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30 Marzo 2022 - 17:34
CRESCENTINO. La prima sezione della Corte di assise di appello ha confermato la colpevolezza del pensionato crescentinese Giovanni Perini, 73 anni, accusato di aver ucciso a coltellate a Vercelli il 4 settembre 2028 il riparatore di biciclette Antonello Bessi, ritrovato cadavere nel suo laboratorio di via Walter Manzone. Ma la corte torinese ha sensibilmente abbassato la condanna: rispetto all’ergastolo stabilito in primo grado dalla corte di assise di Novara, la sentenza d’appello condanna Perini a 24 anni di carcere. Francesca Orrù e Maria Grazia Ennas, che assistono il pensionato sin dall’inizio della vicenda, attendono di leggere le motivazioni della sentenza per valutare il ricorso in Cassazione. Le due legali avevano presentato appello, convinte che non ci fossero elementi che potessero portare a una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio del loro cliente. Perini prima della discussione con spontanee dichiarazioni ha ribadito la sua estraneità ai fatti dicendosi innocente. La Procura generale aveva invece chiesto la conferma dell’ergastolo. La corte si è espressa dopo due ore di camera di consiglio mantenendo le accuse di omicidio e rapina, ma riconoscendo le attenuanti generiche.
Il movente economico, le riprese delle telecamere di videosorveglianza, l’intercettazione ambientale in questura mentre parala con il figlio, una confessione. Sono alcuni degli elementi che avevano convinto la Corte d’Assisie di Novara a condannare all’ergastolo Giovanni Perini. Nelle 35 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado la corte aveva sposato in pieno la tesi accusatoria della Procura di Vercelli. Tra gli elementi considerati decisivi le due celle telefoniche agganciate in maniera alternata da Perini quella mattina. Di particolare rilevanza sono considerati anche i filmati di videosorveglianza che ripresero una figura in bicicletta quella mattina in via Manzone; sarebbe Perini: la bici è stata considerata sovrapponibile.
Gli avvocati difensori in appello hanno insistito sulla presenza sul luogo del delitto del dna di una terza persona. Secondo la difesa sarebbero stati omessi accertamenti su altre piste o versioni della ricostruzione dei fatti. Poi le celle telefoniche individuate, l’orario in cui Perini sarebbe venuto a conoscenza dell’omicidio, l’analisi dei suoi vestiti. Secondo la difesa non ci sarebbe nemmeno la certezza che l’uomo nelle immagini riprese dalle telecamere, usate come prove a carico, sia Perini. Anche il movente non sarebbe chiaro: mancherebbe la prova che la somma trovava a casa di Perini nella perquisizione sia la stessa che mancava nel laboratorio di Bessi.
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