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17 Febbraio 2022 - 15:54
Consolata Zucca ha compiuto 102 anni il 12 febbraio
CIRIÈ. Ha compiuto centodue anni da pochi giorni: il 12 febbraio di questo 2022 tormentato ed indeciso come l’eremita che ama la splendida solitudine di essere raro ma si macera al pensiero di non condividerla con nessuno.
Tutto è minuto in questa donna forte e coraggiosa “con la passione per lo scrivere, la vocazione alle scelte professionali e di vita destinate alle forme di assistenza, la ferma propensione libera e democratica in politica”.
Delicati persino i gesti che non arrivano lontano: le mani avvicinano la calda mantella di lana, le ginocchia conserte come nel banco di scuola quando l’appellativo dato a Consolata Zucca era “La signorina dei perché.” E come allora le spalle si ergono e non flettono, come la postura.
I capelli sono in ordine: un vezzo al quale ha sempre tenuto molto, l’abbigliamento in tinta e la classe innata avuta in regalo. Sorride e le minuscole rughe che si intravvedono dalla mascherina, e che si disegnano agli angoli degli occhi, sembrano portare il peso delle stagioni passate, delle stravaganze dei periodi, della vita che si è ammucchiata, del tempo che mastica tutto e poi restituisce.
Nata a San Carlo Canavese il 12 febbraio 1920...
Nel’27 i miei genitori approdarono a Lanzo Torinese impegnati nella gestione di un ristorante che si trovava nella piazza centrale “un crocevia di riferimento per la gente delle Valli che lì sostava: in primavera, in autunno per la transumanza e la domenica”. Sul finire degli anni 30, ci siamo trasferiti a Ciriè. A lavorare ho iniziato presto per contribuire a dare un aiuto alla mia famiglia. Ho prestato servizio in una famiglia ciriacese ed in una seconda come bambinaia a Torino Mi rivedo alle prese con la primordiale lucidatrice, pesante ed ingombrante che per evidenti motivi avevo soprannominato “la galera” e a leggere di nascosto “Il Corriere dei Piccoli” che preferivo di gran lunga al rifare i letti. Più tardi ho trovato impiego all’Ufficio del Catasto di Ciriè, poi al Secondo Centro Esperienze Militari di San Carlo Canavese fino al 23 settembre del ’43, quando fummo tutti lasciati a casa dopo la firma dell’armistizio del generale Badoglio con gli alleati. Pochi mesi dopo rifiutai l’offerta di rientrare: avrebbe significato lavorare per la Repubblica di Salò. Ho trovato lavoro come impiegata a Devesi, poi a Torino e chiamata più tardi dal dottor Giovanni Mussa all’Ipca, l’Industria Piemontese dei Colori di Anilina di Ciriè. Mi licenziai nel 1954: per esercitare la professione infermieristica che svolgevo, l’Ordine dei Medici richiedeva il diploma. Nell’azienda di via Borche rientrai nel ‘57 con il titolo di studio corredato da un corso di stenodattilografia fatto all’ Istituto Cima di Torino. Nel 1975 sono andata in pensione ma non a riposo: ho continuato la mia collaborazione solidale con l’ambulatorio della Caritas, La Conferenza della San Vincenzo, la segreteria del Collegio Assistenti Sanitari di zona e la mia presenza attiva nel partito della Democrazia Cristiana. Nell’81 sono tra i soci fondatori dell’UNITRE, un anno dopo tra quelli dell ‘AVO. Nella prima sono tuttora segretaria emerita, nella seconda socia onoraria.
La grande famiglia di Consolata...
