AGGIORNAMENTI
Cerca
17 Luglio 2020 - 18:22
Ora che l’anno scolastico è terminato da qualche settimana, si può cominciare a parlare con gli insegnanti dell’esperienza da essi vissuta in questi lunghi mesi di “didattica a distanza”. I loro problemi non sono paragonabili a quelli di chi ha perso il lavoro o aspetta la Cassa Integrazione: lo stipendio lo hanno ricevuto regolarmente. Facendo lezione da casa non hanno corso rischi per la salute né hanno dovuto trascorrere le giornate soffocando sotto la mascherina. Hanno però faticato molto e, tranne qualche eccezione, sono usciti alquanto provati, fisicamente e mentalmente, dall’anno scolastico più anomalo che si ricordi.
Ci parla per prima di quest’esperienza una professoressa del Liceo Artistico di Castellamonte, che è anche poetessa e scrittrice, particolarmente attenta alle problematiche dell’età giovanile: non si è limitata pertanto a raccontare questo periodo dal punto di vista dei docenti ma si è sforzata di mettersi nei panni dei suoi studenti. Piera Giordano, laureata in Filosofia, da venticinque anni è al “Faccio”, ora accorpato in un unico istituto con il “XXV Aprile” di Cuorgnè. Nell’anno scolastico 2019-2020 ha insegnato Lingua e Letteratura Italiana in 2° I, 3°H e 4°N; Italiano e Storia in 5°H; Storia e Filosofia in 5°N.
Come avete reagito voi insegnanti allo scoppio della Pandemia?
Ci ha presi alla sprovvista, mentre eravamo in gita scolastica a Praga. Eravamo partiti proprio il 21 febbraio e saremmo dovuti restare per nove giorni ma il 23 ci hanno fatti rientrare. All’inizio, come un po’ tutti, eravamo disorientati poi abbiamo capito che la chiusura delle scuole si sarebbe prolungata ed abbiamo cominciato ad organizzarci. Il nostro istituto ci ha dato la possibilità di creare delle “aule virtuali”: ogni docente poteva inviare materiali e video ed assegnare compiti. In un primo momento non erano possibili le video-conferenze per cui, su suggerimento di alcuni colleghi, abbiamo cominciato ad utilizzare Skype e Zoom. In seguito abbiamo potuto usufruire di una piattaforma con tante funzioni, che consentiva di fare tutto, videoconferenze comprese: alcuni la conoscevano da prima ma, nella situazione venutasi a creare, è diventata l’unico strumento che avevamo a disposizione per non interrompere l’attività didattica.
Come si svolgevano le lezioni?
Si ricreava la classe attraverso l’“aula virtuale” e gli studenti ci potevano inviare i compiti per la correzione. Alcuni insegnanti preferivano le registrazioni, che inoltravano con un link: per i ragazzi c’era il vantaggio di poterle riascoltare in un secondo momento. Io ho preferito le videoconferenze per mantenere un rapporto più diretto.
Con quanta frequenza si tenevano queste lezioni?
Erano regolari e seguivano un calendario preciso. Certo avevamo dovuto ridurne la durata: sarebbe stato impossibile tenere i ragazzi per otto ore davanti ad uno schermo! Si trattava anche di salvaguardare la loro salute. Al mattino c’erano le videoconferenze, dedicate ora alle spiegazioni ora alle interrogazioni ma spesso ci collegavamo nuovamente nel pomeriggio, su richiesta degli stessi studenti. Vista la situazione avevo privilegiato l’esposizione orale rispetto a quella scritta, tanto più che anche la Maturità sarebbe stata impostata in questo modo. Cominciavo con l’appello, come se fossimo stati in classe ma era soprattutto un modo per salutarli uno ad uno, per chiedere come stavano e concedere a ciascuno un minuto per esprimere le proprie ansie e le proprie preoccupazioni.
Quanta parte del programma avete svolto?
I programmi li abbiamo completati. Per quelle parti che non siamo riusciti a trattare in modo esauriente dovrebbero essere organizzati dei “corsi di rafforzamento” in settembre.
Come hanno reagito gli studenti? Hanno preso tutti parte alle lezioni on-line?
I miei – tranne uno o due - hanno partecipato, in tutte le classi, e sono stati molto collaborativi: come sempre accade, qualcuno si è sforzato di più qualcun altro di meno ma sono stati sempre presenti e non si sono sottratti alle verifiche. Mentre parlavo tutti chiudevano il microfono per non creare disturbo: lo apriva di volta in volta solo chi voleva intervenire per fare domande o chiedere chiarimenti
E’ stato faticoso per loro studiare con queste modalità?
Si è trattato di una grande fatica per tutti: non è piacevole né rilassante rimanere fermi per ore a fissare uno schermo. Nel nostro caso si è aggiunta l’impossibilità di utilizzare i laboratori, che sono fondamentali in un liceo artistico: è mancato il Fare. Con la grafica uno riusciva a cavarsela, disegnare era possibile ma lavorare con la ceramica no. Chi doveva presentare la prova di laboratorio all’Esame di Maturità ha dovuto prepararla a casa, autonomamente.
