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25 Novembre 2019 - 11:25
In due si entra, in due si esce. “Ubi dolor ibi vigiles”, dove c’è il dolore, ci sono i Vigili. C’è la condivisione di paura e rabbia. Sono parole forti quelle che segnano i principi che muovono la passione di chi decide di diventare Vigile del Fuoco e di mettersi al servizio degli altri, con coraggio e altruismo, anteponendo il bene comune a quello del singolo. Anteponendo il sacrificio personale e sacrificando i propri affetti. Sono proprio loro, i Vigili del Fuoco, i protagonisti di questo freddo tardo pomeriggio di domenica 17 novembre, quando si è deciso di ricordare, a 25 anni di distanza, il crollo del ponte di Chivasso, avvenuto nella tarda serata del 5 novembre 1994. La pagina più nera della storia di Chivasso, dopo la seconda Guerra Mondiale, dice il sindaco Claudio Castello nel suo discorso. Una storia dove si intrecciano dolore, perdita, ma dove nascono anche legami di grande amicizia, come quelli che ancora oggi uniscono i Vigili del Fuoco di Chivasso con quelli di Meano e Giovo: abbiamo chiesto aiuto e loro sono arrivati. A parlare per tutti, domenica, è il vice comandante del distaccamento di Chivasso dei Vigili del Fuoco Volontari, Paolo Caffaro: spesso la voce si interrompe, rotta dalla commozione e dall’emozione che 25 anni non sono riusciti a cancellare. “Tutti quella volta – ricorda – siamo tornati a casa, dalle nostre famiglie”, e l’applauso più grande va proprio alle moglie, ai figli dei Vigili del Fuoco che tremano tutte le volte che suona la sirena per chiamarli, un suono che oggi è stato sostituito dal cercapersone. Il sindaco Rosso, di Rivalba, racconta, 25 anni dopo, e ringrazia i Vigili del Fuoco: “Grazie per aver troncato l’abbraccio fra Chivasso e la collina: eravamo ragazzi e quella sera stavamo passando qui e non volevamo credere che quel ponte fosse chiuso perché c’era un rischio di crollo. Il traffico contingentato, già nel pomeriggio, aveva creato malumori: oggi non si può che ringraziare chi, quel giorno, ha gestito con lucidità e fermezza un momento molto difficile, salvando sicuramente molte vite umane”. Impossibile, a questo punto, non ricordare Marino Borca, che allora guidava il distaccamento di Chivasso dei Vigili del Fuoco e che fu l’ultimo ad attraversare il ponte, prima del crollo. 230 metri che hanno generato un vuoto enorme, soprattutto sbigottimento e la necessità di reinventare una quotidianità: lo racconta il sindaco di Castagneto Po, Danilo Borca, che diventa vice sindaco l’anno successivo. “Dal 1995 – dice -, la politica è stata condizionata dal rifacimento del ponte. Il 4 novembre 1994, insieme al ponte, crollarono le nostre certezze: scuola, lavoro, sanità, trasporto ferroviario, tutto doveva essere re inventato. Ringrazio le due persone che in quel giorno, insieme ai moltissimi volontari, lavorarono vicino a quel ponte: il vice sindaco Capello e l’allora consigliere comunale Andrea Fluttero”.
“Siamo stati stupidi a costruire dove non dovevamo e da questo dobbiamo imparare”: il consigliere regionale Gianluca Gavazza porta il saluto del Consiglio regionale e fa il mea culpa. Molti sono i sindaci presenti e le autorità politiche, fra queste anche il consigliere regionale Alberto Avetta, e le autorità militari: l’ingegner Inzaghi, allora al comando del corpo provinciale dei Vigili del Fuoco, Antonio Sebastiani in rappresentanza del comando provinciale, il cavalier Gino Gronchi, il Capitano dei Carabinieri Luca Giacolla e il Comandante della Finanza, Giada Patriarca, la Polizia locale, tutte le associazioni d’arma e di volontariato, l’Ascom perché furono molti i commercianti che donarono cibo, coperte e abiti per aiutare chi stava lavorando senza sosta. Perché, come dice Caffaro, sacrificio e altruismo sono i principi che accomunano tutti quelli che portano una divisa. Poi è il momento della cerimonia per consegnare gli attestati di merito: Marino Borca percorse per l’ultima volta il ponte, rischiando la propria vita per salvarne altre, insieme a due vigili, Mario Gaia e Fulvio Brignoglio. Per ricordare Marino Borca ci sono la moglie Luciana insieme alle figlie Roberta e Daniela (madrina del nuovo automezzo oggi in dotazione al Distaccamento e acquistato grazie al grande lavoro di promozione di iniziative portato avanti dalla Onlus “Amici dei Vigili del Fuoco” guidata da Davide Avanzato) e la nipote Consuelo: “Grazie a Paolo, perché tutte le volte che parla di mio papà lo fa con le lacrime agli occhi”, dice Daniela. Il riconoscimento va anche, e non poteva essere altrimenti, al capo distaccamento Marco Molinaro e poi agli amici e colleghi dell’Emergenza Radio, indispensabili e preziosi in quei terribili momenti, e poi gli ABI (Anti Incendio Boschivi) di Castagneto Po e la Croce Rossa di Chivasso. E poi non potevano che esserci loro, “gli amici veri, che ci sono quando hai bisogno, che sono arrivati da lontano per aiutarci”, i Vigili del Fuoco di Giovo e Meano, con l’allora comandante Valerio Facchini e il comandante attuale Giovanni Merler.
La pioggia concede una tregua e il corteo con le fiaccole si muove verso il ponte, per rendere omaggio alla lapide che, ai suoi piedi, ricorda Marino Borca. “Siamo qui per ricordare chi non c’è più – dice don Davide Smiderle -, Marino, il ponte, le persone che morirono. Ma siamo anche qui per invocare la benedizione su tutti noi, perché in futuro le nostre coscienze siano guidate dal rispetto verso il Creato”.
L’ultima immagine di questa domenica di ricordi è la fotografia di gruppo dei Vigili del Fuoco e quella di Daniela e Paolo uniti in un abbraccio infinito di fronte alla lapide di Marino Borca.
Il gassinese Celeste Bertotto, 66 anni, (papà dell’ex calciatore dell’Udinese Valerio Bertotto), fu l’ultimo o uno degli ultimi automobilisti a transitare sul ponte la sera di quel 5 novembre 1994: “Avevo chiuso lo studio di grafica e copisteria in piazza Sofia a Torino e dovevo rientrare a casa a Gassino Torinese, ma a San Mauro e Castiglione trovai i ponti già chiusi per la piena del Po. La protezione civile mi fece deviare a Chivasso. Ricordo che erano circa le 22.15 e al volante della mia Fiat Uno transitai sul ponte, ai cento all’ora, perchè già lo sentivo vibrare. Avevo anche aperto i finestrini nel caso fossi caduto in acqua con l’auto. Il giorno dopo scoprii che il ponte di Chivasso era crollato”.
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