaggi avvenuti nel carcere di Ivrea tra il 2015 e il 2016. Tutte e quattro “avocate” dalla Procura generale di Torino, dal Procuratore Generale Francesco Saluzzo in team con i Pubblici Ministeri Giancarlo Avenati Bassi e Carlo Maria Pellicano, che aveva accolto, nel febbraio del 2020, il ricorso, presentato dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese Paola Perinetto, tramite l’avvocato Maria Luisa Rossetti.
L’ultima riguardava la repressione avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016, aperta in seguito ad una denuncia dell’allora garante del Comune Armando Micalizza. Ben 25 gli indagati accusato a vario titolo di “lesioni” e “falsi aggravati”. All’interno del fascicolo, alcune confidenze dei detenuti messe nero su bianco. E sono pugni, calci, manganellate e verbali falsificati affinché quelle profonde ferite diventassero frutto di “scivolamenti su pavimenti bagnati” o atti di autolesionismo. E non mancavano le umiliazioni, come quelle di tenere i detenuti nudi per ore e ore.

Paola Perinetto, ex garante dei detenuti di Ivrea
“Quando mi raccontavano dei pestaggi e delle atrocità subite mi scendevano le lacrime dagli occhi - ci raccontò in una intervista Paola Perinetto, garante dei detenuti di Ivrea fino al novembre 2021 - All’epoca dei fatti lei era una semplice volontaria. Poi ho ereditato queste denunce a cui non era stato fatto alcun seguito e all’ennesimo tentativo di archiviazione ho chiesto l’avocazione”.
I casi raccolti da Perinetto sono quattro, tre di questi riguardano detenuti stranieri, come Hamed, che l’11 novembre 2015 venne (per l’accusa) picchiato da 7 agenti. Secondo il suo racconto mentre in 2 lo tenevano fermo, il medico di turno “continuava a sorseggiare il caffè alla macchinetta automatica”.
“Quando i detenuti hanno visto che di me si potevano fidare - continuò Perinetto - sono venuti a parlarmi, a raccontarmi delle botte, uno alla volta”.
Come il detenuto che sarebbe stato picchiato a colpi di manganello mentre veniva accompagnato in infermeria, il 25 ottobre del 2016.
Un certificato medico parlerà di “estese ferite al volto, a naso, al costato” e in una relazione degli agenti, per i magistrati falsa, si afferma che il detenuto aveva perso l’equilibrio sul pavimento “reso scivoloso dall’acqua utilizzata per spegnere i focolai accesi da alcuni detenuti in sezione e sbatteva la faccia contro una cella”. Dopo le botte il detenuto venne lasciato nudo, per tutta la notte.
Stesso film per un terzo detenuto lasciato per un’intera notte in infermeria nudo, non prima delle “botte”.
Anche in questo caso dito puntato su una falsa relazione in cui si fa riferimento ad una caduta.
Di un quarto detenuto si dice che mentre si trovava nella saletta di attesa dell’infermeria avrebbe cominciato a sbattere violentemente la testa contro un vetro pronunciando testuali parole: “Ora mi faccio male cosi vi rovino pezzi di merda”.
Nessuna accusa di tortura, ma solamente perché come ci spiegò il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, “il reato non era ancora presente nel codice penale al momento della presentazione degli esposti e dell’apertura delle indagini”.
Già nell’estate del 2019 la Procura di Torino si lamentava che sui pestaggi che vanno dal 7 al 17 agosto 2015 “le uniche indagini svolte dalla Procura di Ivrea si erano concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risultava che il detenuto era stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”.
Il dito era puntato sull’allora Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando che “per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”.

L'ex procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando
Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale Emilia Rossi.
Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime: “Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”.
Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero: “Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”.
Tratti dal sito LA FENICE (lettere dal carcere)
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