Per voi insegnanti com’è stata quest’esperienza?
Innanzitutto abbiamo dovuto imparare ad utilizzare strumenti che molti di noi non conoscevano: è stato interessante ma troppo repentino. Per certi aspetti fare lezione a distanza è positivo: in aula si discute, si è obbligati a confrontarti con gli studenti, a rispondere alle loro domande, a richiamarli; stando ciascuno a casa propria non c’è un vicino di banco con cui possano chiacchierare e non hanno grandi possibilità di distrarsi. Di conseguenza le lezioni sono più rapide.
L’altra faccia della medaglia è l’impegno richiesto nel prepararle: davanti ad una classe reale si lascia un certo spazio all’improvvisazione; on-line non è possibile, dev’essere tutto preciso e definito. Anche correggere i compiti è più complicato. Inoltre non esisteva più la separazione fra ore di lavoro ed ore libere: i tempi si erano dilatati e, come ho detto, spesso proseguivamo nel pomeriggio andando oltre l’orario prestabilito. I ragazzi ci mandavano messaggi continuamente, anche di sera.
Con i collegamenti ci sono stati problemi?
Nel complesso tutto ha funzionato, con poche eccezioni riguardanti allievi che vivono in zone collinari o montane. Certo c’era sempre il timore che la connessione venisse a mancare: a casa mia succede regolarmente quando scoppia un temporale. A volte qualche ragazzo “usciva” dalla videoconferenza per poi rientrare appena possibile. Per quanto riguarda i problemi legati al possesso di un computer, la scuola lo ha fornito in comodato d’uso a coloro che non lo avevano.
Come hanno vissuto gli studenti l’esperienza della Pandemia?
Tutti abbiamo avuto paura, anche loro. Il concetto di Epidemia era legato al passato, a tempi lontani: era una cosa del Seicento, mai avremmo immaginato che sarebbe diventata un elemento del presente. Ci ha rivelato la nostra fragilità, facendoci sentire impotenti, e ci ha fatti riflettere sui limiti della Scienza. Ci ha anche costretti ad assumerci le nostre responsabilità, ad acquisire una consapevolezza che non avevamo: abbiamo dovuto isolarci, accettare prima di essere privati della nostra libertà e poi di uscire con la mascherina, mantenendo le distanze per salvaguardare la vita e la salute di tutti. I ragazzi hanno capito e rispettato i divieti. Dal punto di vista emotivo erano un po’ disorientati e cercavano rassicurazioni. Avevamo creato dei gruppi WhatsAp e mandavano continuamente dei messaggi chiedendo precisazioni sui compiti: secondo me era soprattutto un modo per rimanere in contatto , per continuare a sentirsi parte di quella comunità che è la scuola.
La Maturità come l’hanno vissuta?
Innanzitutto erano contenti di tornare in aula per un’ultima volta. Tutti rimpiangevano la scuola: dopo un primo periodo nel quale era prevalsa la contentezza di non doversi alzare presto al mattino, si erano convinti che le lezioni in presenza fossero meglio di quelle a distanza.
L’esame quest’anno era più semplice, essendo stati eliminati gli scritti però era serio ed il significato della Maturità come momento di crescita, come rito di passaggio all’età adulta, è rimasto. L’ansia e la tensione sono state le stesse di sempre e, come sempre, c’era chi era preoccupato benché si fosse preparato con cura; chi era disorientato, ansioso ed aveva la voce tremante. Per parte nostra abbiamo cercato di assumere un atteggiamento di grande benevolenza, di comprensione: nel periodo dell’isolamento e del distanziamento sociale ci eravamo tutti sentiti emotivamente solidali, più vicini agli altri.
Della “didattica a distanza” cosa pensi?
Adesso che abbiamo finito dico: meno male che c’era! Ci ha consentito di affrontare l’emergenza. Non può però essere considerata il modo ideale per insegnare: è uno degli strumenti utilizzabili, non “lo strumento”. La Scuola non è questo: è vicinanza, condivisione, confronto, collaborazione. Studiare on-line è come guardare un documentario di viaggi: impari molto ma il viaggio vero è un’altra cosa, è girare per le vie, parlare con la gente del posto, sentire gli odori, i sapori, i suoni. Mi colpisce molto una riflessione della filosofa Maria Zambrano: “L’aula è un luogo di speranze, aperto a tutti; è uno spazio aperto e vuoto, che viene riempito dai ragazzi. Nell’aula s’imparano il rispetto, la collaborazione, le regole del vivere insieme; è uno spazio poetico che coinvolge corpo, mente, pensieri”. La relazione è fondamentale nell’apprendimento e la “didattica a distanza” non può dare tutto questo.
Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.