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CHIAVERANO. "Bisogno di loro per rilanciarci" dice Rudi Ravera Chion

CHIAVERANO. "Bisogno di loro per rilanciarci" dice Rudi Ravera Chion

L'ex sindaco di Chiaverano Rudi Ravera Chion

Rudi Ravera Chion è stato uno dei sindaci con più mandati nella storia di Chiaverano. Dal ‘75 al ‘90 ha fatto parte dell’opposizione poi ha amministrato il Comune dal ‘90 per ben tre mandati consecutivi. Ora è fuori dalla politica ma tiene ancora molto a Chiaverano. Parlare con un ex sindaco può raccontarci tanto della storia di un piccolo paese.

Come sono cambiate le cose negli ultimi anni secondo te per un sindaco?

“Dall’esterno io vedo che le difficoltà nell’amministrare i piccoli comuni sono cresciute, ci sono sempre meno risorse e meno dipendenti. I piccoli comuni rischiano di entrare in difficoltà se si continua di questo passo”.

Pensi che questo possa portare alla morte dei piccoli comuni e delle tradizioni locali?

“Senz’altro, c’è sempre più scarso ricambio demografico e le persone che vengono in paese lo vivono come un Comune qualsiasi, senza portare avanti le tradizioni. Questo capita ad esempio con gli extracomunitari, con cui vado molto d’accordo per la verità e anzi ne ho come vicini di casa e sono splendide persone. Ma semplicemente non hanno la cultura del posto”. 

Cosa manca in un paese come Chiaverano secondo lei per mantenere viva la comunità?

Beh mi viene in mente sicuramente il rapporto con i giovani. Ci vorrebbero punti di aggregazione come un tempo. La responsabilità non è dei giovani ma mi piacerebbe che fossero più attenti all’interesse della comunità dando il proprio contributo in paese. Alcuni lo fanno, come i giovani dell’A.i.b. ad esempio. In generale ci sono realtà come l’Associazione Rosmarino o Il Piccolo Carro che sono davvero da ammirare per l’impegno verso la comunità. Ora c’è da riparare i cocci causati dal covid ma mancano i servizi sociali. Ai miei tempi c’era il centro anziani. Avevamo fatto pure un’indagine chiedendo a tutti gli over 65 quale fosse il problema più diffuso ed era saltato fuori che essendo un paese rurale, in cui le case sono molto sparse e grandi spesso gli anziani si sentivano soli. Così avevamo creato un centro aperto, un punto di incontro per socializzare, fare eventi e manifestazioni. Lo avevamo creato vicino alla scuola con l’associazione Auser”.

Nei suoi mandati l’attenzione alle persone anziane quindi era uno degli elementi cruciali?

"Sì abbiamo sempre avuto particolare attenzione agli anziani, che sono le figure più fragili. Quando governavamo tanti ex Olivettiani in pensione vivevano soli. Era importante non farli sentire isolati. Ma non eravamo solo un paese di anziani, Chiaverano è sempre stato vivo. C’erano cinque bar, vari ristoranti, una collettività viva. Ora c’è un bar, tanti locali hanno chiuso e meno aggregazione tra i cittadini. Mi sembra si sia perso questo e manchi dibattito tra le persone. Forse si è diffuso disinteresse per la cosa pubblica e sono cambiate anche le condizioni sociali ed economiche in tutta Italia”.

Cosa cambia dalle generazioni di un tempo e quelle attuali?

La nostra generazione è quella che ha passato il ‘68 e tutti i cambiamenti culturali e la protesta di quegli anni. C’era una certa visione delle cose mentre ora la gente è sfiduciata. Viviamo in una sorta di disillusione e sono cambiate le prospettive. A Chiaverano nel dopoguerra c’erano più laureati che in qualsiasi altro comune canavesano. C’era la ricchezza dell’artigianato e l’effetto Olivetti sul territorio. Oggi forse c’è ancora della ricchezza sul territorio e questo porta molti figli ad adagiarsi sui genitori, disincentivando l’iniziativa. Dobbiamo affidarci ai giovani per rilanciare il paese. Amo molto Chiaverano e vorrei che i ragazzi e le ragazze prendessero in mano le cose. Abbiamo bisogno di loro per rilanciarci”.

