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Storie d’emigranti. Da Cantoira e Ceres alla Savoia.

Storie d’emigranti. Da Cantoira e Ceres alla Savoia.

IN FOTO il pastificio Bozon-Verduraz a Saint-Etienne-de-Cuines.

Il lavoro nel cuore. L’emigrazione piemontese in Savoia è il titolo di una bella pubblicazione edita  qualche anno fa per volontà dell’Associazione Piemontesi in Savoia. Gli autori François Forray, Angela Caprioglio e Michel Poët hanno raccolto le testimonianze necessarie per scrivere la storia dell’emigrazione piemontese a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento. Storie semplici ma sempre interessanti. Quella che segue è la testimonianza di Marie-Jeanne Rota-Perotto, la cui famiglia era originaria di Cantoira e Ceres. La dimora della famiglia di Maria-Jeanne Perotto era nelle Valli di Lanzo; quella paterna, i Perotto in Val Grande; quella materna, i Francesetti, era a Ceres ossia all’incrocio tra la Val Grande e la Val d’Ala. Il nonno Domenico Perotto lavorava la sua piccola proprietà agricola e possedeva anche un piccolo terreno dove si andava a mietere il granoturco e a fare la spremitura delle noci; quando la consorte a 36 anni morì, aveva già cinque figli... (continua...) «Mio padre Bartolomeo, nel 1912 all’età di 17 anni, partì per la regione di Marsiglia e come terrazziere, venne assunto per scavare il canale di Lestaque. Con lo scoppio della prima guerra mondiale fece ritorno a in Italia». Dal 1916 al 1919 Bartolomeo venne arruolato come artigliere nella fortezza di Cadore. Il nonno Gian-Battista Francesetti è un piccolo artigiano che, con il suo tornio per il legno, deve far vivere una famiglia di dodici figli. Una delle sue figlie, Felicita, nata nel 1897 a Ceres, frequenta la scuola del villaggio fino all’attestato di scuola elementare e poi, come tutte le ragazze del paese, è impiegata nella filatura del cotone di Pessinetto. Le giornate sono interminabili, considerato che anche il tragitto di andata e ritorno al lavoro veniva fatto a piedi e, una volta ritornate a casa, tutte le ragazze si mettevano a lavorare ai ferri per fare la maglia. Nel 1921 Felicita sposa Bartolomeo Perotto nato a Cantoira, il quale lavora come manovale in un cantiere locale di lavori pubblici. Alla miniera. In questa valle di montagna particolarmente povera, l’emigrazione è una tradizione secolare. Così tra i fratelli di Felicita, solo Onorato rimane accanto alla famiglia mentre gli latri emigrano chi a Ugine, chi a Aurillac. Uno tenta la fortuna in Argentina, prima di ritrovarsi a Fontaine, poi a Saint-Etienne-de-Cuines in Maurienne. Il 1923 segna la partenza di Bartolomeo con sua moglie per la Francia: egli viene impiegato come minatore in una cava d’ardesia a Venosc in Oisans, poi dei compatrioti lo chiamano per lavorare a San-Colomban-des-Villars. Marie-Jeanne conserva preziosamente la lampada da minatore del padre, così come un permesso rilasciato dall’Impresa Trivero, che permetteva all’operaio di recarsi in Italia. E’ bene anche precisare che la data della sua partenza, anno 1923, non è casuale: Bartolomeo è un sostenitore delle idee socialiste e non apprezza affatto l’ascesa del fascismo. I pastifici della Maurienne. La famiglia va a vivere nella valle a Saint-Etienne-de-Cuines dove prospera la fabbrica di pasta Bozon-Verduraz. Felicita lavora a domicilio e fabbrica le scatole per l’imballaggio della diffusissima pasta “La lune”. Solo successivamente riesce ad ottenere un impiego nella fabbrica stessa per la preparzione dei “vermicelli”. Suo fratello ottiene un lavoro presso il servizio per la manutenzione delle macchine. In quel periodo la Maurienne sta installando gli impianti per le centrali elettriche e per le industrie chimiche. Nel 1929, la Compagnia Francese d’Electrolyse, con sede sociale a Mulhouse, installa una centrale che si alimenta elettricamente attraverso una rete di condotte distribuite