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02 Febbraio 2021 - 11:53
Renato Cambursano, parliamo di Recovery Fund. Di questo importantissimo strumento messo in campo dall’Unione Europea, sono date dette tante cifre diverse l’una dall’altra: si può sapere a quanto ammonta complessivamente l’importo in “quota Italia”?
La somma complessiva del budget del PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – ammonta a 222,9 miliardi di euro, ed è stato approvato dal Governo il 12 gennaio scorso. Traccia gli obiettivi, le riforme e gli investimenti che l’Italia vuole realizzare con i fondi europei di Next Generation EU.
L’impianto si articola in 6 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi); rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi); infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,9 miliardi); istruzione e ricerca (28,4 miliardi); inclusione e sociale (27,6 miliardi); salute (19,7 miliardi ). Queste missioni a loro volta raggruppano 16 cluster/componenti funzionali per realizzare gli obiettivi economico-sociali definiti che si articolano in 48 linee di intervento per progetti omogenei.
Quali sono i tempi previsti dalla Commissione europea?
In base a quanto stabilito dalla Commissione europea, il 70% di questi grants dovrà essere impegnato tra il 2021 e il 2022, mentre il restante 30% entro il 2023.
Il termine ultimo per la presentazione del PNRR a Bruxelles è fissato al 30 aprile 2021.
Il nostro Paese i progetti li ha o sono semplici buone intenzioni?
Complessivamente l’insieme dei progetti già in essere ammonta a 65,7 miliardi: efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, alta velocità ferroviaria, tutela e valorizzazione del territorio, ecc… ecc...; mentre ben 144,2 miliardi sono risorse destinate a nuovi progetti e 13,0 a React EU.
A questo punto sorge spontanea una domanda. Dato ma non concesso che dei progetti già in essere, se ne sia discusso nelle sedi periferiche e da queste approvate, le chiedo: ma chi è titolato ad individuare i progetti all’interno delle 6 “Missioni” ?
Mi verrebbe da risponderle che non lo so. Occorrere chiederlo al Governo. Piuttosto la domanda vera da farsi è: per l’individuazione dei nuovi progetti, c’è stato un confronto con le Regioni, e queste si sono confrontate a loro volta con le loro Province e Città Metropolitane, e queste lo hanno fatto con i loro comuni? Vorrei sbagliarmi, ma non mi risulta che la stesura di queste 172 pagine, dal luglio scorso ad oggi, sia il frutto di un confronto che è partito dal basso verso l’alto.
Il 26 gennaio scorso avrebbe dovuto aver inizio il confronto con le Regioni che erano state convocate a collegarsi on line per discutere proprio di questo…
… peccato che proprio quel giorno, il Presidente del Consiglio Conte si sia dimesso e tutto è rimandato a “ tempi migliori”, se mai ci saranno!
Piuttosto mi chiedo ancora: visto che le Regioni, non si sono attivate ad un confronto con le Province ed i Comuni, i Comuni, le Province piemontesi e la Città Metropolitana di Torino si sono attivati d’iniziativa nei confronti dell’istituzione regionale? C’è mai stata un’Assemblea dei Sindaci della Città Metropolitana per confrontarsi su questi temi? C’è mai stata una riunione dei sindaci delle aree omogenee della nostra ex Provincia? Anche questo non mi risulta.
Il confronto con Confindustria, Confcommercio, con le associazioni degli artigiani, degli agricoltori, ecc... ecc... finora è stato solo interlocutorio e alcune di queste associazioni sono state molto critiche e anche con ragione. Il risultato è che nello stile e nel linguaggio del PNRR c’è una visione del mondo, dell’Europa, dell’Italia vista dalle burocrazie ministeriali, anche se nell’ultima versione, quella appunto approvata dal Governo, è già molto migliorata. La parola “Comuni” – l’istituzione più vicina ai cittadini – tuttavia compare solo tre volte, sempre come oggetti e mai come protagonisti di politiche attive e la parola “Sindaco”, non c’è mai. Eppure credo che proprio questi ultimi abbiano ben in evidenza quali siano le vere esigenze dei territori e quali siano le vere soluzioni dei problemi che diano il via alla ripresa.
Così facendo, però, c’è il rischio che da questo confronto nascano migliaia di micro proposte, anche di tipo localistico e quindi dispersivo.
Sì ha ragione. Il rischio è reale, ma è molto meglio averne tante che non averne affatto. Spetta alle Regioni prima e al Governo centrale poi, fare sintesi ed inserirli nel contesto delle vere riforme, delle quali si sa ancora troppo poco.
E’ evidente che il modo in cui l’Italia organizzerà la spesa delle risorse del piano europeo sarà oggetto di un attento scrutinio non solo da parte della Commissione, ma anche di molti governi europei e dei loro parlamenti nazionali investiti dal processo di ratifica. Dobbiamo essere consapevoli che dipenderà largamente da come l’Italia avrà impostato e poi come gestirà il Piano.
Intanto, però, i giorni passano veloci, ed ora ci troviamo pure una crisi di Governo sui cui esiti finali è difficile fare previsioni, perché troppi sono i personalismi.
Desolazione pura. Continua la frantumazione della società, ma c’è una classe politica capace di prospettare una qualche ricomposizione, se non quella di utilizzare le cariche occupate per alimentare la propensione al trasformismo a vita? Non voglio credere che siamo arrivati a tanto. Non posso che condividere un’affermazione dell’ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, quando dice che: “Siamo in uno di quei momenti in cui chi governa deve semplificare gli obiettivi e parlare come si parla nelle grandi crisi. Il Paese ha bisogno di risposte e ne ha bisogno in fretta. E’ difficile trovare un momento più critico di questo, tra pandemia e recessione economica. Non posso credere che non vi sia anche oggi in Italia, nelle forze politiche , la volontà di accettare qualche rinuncia rispetto al proprio passato per preparare il futuro”.
Il rischio che si sta correndo è che si perda anche questa grande opportunità: sarebbe demenziale ed imperdonabile, anche perché non ne passerà altra !
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