La serata ha riscosso un gran successo di pubblico
CIRIÈ. È stato un racconto franco, senza fronzoli, quello dei due ex agenti della scorta del magistrato Giovanni Falcone. Si chiamano Francesco Mongiovì e Angelo Corbo. Quest'ultimo è stato accanto al giudice fino all'attentato di Capaci, al quale è sopravvissuto, al contrario di tre colleghi e del giudice stesso, vittime di quell'azione infame il 23 maggio 1992.
I due agenti vanno in giro per le scuole di tutta Italia per diffondere la cultura della legalità, i valori e le ragioni del contrasto alla mafia, fenomeno che ormai è lungi dall'essere confinato nel sud Italia e che inquina tante economie e altrettante amministrazioni locali, spesso senza sparare un colpo.
Durante l'incontro, avvenuto la sera del 28 giugno all'area Remmert di Ciriè e organizzato da Radio Restart, Francesco Mongiovì ha ricordato di come il clima di tensione che si respirava nella Sicilia di quegli anni, segnata dalla stagione stragista dei clan mafiosi, rendesse difficilissima la scelta, per un poliziotto poco più che ventenne come lui, di aderire alla scorta di un magistrato come Giovanni Falcone.
"Eppure, se dovevo morire, volevo farlo vicino a un giudice come Falcone, che, da palermitano, stimavo molto" ha spiegato Mongiovì. Che ha raccontato anche i dettagli più quotidiani del suo rapporto con il giudice e con i "fratelli", come si chiamavano reciprocamente gli agenti della scorta.
Mongiovì, dopo il 1992, è stato assegnato alla squadra catturandi che ha ammanettato Giovanni Brusca, l'esecutore materiale della strage di Capaci. "Quando l'abbiamo preso - ha raccontato - siamo passati in via Notarbartolo, dove abitava Falcone, ci siamo fermati davanti alla casa del magistrato e abbiamo fatto scendere Brusca dalla macchina per un attimo".Angelo Corbo, invece, non aveva scelto di entrare nella scorta di Falcone. Non aveva nemmeno fatto l'apposito corso, che invece Mongiovì aveva seguito e superato. A quel compito, lui, fu assegnato. Ciononostante, dopo l'attentato di Capaci, e dopo essere stato trasferito a Firenze, ha cominciato la sua attività di ricordo e di impegno di quegli anni, con determinazione e con coraggio.
La sua dialettica è stata diversa da quella di Francesco Mongiovì. Corbo, infatti, è stato ficcante e "investigativo" nel suo racconto di quegli anni.
"Noi sopravvissuti - ha detto - siamo scomodi". E sono scomodi perché sollevano dubbi, questioni aperte, problemi: è stato fatto tutto il possibile per difendere il giudice Falcone? Come mai la scorta assegnata al giudice venne ridotta nelle dimensioni e nella dotazione di armi? Perché, quando un fotografo si avvicinò alle carcasse delle macchine che giacevano davanti allo svincolo per Capaci, due uomini che si qualificarono come poliziotti gli sequestrarono il rullino delle foto, che non tornò mai più nelle mani del fotografo?
Sono domande che Angelo Corbo si è fatto nel corso degli anni, e con lui tanti giornalisti e politici, e che ha voluto riportare in un libro intervista dal titolo "Strage di Capaci. Paradossi, omissioni e altre dimenticanze", uscito nel 2016 per i tipi di Diple Edizioni.
La testimonianza chiara, franca, onesta e brillante di questi due uomini ha tenuto il pubblico, numerosissimo per l'occasione, con le orecchie aperte e col fiato sospeso per quasi tre ore. Francesco Mongiovì e Angelo Corbo non hanno detto addio a Ciriè, perché proseguiranno nelle scuole cittadine la loro attività di sensibilizzazione.
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