A proposito di “rilanciare”, che prospettive ha per il futuro? Su cosa si dovrebbe puntare oggi nei Comuni?

Intravedo una grande possibilità con i fondi del Pnrr, è un momento da non lasciare indietro. Non si deve lasciare assopire il paese, se no muore. Spero che dopo la pandemia questi fondi possano dare uno slancio alle cose. Su questo punterei forte, è un'opportunità che noi non avevamo al tempo. L’unica possibilità erano i fondi regionali e provinciali”.

Qual è una cosa che aveva capito fosse cruciale per amministrare un comune?

Senz’altro l’amministrare guardando all’esterno, confrontandosi e interagendo con altri comuni. Volevamo avere una serie di servizi che da soli come singolo comune non potevamo realizzare. Così spesso abbiamo cooperato tra comuni ed enti territoriali. In parte abbiamo fatto quello che ci eravamo prefissati e in altri casi abbiamo dovuto ridimensionare le aspettative”. 

E cosa ha segnato fortemente la sua esperienza di sindaco?

“L’alluvione del ‘94 sicuramente è stata molto grave. Ci furono ben otto frane nella Serra, e grossi danni su varie case a Bienca. Devo dire che questo ha segnato inevitabilmente la nostra azione perché ci ha costretto a ricostruire e vincolare i fondi disponibili. Questa emergenza però ci ha insegnato tanto su come agire nel territorio. Dovrò sempre ringraziare i volontari della protezione Civile e gli Alpini per il loro contributo. Nel ‘99 poi c’è stato un altro evento inaspettato ma molto positivo. Abbiamo conosciuto un chiaveranese che si era trasferito negli Stati Uniti e durante la seconda guerra mondiale si era poi unito ai partigiani della Serra per la Resistenza. Durante i suoi anni in America aveva scritto dei suoi pensieri su una specie di diario. Insieme abbiamo scritto un libro su questi suoi ricordi e abbiamo legato molto anche a livello personale. Quando anni dopo purtroppo è mancato nel 2002 ha lasciato in eredità un miliardo delle vecchie lire al Comune. Un gran gesto e una grande boccata di ossigeno per le casse del Comune. Il suo nome era Guido Mino ma durante la Resistenza era chiamato Atos. Grazie a questa eredità e grazie a dei fondi comunali abbiamo restaurato il teatro che era stato costruito nell’800. Oggi ospita ben due compagnie teatrali. Sempre con quel lascito abbiamo dato vita al centro Guido Mino in piazza Ombre, ovvero il polifunzionale in centro al paese. Per la volontà espressamente scritta sul testamento, Guido voleva che lo spazio fosse riservato alla cultura e al ritrovo sociale e così è stato”.

Ci sono delle curiosità che magari si conoscono meno sul suo periodo di mandato?

Si assolutamente. Intorno al 2001, Chiaverano è diventata Città Slow, una grande occasione per promuoversi all'interno della rete delle città del "Buon Vivere". Nello stesso periodo ci siamo gemellati con una piccola città della bassa provenza francese, Mane. Una splendida occasione per promuovere progetti comuni di valorizzazione del territorio, in special modo, per noi, l'area di Santo Stefano. Per conformazione e territorio Mane ricorda Chiaverano. Loro hanno un’abbazia molto bella, si chiama "Prieuré de Salagon” e ha tutto intorno un bellissimo giardino botanico. Noi abbiamo imitato questo a Santo Stefano, ricreando l’orto botanico con le varie fragranze di rosmarino e altre erbe. Grazie all’Associazione del rosmarino e al Comune si è anche creato il punto di ristoro restaurando una cascina di fianco al parco di Santo Stefano”.
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