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21 Dicembre 2020 - 12:36
C’è un popolo di persone che vive la vita con coraggio e forza d’animo.
Un popolo di persone coraggiose che non sono malate, ma sono speciali. Hanno fatto di necessità virtù ed hanno trovato in se stessi quella grinta e determinazione che non credevano di avere.
Non si vedono e poco si sa di loro anche se, a volte, qualcuno crede di non essere “a posto”.
Sono le persone portatrici di stomia: portano sulle loro spalle il fardello grave del cancro che spaventa e sfinisce, persone che convivono con le cronicità di malattie che non fanno morire ma che ti rendono solo e impotente.
Loro sono guarite, non sono pazienti ma persone sane che hanno pagato un prezzo altissimo per esserlo.
Il prezzo è avere una sacca invisibile ma presente, silente ma “urlante”, una sacca che si riempie e va svuotata e cambiata, a volte in momenti poco opportuni. Una sacca che fa vergognare, che si presenta prima di un sorriso, che si interpone fra gli abbracci.
“Ecco, noi ci occupiamo di loro, siamo le signore dei sacchetti”.
Le signore dei sacchetti sono Patrizia Portalupi e Roberta Pissardo, infermiere del quinto piano dell’ospedale di Chivasso, coordinate dalla dottoressa Carolina Dello Russo, responsabile di quello che oggi è un piano interamente dedicato al Covid.
In questa emergenza sanitaria, in questo periodo terribilmente complicato, l’opinione comune è che non ci sia posto per altri utenti che non siano pazienti Covid. Ma non è così.
L’ambulatorio AISTOM (Ambulatorio Incontinenti Stomizzati) dell’Asl To 4 che, dal 2005, instancabilmente apre le porte e le braccia alle persone stomizzate, senza fissare alcun appuntamento, che risponde al telefono e risolve ansie e problemi, è chiuso, causa Covid.
“Il popolo silente delle persone stomizzate, la nostra seconda famiglia, non può, non deve essere lasciato solo”, spiega Patrizia Portalupi.
L’ambulatorio AISTOM di Chivasso gestisce circa duecento persone che afferiscono a tutto il chivassese.
Con l’emergenza Covid, la presa in carico del paziente avviene in ospedale, per quel che concerne la fase operatoria e, soprattutto, a casa per quel che riguarda la fase post operatoria.
L’ambulatorio, che prima si trovava al quinto piano, oggi interamente dedicato ai pazienti Covid, è quindi diventato itinerante.
“Con l’emergenza Covid ci siamo dovuti organizzare diversamente: Roberta, in ospedale, prepara le persone a tornare a casa, le rassicura e insegna loro come devono comportarsi, poi le affida a me. E io inizio a girare... Angela porta il sacchetto dal 1995 - comincia a raccontare Patrizia Portalupi -. Riesce a fare tutto da sola ma, a volte, ci chiama perché ha bisogno: “volevo vedervi, voi ci siete sempre”, mi accoglie sulla porta di casa sua, con un fiore in mano”.
“Ci sono poi i nuovi arrivati - prosegue - dimessi in fretta dall’ospedale perché troppo deboli e a rischio. Spaventati e persi mi aprono le porte delle loro case con il loro profumo e le loro cose. Ci diamo subito del “tu” perché, come amo dire io, siamo una famiglia. C’è Giuseppe che abita troppo lontano dalla farmacia a cui portiamo più materiale per farlo stare più tranquillo. C’è Francesco che deve imparare perché vuole vestirsi bene ed è un peccato che la sacca si stacchi. La giornata finisce ma, a volte, la sera arriva l’ultima telefonata: è Gino, mi dice che la sacca si è staccata e la moglie ha le mani che le fanno male e non ce la fa proprio. ‘Non ti preoccupare tesoro, domani mattina vengo da te’. ‘Ma domani è venerdì!’. ‘Non importa, tranquillo, arrivo’. La prima cosa che ci hanno insegnato a scuola infermieri è che il taschino in alto a sinistra della divisa è lì perché quella è la parte del cuore...”.
“Ma ci sono altre tasche - conclude Patrizia Portalupi - che contengono forbici, cerotti, tappini, buona volontà, pazienza, umiltà e tanta umanità per le persone che non sono più malate ma a cui serve la giusta dose di fiducia per ricominciare a vivere”.
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