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CASTELLAMONTE. Delitto Rosboch, mamma Marisa: "Mi manca Gloria"

CASTELLAMONTE. Delitto Rosboch, mamma Marisa: "Mi manca Gloria"

Da sinistra Marisa Mores, Gloria Rosboch e Gabriele Defilippi

CASTELLAMONTE. Delitto Rosboch, mamma Marisa: "Mi manca Gloria". Maria Luisa Mores (per tutti, Marisa), 81 anni, era la madre di Gloria Rosboch, la giovane insegnante uccisa nel 2016 da Gabriele Defilippi e Roberto Obert.

I coniugi Rosboch hanno sempre vissuto a Castellamonte da quando si sono sposati, più di cinquant’anni fa. E a Castellamonte è cresciuta e si è formata come traduttrice di francese e insegnante di sostegno la figlia Gloria.

«Sa, a Gloria non piaceva guidare. Infatti quando ha trovato lavoro presso la scuola media Giacomo Cresto di Castellamonte ne era felicissima perché poteva raggiungerla a piedi - racconta la madre Marisa -. Solo quando suo papà non era stato bene e aveva dovuto essere ricoverato in ospedale a Torino, lei aveva acconsentito a guidare ma certamente di malavoglia. Non le piaceva molto uscire. Era una ragazza riservata, che prediligeva guardare le partite della sua amata Juventus sul divano di casa insieme al padre, piuttosto che andare allo stadio. Pensi che aveva un amico che ogni volta che passava davanti casa nostra per andare allo stadio a Torino, si fermava una buona mezz’ora sul cancello a chiacchierare con Gloria della loro squadra del cuore. Dopo, però, i due prendevano strade opposte: lei rientrava in casa e lui andava a Torino».

Marisa parla della figlia come fosse ieri che è morta. Come se non fossero passati cinque anni da quel terribile giorno in cui venne trovato il suo cadavere nel pozzo di una discarica abbandonata nelle zone boschive di Rivara.

Le memorie di una madre sono come le spire di un serpente che giorno dopo giorno s’attorciglia attorno ai pensieri, fino a strangolarli. Proprio come Obert e Defilippi hanno fatto con quel foulard che gli inquirenti non hanno mai trovato e che è servito per togliere la vita a Gloria Rosboch. Una morte iniqua, assurda, ingiusta.

«Il giorno in cui è scomparsa io avevo intuito che non l’avrei più rivista» afferma Marisa.

Lo si chiami istinto materno o semplicemente legame indissolubile tra una madre e una figlia che non avevano mai reciso quel cordone ombelicale che le aveva nutrite e tenute vicine l’una all’altra in quei 46 anni di vita vissuta sotto lo stesso tetto. Una vita che non avrebbe dovuto avere segreti, ma che invece ne custodiva a manciate sotto il tappeto.

«Alle sette di sera di quel 13 gennaio Gloria non era ancora rientrata. Mi aveva detto che avrebbe avuto una riunione a scuola, ma per quell’ora solitamente veniva a casa per cena - prosegue la madre -. Ho subito sentito che non sarebbe più tornata e ho intuito che la colpa di quella scomparsa era di Gabriele. Quel ragazzo che veniva da Gloria a prendere ripetizioni e che possedeva una pistola vantandosene e mostrandola con orgoglio. Sentivo che era lui ad averla fatta scomparire, quello che non sapevo e che me l’aveva uccisa strangolandola e gettandola nel pozzo ancora viva, senza pietà».

Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio, incalzato dagli inquirenti, Gabriele ha confessato di aver preso parte all’omicidio dell’insegnante, ma di non esserne l’esecutore materiale. Il giorno del ritrovamento del corpo di Gloria si era saputo, infatti, che dietro all’omicidio vi era anche Roberto Obert che si definiva l’amante di Gabriele. I due hanno continuato ad accusarsi l’un l’altro senza assumersi la responsabilità del gesto. L’unica certezza in questo rimbalzo di accuse è che l’omicidio è stato pianificato fin nei minimi dettagli.

«Quando mi hanno chiamata in ospedale per il riconoscimento del corpo, ringrazio di aver avuto un muro a sorreggermi dietro le spalle: il volto gonfio, emaciato era tutt’altro che il volto di mia figlia… L’ho riconosciuta soltanto grazie all’anello della Prima Comunione che portava al dito da sempre e che i suoi assassini non sono riusciti a sfilarle».

Quando un corpo resta per diverso tempo in acqua i tessuti si imbibiscono e subisce delle modifiche piuttosto evidenti che vanno dalla macerazione cutanea alla saponificazione. I tessuti organici tendono a decomporsi più rapidamente perché attaccati dai batteri presenti nelle acque stagnanti.

«Sono stati poi i Vigili del Fuoco a spiegarmi che Gloria era stata gettata nel pozzo senza pantaloni e senza giacca poiché là sotto i due assassini speravano che l’acqua ne decomponesse più in fretta il corpo» continua a spiegare Marisa con un coraggio e una lucidità che rendono la vicenda ancora più tragica e terrificante. Non è facile udire queste parole da una madre, la commozione stringe la gola e si vorrebbe gettare a terra il telefono per correre ad abbracciare l’anziana donna.

«Me l’hanno uccisa per 187.000 euro, i risparmi di una vita con i quali avevamo già versato la caparra per un alloggio di fronte alla scuola nella quale insegnava Gloria. Lei avrebbe dovuto andarci a vivere ma un giorno era tornata a casa dicendomi che non se la sentiva di abbandonare il nido familiare e allora avevamo ripreso i soldi lasciandoglieli affinché li usasse come meglio credeva. E Gloria li aveva prestati a Gabriele Defilippi raggirata dalle sue promesse di una futura vita insieme in Costa Azzurra».

Il ricordo non è affilato come una lama, né aguzzo come un pugnale. Il ricordo è un laccio scorsoio che stringe, giorno dopo giorno, la mente devastata di una madre.

«Da quando è morta Gloria la mia vita non è più la stessa. Non ho più una vita. Ho lavorato fino alla pensione all’Olivetti di Agliè ed ero solita stare in mezzo alle persone, mi piaceva chiacchierare. Ora non esco quasi più di casa e le uniche persone che vedo sono mia cugina e due commercianti di Castellamonte che tutte le settimane vengono a consegnarmi le vivande». La voce ora le si fa stanca e remissiva: «Sognavo una vita con Gloria al mio fianco, una figlia che potesse aiutare me e mio marito ormai anziani e invece non mi resta che una tomba sulla quale piangerla

Le chiedo se le sia giunta notizia dell’uscita temporanea dal carcere di Gabriele Defilippi poiché risultato positivo al Covid. Mi risponde senza indugio: «Il virus se n’è portati via tanti, perché non si è portato via anche lui?»

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