su tutto il versante di Montaimont. Bartolomeo partecipa all’installazione delle condotte forzate e alla costruzione dei bacini idrici di ritenzione con l’incarico di caposquadra. Successivamente assume la funzione di guardiano delle chiuse. Sua moglie invece assumerà la gestione della mensa, assicurando i pasti a tutti gli operai. La sua piccola famiglia si trasferisce così di cantiere in cantiere, da Pallud a Le Bigot, a Bonvillard. Poco importa dove, tanto più che le due figlie, anche nelle più piccole frazioni, possono trovare una scuola dove integrarsi. Questa vita tra le montagne prosegue fino al 1939 fino a quando Bartolomeo è vittima di una caduta da un palo dell’impianto elettrico mentre è intento a ristabilire la corrente. Questo incidente gli provoca la perdita del lavoro. I Perotto tornano così a ristabilirsi nel fondovalle, a La Chambre. In tempo di guerra. Bartolomeo fa allora ritorno alle dipendenze dell’impresa dei Bozon-Verduraz. Nel 1940 i Bozon-Verduraz assumono Bartolomeo nella loro segheria a San Remy-de-Maurienne. Nel 1942 Louis Bozon-Verduraz apre una nuova segheria a Saint-Cassin nelle vicinanze di Chambéry portando con con sé anche una parte degli operai. Louis Bozon-Verduraz ebbe uno dei ruoli principali nella resistenza savoiarda. Abbandona la direzione dell’impresa per darsi alla macchia ed affida l’azienda ad un giovane direttore. Felicita si ritrova anche questa volta cuoca della mensa di tutti boscaioli e degli operai della segheria, fino al 1947. Louis Bozon andò a vivere negli Stati Uniti nel 1948 e Bartolomeo dovette ancora una volta andare alla ricerca di un lavoro. E’ presso il cantiere edile dell’impresa B.T.P. Barlet che trova impiego, ma è vittima di un incidente mortale provocato da una caduta durante una demolizione nel quartiere “Mérande” di Chambéry. Marie-Jeanne, dopo aver frequentato la scuola secondarie a Saint-Jean-de-Maurienne, entra a far parte delle apprendiste sarte, presso le sorelle Sisti a La Chambre, anch’esse di origine piemontese. Dopo il tradferimento familiare, ella prosegue la sua formazione presso la signorina Roux, a Pont-Neuf di Cignin, fino a  ottenere l’attestato di qualifica professionale. Nonostante le tensioni politichedell’epoca tra Italai e Francia, i Perotto non incontrano troppa difficoltà durante la guerra. Il padre antifascista lavora nell’azienda di un responsabile della Resistenza savoiarda. Marie_Jeanne conserva vivo nella sua memoria il terrificante incendio della casa accanto alla loro, senza dubbio causato da una vendetta partigiana e nel quale perirono i Rebecchi. Conserva anche intensamente il ricordo della calorosa accoglienza e dell’amicizia delle coetanee del vicino villaggio di Vimines, impegnate nella Gioventù Agricola Cattolica. Una vita familiare nella semplicità. In casa il padre e la madre parlavano il dialetto della Valle di Lanzo e Felicita, da buona cuoca, continuava a preparare dei piatti piemontesi: la pasta, gli agnolotti, la polenta, gli spezzatini di vitello, gli gnocchi e per qualche festività la tipica bagna cauda. “Era una vita molto semplice, ci piaceva danzare al suono di un vecchio grammofono La Voce del Padrone. Tra gli invitati vi era sempre anche qualcuno che suonava l’armonica”. Era frequente che Bartolomeo vietasse i discorsi di politica, ma aveva spirito di solidarietà e d’amicizia. Tutta una vita dedicata all’amore per il lavoro, al senso del dovere e allo spirito di solidarietà. In tutta segretezza, durante la guerra, Bartolomeo scrisse una raccolta di poemi in lingua italiana. L’attaccamento al paese dei suoi cari è sottolineato da Marie-Jeanne anche dall’aver conservato e rinnovato la piccola casa familiare, dove, tra le sue mura, trascorre qualche giorno di pace durante l’estate. ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA Canavèis  di Baima e Ronchetti
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