Primogenita di otto figli, cinque femmine e tre maschi la mia famiglia era profondamente cattolica ed impegnata anche politicamente. Nella casa di via Matteotti a Ciriè dove si mangiava e si beveva Democrazia Cristiana tutto il giorno “anche le galline di mamma votano DC” era solita confermare Maria, mia sorella. La sede del partito era al piano sopra al nostro e la caffettiera di mamma borbogliava di continuo e a brontolare era pure lei quando a tavola io e papà si parlava di libertà e democrazia, lasciando spesso a raffreddare la minestra nel piatto. Leggere i giornali era per noi una necessità: papà a volte dissentiva sull’informazione data dal quotidiano La Stampa: dandogli l’appellativo di “la busiarda” A casa nostra cominciò il fermento nelle prime campagne elettorali: grandi secchi venivano riempiti di colla indispensabile ad attaccare i manifesti ai muri. In questo lavoro papà si faceva accompagnare da un giovane: lo scontro tra la DC e il PCI all’epoca era feroce. Una volta qualcuno dipinse un grosso fiasco sul muro di casa nostra: un ironico augurio circa il risultato che avrebbe ottenuto il nostro schieramento. Papà con la sua presenza attiva nella vita politica ed amministrativa di Ciriè è stato determinante nella mia carriera politica e altrettanto la formazione ricevuta nell’Azione Cattolica. Nel 1959 ci siamo trasferiti nelle case popolari di via Trieste. Negli anni ‘60 e ‘70 con il sindaco Giampaolo Brizio siedo nei banchi del Consiglio Comunale. Ricopro incarichi amministrativi nell’Ente Comunale di Assistenza e del Consiglio di Amministrazione della Casa di Riposo. Mi occupo di politica sindacale nella CISL. Nel 1975 la nostra famiglia si trasferisce definitivamente in via Fiume.
1920-2022. Dagli albori del Novecento al Nuovo Millennio. Un lungo straordinario viaggio nella Storia…
Ricordo che il “venerdì nero” di Wall Street nel ‘29 segnò l’inizio di una crisi economica internazionale dalle conseguenze devastanti. Abitavo con la mia famiglia a Lanzo e la voce del fallimento dell’Istituto Bancario di Ciriè si sparse velocemente nelle Valli. Molta fu la clientela alla quale non fu riconosciuto il proprio credito, tra questi il nonno paterno che in quella banca aveva i suoi risparmi. Paura, grande, drammatica, insopportabile ho provato durante il secondo conflitto mondiale. Nella casa di Ciriè, salivamo al piano superiore a vedere il cielo su Torino che si illuminava di morte poi, la fuga aveva meta in cantina ad aspettare il silenzio e la breve riconfermata salvezza. Una volta papà portò le mie sorelle e i miei fratelli più piccoli nella zona del Sedime: erano in molti a pensare che fosse un posto sicuro.
Un giorno d’estate in una retata all’ingresso del Centro Esperienze di San Carlo Canavese i fascisti arrestarono papà ed altri suoi compagni. Con un camion li portarono tutti ad assistere all’uccisione di un partigiano davanti al Cimitero di Ciriè. Li trasferirono poi in Municipio e io riuscii a portare a papà un panino imbottito con una frittata che aveva fatto mamma. La destinazione per tutti loro fu una grigia struttura di raccolta in via Asti a Torino. Poi le carceri dove papà fu formalmente accusato di essere “un antitedesco, comunista ad oltranza e simpatizzante e sobillatore dei ribelli”.
Il Signore ascoltò le nostre preghiere: si salvò dai Campi di Lavoro in Germania dove molti dei suoi compagni furono mandati, e tornò a casa. Una pagina di Storia impossibile da archiviare è la liberazione dei deportati sopravvissuti nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz in Polonia nel 1945. Agli occhi del mondo il capitolo più nero del regime nazionalsocialista. Un bravo ragazzo che abitava vicino a casa nostra a Ciriè di ritorno dalla guerra ebbe grosse difficoltà a ritornare alla vita di sempre: era difficile allora per quelli come lui raccontare le spaventose angherie subite ed essere creduti.
Il 10 marzo del 46 ho votato per la prima volta alla prima tornata di elezioni amministrative e al referendum tre mesi dopo tra Monarchia e Repubblica, per la seconda . Organizzai degli incontri per convincere potenziali proselite ad andare alle urne. Stupore e amarezza provai nel 1963 alla notizia dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Il presidente degli Stati Uniti rappresentava per migliaia di persone di tutto il mondo la speranza nel progresso , nella libertà nella pace e nell’uguaglianza. Nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro il grande mediatore tra le forze della Democrazia Cristina e la Sinistra: un attentato politico alla nostra Storia Repubblicana e certamente una clamorosa sconfitta per tutta la nostra politica.
Clamorosa nel secolo nuovo questa pandemia! Una faticaccia per le nostre società ultra sofisticate tenerla a bada...
