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26 Gennaio 2022 - 16:30
Tribunale (foto archivio)
CRESCENTINO. Prosegue in Tribunale il processo originato dall’inchiesta della Procura sulle numerose cittadinanze italiane concesse a brasiliani dal Comune di Crescentino. Gli imputati sono Terezinha Simone Frassini e il figlio Raphael Bussolo, che con la loro società secondo l’accusa agivano per favorire l’ottenimento della cittadinanza per i loro clienti, e i due impiegati dell’ufficio anagrafe comunale, Annalisa Aresi e Stefano Masino.
Nella requisitoria il pubblico ministero Carlo Introvigne aveva chiesto condanne per complessivi 19 anni di carcere: 5 anni e 9 mesi per Frassini, 5 anni e 4 mesi per Masino, 4 anni e 9 mesi per Aresi e 3 anni e 2 mesi per Bussolo.
Nell’udienza di gennaio la parola è passata alle difese. Gli avvocati hanno dato una lettura totalmente diversa rispetto quella accusatoria, e hanno chiesto per i loro assistiti una sentenza di assoluzione da tutte le accuse: «Non ci sono stati atti corruttivi, né falsi, né tantomeno un’associazione per delinquere. Tutto l’impianto accusatorio di questo processo si basa su un gigantesco fraintendimento iniziale».
L’avvocato Gian Maria Mosca, che con la collega Erika Catellani difende Stefano Masino, ha evidenziato che la volontà di vivere a Crescentino da parte dei brasiliani che chiedevano la cittadinanza non sarebbe un requisito per ottenere la residenza. «Per poter chiedere la residenza in un certo Comune - ha spiegato - occorre essere fisicamente in quel luogo; per ottenere la cittadinanza iure sanguinis occorre avere la residenza in un Comune italiano e un antenato che non abbia mai rinunciato alla cittadinanza. Ma una volta completato l’iter, ognuno è libero di andare dove meglio crede». Una lettura che - hanno sottolineato anche gli altri legali nel corso dell’udienza - si ritrova nei regolamenti di decine e decine di Comuni italiani che seguono le stesse procedure del Comune di Crescentino.
Inoltre, secondo le difese, la prova dell’estraneità degli imputati alle accuse di corruzione si troverebbe proprio in quelle registrazioni e in quelle intercettazioni che l’accusa, invece, ha utilizzato a sostegno delle proprie tesi accusatoria. «Nelle conversazioni che precedono i passaggi di denaro filmati dalla Questura si parla esplicitamente di somme dovute a Masino per il pagamento delle bollette, del dentista e dell’affitto. Masino affittava due alloggi in nero? Ha sicuramente sbagliato, ma non è questo il tema del processo».
L’avvocato Catellani, invitando la corte ad esaminare con attenzione tutte le trascrizioni dei circa sei mesi di intercettazioni, ha descritto Masino come «una persona normale, con uno stipendio dignitoso ma non faraonico, aspirazioni semplici e piccoli progetti che pensava di poter realizzare attraverso le modeste entrate extra degli affitti. A Crescentino erano in molti ad affittare case ai brasiliani: lui ha sbagliato a farlo in nero, ma a parte questo non c’è altro. E i passaggi di denaro filmati dalla Polizia non erano tangenti, bensì il pagamento di affitti, bollette e spese mediche, come si evince dalle intercettazioni».
Per dimostrare la correttezza dell’operato del suo assistito, l’avvocato Catellani ha inoltre citato anche un’intercettazione in cui Masino, parlando con la fidanzata, racconta di aver chiesto conto alla Frassini di un documento non in regola: «Quella pratica venne respinta».
Analoghe considerazioni sono state ripetute anche dal legale di Bussolo, filmato mentre consegnava del denaro all’impiegato crescentinese.
Aresi in aula aveva spiegato il passaggio di denaro come un prestito chiesto alla brasiliana in un momento di difficoltà. E la sua versione è stata ribadita dall’avvocato Gabriele Costanzo, che ha aggiunto: «La mia assistita svolgeva un lavoro burocratico: controllava che i documenti fossero in regola, che ci fosse la discendenza di sangue e rilasciava la residenza così come è previsto dalla legge. Che titolo avrebbe avuto per opporsi? O per andare a indagare le intenzioni dei brasiliani che arrivavano in città?».
Rispetto alle contestazioni mosse a Frassini, che il pm Introvigne aveva definito «il centro del sistema corruttivo», l’avvocato Maddalena Aldegheri ha sottolineato che la sua cliente «aveva segnalato l’avvio della propria attività in Questura e informato le istituzioni crescentinesi e nessuno le ha mai fatto osservazioni. Lei era certa della correttezza del proprio operato: come poteva sospettare che ci fosse qualcosa di non opportuno se nessuno glielo ha mai fatto notare?».
Quanto ai brasiliani per i quali la donna svolgeva lavoro di mediatrice, la legale ha rilevato: «Una volta diventati cittadini italiani nessuno aveva il diritto di chiedere loro di restare a Crescentino. Vietare loro di lasciare la città stata una violazione della Costituzione e delle leggi europee».
Si torna in aula il 13 aprile per le repliche e la sentenza.
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