La speranza è indubbiamente nei vaccini, nelle misure di contenimento e limitazioni governative ma soprattutto nell’atteggiamento responsabile di tutti. Penso sia necessario ubbidire alle regole che ci vengono imposte: Farlo sarà un modo per dimostrare a noi stessi e al nostro Paese la forza e la determinazione di cui siamo capaci nel ridisegnare quel futuro del quale sembriamo aver perso il controllo. Credo che usciremo da questa prova cresciuti, più rispettosi, più consapevoli della fragilità della vita e dei suoi valori. Durante la prima guerra mondiale l’inevitabile assenza delle più elementari norme igieniche nelle trincee o nei campi di prigionia aveva favorito la diffusione di molte epidemie di vario genere e gravità. Di influenza “spagnola” morirono circa venti milioni di persone, più del totale dei caduti in battaglia nel corso dell’intera guerra. Conservo ancora i guanti di pelle indossati da mamma nell’agosto del 1918 al matrimonio con papà. I guanti in quegli anni, in pelle d’oca o anche d’uovo erano un accessorio di abbigliamento indispensabile come la consolidata abitudine di lavarsi le mani.. Precauzioni contro “l’iberica” ma valide anche per l’ attuale Covid 19 e le sue varianti.
Oggi, nella casa “dei ricordi e degli addii da dove Fiorenzo, papà Giuseppe, mamma Teresa Cornelio, Adriana, Virgilio, Maria, Carmela si sono allontanati decisi a non tornare”...
Vivo sola dopo la recente morte di Carmela, mia sorella. Con l’aiuto di persone che si avvicendano nei miei quotidiani e provvedono a me ed alle mie orchidee che a quanto pare se la cavano benissimo da sole. C’è chi suona il campanello di casa o fa squillare il telefono: Mercede mia sorella, Sandro, Cesare e Pier Paola, Gabriella e Luigi i nipoti, Pietro il pronipote. Penso spesso ai miei cent’anni festeggiati nel 2020 all’Istututo Ernesta Troglia di Ciriè, con amministratori, rappresentanti di associazioni, compagni di partito, amici, gente comune. A Ciriè è nata mamma È la città che mi ha adottato e mi ha permesso di esprimere le mie capacità. La sua comunità mi ha capito ed apprezzato e arricchito di conoscenza.
Di amicizie...
Scelte e buone. In modo simile lo rammenta anche un vecchio e saggio detto popolare.
Di incontri...
Da ragazza immaginavo che la mia vita sentimentale potesse riassumersi nel “sposarsi, comprare due tailleur e pettinarsi con lo chignon”. Poi ho atteso l’incontro con un uomo che “amasse la politica come De Gasperi, la montagna come Bonatti e la musica come Verdi” ma che forse il destino non aveva messo in conto. Ma l’amore è anche volersi bene, rispettare le persone, aiutare i propri simili. Fare qualcosa di utile per gli altri tanto più quando hai studiato ed imparato qualcosa per farlo nel migliore dei modi, come ho fatto io.
Di consapevolezza...
Penso al mio lungo cammino ed agli indispensabili insegnamenti che mi sono stati dati dai miei genitori che sono stati determinanti nella mia formazione soprattutto con l’esempio prima ancora che con i discorsi.
Di libertà...
Quella di poter fare politica in senso ampio, non soltanto partitico, ma anche sociale. Il lavoro mi ha concesso di essere libera, emancipata, indipendente mi ha educato a vivere nel pubblico, mi ha realizzata come persona.
Qualche rammarico?
Lo provo quando mi accorgo di non poter essere più utile agli altri.
Rimpianti?
Non ho mai avuto ambizioni particolari. Sono una persona concreta, altruista, con i piedi ben saldi a terra. Nel ‘57 quando rientrai a lavorare all’Ipca con il mio regolare diploma, avevo la possibilità di proseguire negli studi in Psichiatria, a quel tempo frequentabili solo a Roma o a Milano. Scelsi la certezza del lavoro e del poter essere utile alla famiglia.
Auguri a Consolata! La signora che ha sfidato per circa un secolo la paura di trovare ciò che avrebbe potuto non piacerle.
Sara Gasparotto
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